Progetto “Sperimentazione di Servizi innovativi di sostegno alle famiglie dei minori autori di reato nei Servizi della Giustizia Minorile”



Il lavoro con le famiglie dei minori dell’area penale rappresenta un ambito d’azione innovativo così come riconosciuto dall’ UE che ha finanziato il progetto di questo Dipartimento “Family roots”.

A seguito delle risultanze della progettualità europea sono stati prima progettati quattro modelli di intervento con le famiglie ispirati ai gruppi di mutuo aiuto, ai gruppi gestalt, ai gruppi multifamiliari alla Badaracco, al Family Group Conferencing, al fine di dotare i servizi della giustizia minorile di strumenti idonei al lavoro con le famiglie dei minori autori di reato.

Tre di questi modelli sono stati sperimentati in 5 contesti locali. Nello specifico:

  • A Roma e a Napoli i gruppi multifamiliari alla Badaracco.
  • A Milano, i gruppi gestalt.
  • A Palermo e a Caltanisetta, il Family Group Conferencing.

La sperimentazione si è dimostrata particolarmente utile per i seguenti motivi:

  1. perché ha consentito alle famiglie di costruire un rapporto molto più cooperativo con i servizi;
  2. perché ha consentito ai servizi di includere in maniera più significativa le famiglie nei processi educativi dei minori, quali fattori di protezione e di tenuta nel tempo del progetto socio-educativo;
  3. perché gli strumenti sperimentati sono apparsi coerenti con le competenze degli operatori, efficaci nel raggiungimento degli obiettivi, in quanto consentono l’ottimizzazione dei tempi, aumentano l’offerta trattamentale dei servizi e non sono eccessivamente dispendiosi in termini di tempo.

Per le ragioni sopra indicate nel 2013 si è esteso il progetto “Family Roots” nelle città di Pescara, L’Aquila, Campobasso, Ancona, Bologna, Palermo e Catania per realizzare il passaggio dalla sperimentazione, e consentire anche grazie all’intervento del Dipartimento per la famiglia, l’implementazione di una pratica di servizio che sia disponibile per più famiglie in più territori. Le Attività previste dal progetto includono:

  • laboratori di implementazione dei risultati raggiunti nelle sedi pilota. rivolte agli operatori di USSM, CPA e IPM;
  • il sostegno alla costruzione del servizio, degli strumenti di lavoro, delle modalità organizzative;
  • la supervisione degli interventi per l’anno in corso;
  • la produzione della documentazione e dei materiali di informazione rivolti alle famiglie.

Per la realizzazione del progetto è stata costituita una cabina di regia sotto la direzione della Dott.ssa Serenella Pesarin, Direttore generale per l'attuazione dei provvedimenti giudiziari del Dipartimento per la Giustizia Minorile.

Gli elementi conoscitivi emersi durante la fase di indagine del progetto europeo family roots hanno evidenziato l’esigenza di un ripensamento del lavoro con le famiglie dei minori autori di reato all’interno del sistema della Giustizia Minorile, poiché:

  • è emersa l’esigenza delle famiglie dei minori autori di reato di fruire di interventi di sostegno mirati al fine di prevenire le ricadute potenzialmente traumatiche dell’evento reato sul sistema familiare;
  • la famiglia può rappresentare un fattore di cambiamento sostenibile, non solo nell’immediato della vicenda penale, ma in una prospettiva evolutiva dell’esperienza di vita del ragazzo;
  • gli operatori della Giustizia Minorile hanno negli anni acquisito esperienza e competenza nel lavoro con le famiglie che sembra ancora scarsamente condiviso, e poco strutturato. Di qui, la necessità di “capitalizzare” questo patrimonio di esperienze e competenze.
  • sulla base di tali riflessioni, si è rivelata la necessità di proporre alcuni modelli di intervento rivolti alle famiglie dei minori autori di reato che possano essere implementabili all’interno del sistema della giustizia minorile.

