Essere stranieri in carcere - Quaderni ISSP n. 12 (giugno 2013)

Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria
Istituto Superiore di Studi Penitenziari


Essere stranieri in carcere
Contributi per una conoscenza del fenomeno nel sistema penitenziario

 

Presentazione a cura di Alessandra Bormioli – Direttore del Servizio Studi e Ricerche dell’ISSP
Gli stranieri costituiscono un terzo della popolazione detenuta del sistema penitenziario italiano; la loro presenza è passata, negli ultimi venti anni, dal 15 al 36% del totale.

Considerata la rilevanza del fenomeno, l’Istituto Superiore di Studi Penitenziari propone con il Quaderno n. 12 una riflessione a più voci sulle problematiche che tale trasformazione comporta, con l’ausilio di collaboratori interni dell’Amministrazione Penitenziaria e di esperti esterni.
L’interrogativo di base che ci si pone è come si possa declinare il principio della finalità rieducativa della pena agli stranieri, quando, al termine della detenzione, nei loro confronti per lo più si verifica la sola alternativa dell’espulsione o del rientro in clandestinità.

Lo studio si apre, quindi, con un’analisi della legislazione sugli stranieri e delle sue ricadute in ambito penitenziario.
L’avvocato Arturo Salerni, esperto in diritto dell’immigrazione, riflette su come la definizione d’immigrato “regolare” e “irregolare”, su cui poggia il Testo Unico dell’immigrazione del ’98, sia sostanzialmente artificiosa.
Gli “irregolari” di ieri sono i “regolari” di oggi, considerato che ogni intervento normativo è stato sempre accompagnato da una sanatoria, per l’inefficienza del sistema dei flussi a garantire un idoneo governo del mercato del lavoro.

La normativa esistente alimenta condizioni di esclusione ed emarginazione, creando un unico ciclo sanzionatorio che collega i Centri di Identificazione ed Espulsione, il sistema processuale e il carcere.
La condizione detentiva degli stranieri risulta differenziata rispetto a quella degli italiani, soprattutto per la difficoltà di ottenere misure alternative: aspetto avvertito come particolarmente discriminante da parte degli stranieri, e limite oggettivo alla progettualità trattamentale.

Il Quaderno prosegue con le “esplorazioni” sul campo, progetti di studio realizzati negli istituti penitenziari da collaboratori dell’Issp, che offrono sull’argomento due punti di vista diversi e speculari, quello degli operatori penitenziari e quello degli stessi detenuti stranieri.

Nunzio Cosentino, docente di Sociologia Generale e Funzionario dell’Organizzazione e delle Relazioni presso la Casa Circondariale di Catania, ha condotto una innovativa ricerca su come il cambiamento della popolazione detenuta sia percepito dagli operatori penitenziari.

Selezionati tre istituti penitenziari particolarmente rappresentativi, è stato distribuito al personale presente in una unica data un questionario anonimo che ha indagato su varie aree tematiche: tra cui quali siano ritenuti i maggiori ostacoli nella vita detentiva degli stranieri; quali caratteristiche rendano i detenuti più o meno agevolmente gestibili; quali le soluzioni proposte per migliorare le relazioni in carcere.
Il sovraffollamento, le difficoltà di comunicazione, la ridotta possibilità di mantenere i contatti con i familiari e l’assenza di una rete di supporto sociale sono stati indicati dalla generalità degli intervistati come gli elementi che rendono più difficile il trattamento dei detenuti stranieri.

Rispetto alle soluzioni proposte, gli appartenenti all’area trattamentale hanno espresso la necessità di interventi tesi all’inclusione sociale, ad esempio con una maggiore presenza dei mediatori culturali, di cui il 39 % degli intervistati riferisce di non avere mai rilevato la presenza.

Dalle risposte fornite emerge inoltre l’esigenza di una formazione specifica del personale, per garantire una migliore comprensione del cambiamento in itinere della popolazione detenuta, delle differenze culturali e religiose, anche attraverso la partecipazione a corsi linguistici.

Lo studio prosegue col contributo di Provvidenza Tararà, funzionario di servizio sociale presso l’Ufficio di Esecuzione Penale Esterna di Palermo, che ha condotto una ricerca presso la Casa Circondariale Pagliarelli di Palermo, dando voce agli stessi detenuti stranieri, mediante interviste semistrutturate.

L’Autrice ha analizzato, anzitutto, le condizioni migratorie di partenza, caratterizzate da assenza di prospettive occupazionali, abbandono scolastico precoce, desiderio di trovare altrove possibilità di lavoro e di un guadagno sufficiente a sostenere le famiglie d’origine.

L’immissione nel circuito deviante non appare il frutto di una scelta inclusa nel progetto migratorio, ma di un processo decisionale maturato con gradualità in Italia per una molteplicità di concause.
Il carcere non conserva l’effetto deterrente auspicato: appare un incidente di percorso, tutto sommato percorribile e accettabile.