Sono stati individuati i seguenti quattro modelli d’intervento con le famiglie:

  1. Gruppi di mutuo-aiuto
    1. lunga tradizione di gruppi di sostegno auto-gestiti (es. alcolisti anonimi);
    2. centrati sulla condivisione dello stesso problema;
    3. rapporto di parità tra facilitatore partecipanti ai gruppi;
    4. possibile costituzione di gruppi spontanei di famiglie di minori in conflitto con la giustizia minorile.
  2. Gruppi multifamiliari
    1. forte impianto teorico a impostazione psicoanalitica;
    2. già sperimentato in contesti non clinici;
    3. molto utili per intervenire sulle dinamiche famigliari;
    4. i conduttori non necessitano di training lunghi.
  3. Gruppi ad orientamento gestaltico
    1. forte impianto teorico per il lavoro nei gruppi;
    2. molto centrato sul presente e sulla comunicazione;
    3. i conduttori necessitano di un training più strutturato.
  4. Family Group Conferencing
    1. rientra nella ristorative justice;
    2. non lavora su gruppi di famiglie ma sulla famiglia e eventuali altre figure rilevanti;
    3. offre una procedura molto strutturata ma richiede competenze già in possesso degli operatori;
    4. molto utile per acquisire uno stile di lavoro improntato al modello olistico - situazionale.

Dei quattro modelli proposti - di cui segue una breve rappresentazione dei riferimenti teorici - tre hanno come strumento elettivo di lavoro il gruppo di famiglie (mutuo-aiuto, gruppi multifamiliari, gruppi gestalt) mentre il quarto, il Family Group Conferencing, è focalizzato sulla singola famiglia, sulla quale l’operatore lavora sempre in un’ottica gruppale che vede il coinvolgimento, oltre ai familiari più stretti, di tutti gli adulti significativi per il minore.


Il modello dei gruppi di mutuo aiuto

Più che un mezzo, il mutuo-aiuto è una filosofia che si basa su alcuni valori fondamentali universali quali la solidarietà, la condivisione e gratuità, e rappresenta uno spazio in cui le persone sono accomunate dalla loro umanità, senza distinzione di razza, sesso, politica, religione. Auto-aiuto significa aiutarsi l’un l’altro. Si tratta quindi di un modello che rompe la tradizionale verticalità del rapporto medico-paziente e che nasce lì dove invece falliscono altri strumenti di carattere strettamente terapeutico. Il gruppo di auto-aiuto oggi viene usato per molte tipologie di disagio esistenziale e generalmente offre un supporto concreto in numerose situazioni di sofferenza e alienazione. Nel gruppo l’individuo s’inserisce in un piccolo sistema sociale e diventa membro attivo e di sostegno per gli altri componenti del gruppo. Importante è condividere lo stesso obiettivo. Necessario quindi è stabilire fin dall’inizio quelle regole fondamentali che permettono il raggiungimento dell’obiettivo comune.

La natura dei gruppi di mutuo aiuto, come sopra definiti, può così rappresentare un’esperienza, per le famiglie dei minori all’interno del Sistema della Giustizia, attraverso cui esse imparano ad incontrarsi, per condividere le loro esperienze. Da questo scambio essi imparano anche ad aiutarsi. Il verbo “aiutarsi” va inteso nella sua doppia accezione di aiutare se stessi ed aiutarsi vicendevolmente. Il ruolo dell’operatore della Giustizia Minorile non a caso si definisce di facilitatore – potremmo dire d’innesco – di un processo destinato, per quanto possibile, ad alimentarsi autonomamente. Tutte le potenzialità di produrre trasformazioni sono qui già interne al gruppo. Pertanto è opportuno che il facilitatore immagini se stesso come soggetto spogliato di competenze tecniche, che sarà precocemente sostituito da un membro del gruppo.

Appare chiaro che il gruppo di mutuo-aiuto deve la sua efficacia al fatto di essere composto da soggetti che condividono il medesimo problema. Per essere applicato all’interno del sistema della Giustizia Minorile, il modello del mutuo-aiuto subisce una modifica di non poco conto: viene introdotta una figura di facilitatore, rappresentata da un operatore. In sostanza s’introduce all’interno del gruppo un facilitatore esperto che non condivide il problema che invece accomuna tutti gli altri partecipanti. Questa figura, per così dire estranea e per molti versi spuria (rispetto alla struttura classica del mutuo-aiuto) ha il compito di creare l’ambiente adatto affinché ogni membro possa esprimersi. Essa prende infatti il nome di facilitatore o animatore e la sua funzione è transitoria, essendo destinata a scomparire, mano a mano che il gruppo comincia a camminare con le proprie gambe, cioè a sviluppare quella capacità autonoma dei partecipanti di aiutare se stessi e di aiutarsi vicendevolmente.


Il modello del gruppo multifamiliare alla Badaracco

La teorizzazione concernente il Gruppo Multifamiliare rimanda all’esperienza pluridecennale svolta in Argentina da Jorge G. Badaracco il quale, prendendo in considerazione la psicanalisi di gruppo, la terapia familiare e i costrutti teorici da esse derivanti, sperimenta all’interno di un contesto psichiatrico l’utilizzo del dispositivo gruppale multifamiliare che vede la presenza al suo interno di pazienti, loro nuclei familiari, operatori.

Il progetto consiste nella realizzazione di un gruppo di scambio tra più nuclei familiari. Secondo quest’impostazione, il contesto multifamiliare crea un ambiente dove è possibile sperimentare le dinamiche psicologiche della famiglia di origine, offrendo la possibilità di riattualizzarle e ripeterle in nuove forme e con nuovi personaggi nell’esperienza del gruppo. La possibilità di ritrovarsi con altre famiglie che hanno situazioni simili di disagio permette la mobilitazione di emozioni che sono state spesso vissute in solitudine e che ora possono rispecchiarsi nella relazione con altri, favorendo una possibile e nuova modalità relazionale.

In sostanza, l’utilizzo del modello multifamiliare intende offrire un luogo fisico e mentale in cui ripensare il senso delle proprie esperienze genitoriali e familiari. Un luogo che costituisce anche occasione per decantare le emozioni che tali esperienze provocano. Gli operatori della Giustizia Minorile, chiamati a dar vita a questi gruppi, sono ovviamente definiti “conduttori”. Essi assumono cioè una funzione di responsabilità non solo per il corretto svolgimento dell’incontro, bensì per la loro capacità di contribuire all’elaborazione di alcune esperienze riportate nel gruppo, così da renderle più comprensibili, meno estranee. In altri termini: più pensabili. Il conduttore/i conduttori, seppure in una dimensione fortemente rispettosa (non intrusiva) delle esperienze delle famiglie, assumono un ruolo deciso e fanno ricorso al proprio bagaglio di competenze professionali, legate alla capacità di ascolto e di empatia, nonché alla capacità di “razionalizzare” le emozioni sollecitate dall’esperienza di gruppo.


Il modello dei Gruppi della Gestalt

La scelta di inserire i gruppi della Gestalt all’interno dei possibili modelli di intervento rivolti alle famiglie dei minori autori di reato è in linea con l’origine stessa di tali gruppi che nascono non con una valenza terapeutica ma come gruppi di incontro, in particolare tesi a promuovere il riconoscimento dei diritti delle minoranze e a promuovere processi di empowerment dei soggetti che vi partecipavano.

La comprensione del comportamento degli esseri umani va ricercata nella loro imprescindibile natura relazionale. Quest’affermazione può racchiudere l’essenza della prospettiva della psicoterapia della Gestalt.

Nel modello teorico-clinico di quest’approccio terapeutico, un individuo, i partner di una coppia, gli elementi di una famiglia, i membri di un gruppo non sono visti come entità a sé, ma come persone in reciproca interazione in un campo di appartenenza, come soggetti in costante contatto con l’ambiente e con gli altri.

Il terapeuta o il conduttore presterà attenzione in gruppo ai momenti in cui potrà spezzarsi più di frequente la spontaneità nel processo di contatto, i momenti in cui potrà manifestarsi più ansia, o quelli in cui potranno esservi cali o brusche virate dell’eccitazione tra i partecipanti. Osservare tutto quanto accadrà nel reciproco entrare in contatto, le paure vicendevoli nel guardarsi negli occhi, costituirà la base utile a tracciare i contorni di un progetto finalizzato a sostenere e contenere le ansie, ma anche le intenzionalità di crescita a esse sottese, con modalità specifiche per ogni caso, e a favorirà la riscoperta del poter scegliere in libertà e semplicemente, con armonia, freschezza, e la giusta dose di sana aggressività, di avvicinarsi oppure di separarsi.