Dalla ricerca emergono risultati interessanti e, al tempo stesso, dolorosi: superato il primo impatto e il momento iniziale di disorientamento e sconforto, l’istituto penitenziario viene descritto come un’occasione per entrare in contatto con le istituzioni italiane, un luogo capace di garantire un minimo accesso ai servizi, preferibile al vuoto totale e ai rischi che hanno avuto modo di sperimentare all’esterno.

A fronte di una medesima fragilità esistenziale, del dolore e dell’inquietudine per la sensazione di aver “perso la rotta”, comuni a detenuti italiani e stranieri, la dr.ssa Tararà riflette su come l’attuale politica legislativa non garantisca a tutti i detenuti omogenee possibilità di misure alternative e reinserimento sociale.

Il Quaderno prosegue, nella terza parte, con una riflessione sul concetto di “diversità”, sulla natura, il contenuto, le contraddizioni della relazione tra l’”io” e gli “altri”, in ambito penitenziario e non solo, guidati dai contributi di Alfredo Ancora e di Barbara Ghiringhelli.

Alfredo Ancora, docente di psichiatria transculturale presso l’Università di Siena, sottolinea come il multiculturalismo venga ormai acquisito come un dato di fatto naturale, spesso idealizzato, dimenticando che non sempre l’incontro tra etnie e culture diverse risulta essere indolore.

La psichiatria transculturale si occupa proprio della sofferenza psichica, del disagio che può affiorare nell’incontro, scontro, ridefinizione delle culture.
Il termine utilizzato indica la direzione del cambiamento nel processo di osservazione di un fenomeno: la “ transcultura “ diventa un attraversamento di altri mondi e modi di conoscenza, con la possibilità di modificare il nostro modo di porsi rispetto agli eventi e alle persone, con l’acquisto di nuovi codici comportamentali, senza paura di perdere quelli precedenti.

Barbara Ghiringhelli, docente di antropologia culturale e ricercatrice presso l’Università IULM di Milano, sottolinea come l’identità culturale di un individuo sia un elemento in continua trasformazione. Nel definire chi è “l’altro” concorrono vari elementi, non solo l’appartenenza nazionale, ma anche il genere, lo status sociale, le aspettative della migrazione, i legami con il paese d’origine.

Così, per comprendere un dato comportamento o un modo di pensare che può apparire privo di senso, è sempre necessario connetterlo ad altre dimensioni del sistema sociale e culturale di cui l’individuo è parte, collocandolo in un sistema più ampio in cui acquista un senso e una logica per chi lo mette in atto.

Molti migranti sottovalutano le difficoltà di trovarsi a vivere in contesti culturali diversi, lo shock culturale che lo spostamento comporta, legato alla mancanza di legami familiari e di una rete sociale di sostegno.
Tali difficoltà, se non superate, possono portare a un vissuto di estraniamento, solitudine, rifiuto, e determinare condizioni esistenziali estremamente negative. La “sindrome della persa via” colpisce quei migranti che si trovano in una condizione indefinita, dopo il fallimento del sogno migratorio.

In una situazione di totale incertezza, l’immigrato non riesce più a trovare la soluzione “regolare”, a legalizzarsi e lavorare, né può tornare al Paese di origine, perché il ritorno sarebbe vissuto come una sconfitta, una vergogna inaccettabile.
Si genera, allora, in alcuni casi, che riguardano in particolare chi esce ed entra dal sistema penitenziario, una sorta di “suicidio sociale”, in cui l’individuo si perde nel nulla, in una sorta di anestesia cognitiva del tempo, si adatta a un destino privo di soluzioni.
Tutti i contributi raccolti nel Quaderno sembrano quindi voler indicare la necessità di una conoscenza più approfondita dei detenuti stranieri e della loro relazione col sistema penitenziario italiano, conoscenza necessaria nel tentativo di ricostruire un progetto individuale di vita.

L’“ascolto”, la sospensione del giudizio, diventano la chiave indispensabile per permettere tale conoscenza, valorizzando ogni occasione di incontro con l’Altro, con chi è “diverso” da noi.
L’auspicio è che l’attività di studio e l’approfondimento teorico possano essere di ausilio nella ricerca delle soluzioni più adatte ad assicurare pari dignità nelle condizioni detentive, e a fornire una speranza nelle possibili alternative.

 

Indice del Quaderno n. 12

Alessandra BORMIOLI “Presentazione”

Profili normativi

  1. Arturo SALERNI “L’evoluzione in Italia della legislazione sulla condizione dello straniero, le connesse politiche penali e le ricadute carcerarie”

    Esplorazioni
     
  2. Nunzio COSENTINO “L’operatore penitenziario e i detenuti stranieri: un’indagine esplorativa”
     
  3. Provvidenza TARARÀ “Vissuti in transito: una ricerca etnografica sulla condizione del detenuto migrante”

    Diversità
     
  4. Alfredo ANCORA “l’IO e l’altro: un breve percorso”
     
  5. Barbara GHIRINGHELLI “La riflessione sull’“altro”in ambito penitenziario”

Ringraziamenti


Allegati