L’adozione del metodo Gestalt, come ampiamente dettagliato nella presentazione, offre un’occasione alle famiglie dei minori per rielaborare le prassi relazionali nelle loro dinamiche intrafamiliari. Rendendo queste dinamiche più funzionali alle necessità poste dai compiti a cui son chiamati genitori e figli – ciascuno per le loro responsabilità. Responsabilità che riguardano anche l’ambito di quella ridefinizione dell’esperienza rieducativa che l’interazione col sistema della Giustizia richiede. Così come nel modello dei gruppi multifamiliari, l’operatore della Giustizia svolge la funzione di conduttore, che gli viene assegnata in ragione delle competenze specifiche che egli ha acquisito, sia in base alla comprensione della teorie della Gestalt, sia in base alla sua esperienza sul campo (cioè nel lavorare all’interno della Giustizia Minorile). Oltre infatti a garantire il corretto svolgimento degli incontri e il rispetto delle regole previste, egli potrà aiutare le persone in particolare a verificare quali esperienze relazionali o di contatto risultino particolarmente problematiche per la persona e quando i conflitti generati nelle relazioni rischiano di perdere la loro funzione generativa e creativa, degenerando in tendenze distruttive.


Il modello del Family Group Conferencing-FGC

Il FGC richiede la completa riconsiderazione delle modalità d’approccio alla famiglia rispetto ai modelli precedenti, nei quali l’esperienza di gruppo rappresenta sostanzialmente la parte fondamentale del lavoro.

Nel caso del FGC il momento dell’incontro con il gruppo è l’esito di un processo che consente, in genere all’interno di un unico incontro, di assolvere al mandato che ci si è posti. Nel caso del FGC, l’obiettivo dell’intervento è quello di attivare le capacità relazionali e generatrici della famiglia a cui viene restituito lo spazio e l’opportunità di prendere decisioni concrete e condivise che riguardano il minore.

L’approccio del FGC è tuttavia diverso dagli altri proposti poiché persegue un livello ancora più “alto” di empowerment della famiglia e di riattivazione delle sue risorse interne, non espropriandola della capacità di mediazione e di decisione, di cui essa è verosimilmente portatrice. L’attivazione del FGC rappresenta il riconoscimento, da parte dello Stato, di questa superiore capacità della famiglia di elaborare piani di intervento adeguati ed efficaci.

Per evitare che l’operatore che assume la funzione di coordinatore del FGC interferisca con la capacità della famiglia di funzionare e crei condizioni di dipendenza dall’intervento di un terzo, il cuore del lavoro risiede nella fase di preparazione della famiglia finalizzata all’attivazione e al coinvolgimento attivo della rete familiare; nella costruzione di un setting in cui la famiglia si trova ad essere messa di fronte ad un compito specifico e, infine, nell’accompagnare la famiglia in questo percorso offrendole la certezza di avere sempre, in caso di necessità, qualcuno (che si trova fuori dalla stanza) cui fare riferimento durante l’incontro familiare.

Va detto che i modelli di applicazione del FGC sono molteplici. Quello che qui si presenta pone l’accento sulla restituzione del processo decisionale alla famiglia. In sostanza, la famiglia posta davanti ad un problema – o più problemi – deve essere in grado di individuare le risposte più idonee e più coerenti con le sue stesse possibilità e risorse. In tal senso, il modello proposto intende spostare l’attenzione dei servizi della Giustizia dalla gestione della proposta educativa alla preparazione della famiglia alla gestione autonoma di una proposta educativa che essa stessa è stata in grado di generare.

Il ruolo svolto dall’operatore della Giustizia Minorile (in qualità di coordinatore del FGC) fa leva su tutte le competenze di cui egli è portatore e sull’autorevolezza che la funzione svolta nei servizi gli attribuisce.

Ma tale ruolo si arresta nel momento dell’incontro con la famiglia, come ben rappresentato dal fatto che l’operatore non interviene direttamente negli incontri. Va sottolineato il fatto che, proprio a garanzia della neutralità dell’intervento, la funzione del coordinatore può anche non essere ricoperta da un operatore del servizio di Giustizia Minorile.