Intervento del ministro Alfonso Bonafede - "Nemmeno con un fiore. Nemmeno con un clic" - 26 novembre 2019
aggiornamento: 26 novembre 2019
Senato, Sala Koch, evento ‘Nemmeno con un fiore. Nemmeno con un clic’ - 26 novembre 2019
Parlare del problema della violenza sulle donne non è semplice. È molto complicato perché stiamo parlando di un problema estremamente complesso e allora, secondo me, quando lo Stato decide di affrontare un problema, deve cercare anche di analizzarlo, cioè di capire cosa sta succedendo nella società, dove deve intervenire per cambiare le cose e come farlo.
Ci ho pensato in questi giorni perché, in fondo, le giornate in cui si ricorda che esiste un problema, in cui tutta la comunità a livello nazionale e mondiale si unisce per condividere quella lotta, devono essere momenti di riflessione. Qualcosa è scattato nel momento in cui ho letto gli ultimi dati arrivati, quelli delle Forze dell'ordine, i dati dell'Istat.
Nei dati dell'istat di ieri ce ne sono uno o due in particolare che ci devono far riflettere: il primo è quello che ci dice che il 25%, cioè uno italiano su 4 italiani pensa che la violenza sessuale possa essere addebitabile al modo di vestire della donna, mentre l'altro ci dice che per il 40% degli italiani è possibile sottrarsi a un rapporto sessuale non voluto. Poi leggo gli altri dati che ci dicono che ogni quarto d'ora c'è una donna in Italia che è soggetta a violenza, che ogni 72 ore in Italia viene uccisa una donna. Mi chiedo: com’è possibile che ci siano dati di questo tipo, cioè da una parte dicono che il fenomeno è devastante, siamo di fronte a una vera e propria emergenza sociale, e dall'altra parte, è come se la gente non se ne accorgesse, cioè, c'è una in consapevolezza strisciante a livello sociale.
Ci sono tanti problemi di cui la giustizia si occupa, ne prendo uno che non c'entra niente con la violenza sulle donne: la mafia. C’è il problema della mafia, c'è il muro dell'omertà, ma nei contesti in cui c'è la mafia, la società è consapevole, può essere omertosa ma è consapevole che il fenomeno esiste. Qualsiasi problema si vada ad analizzare e che abbia dimensioni così devastanti, è un problema del quale, in quel contesto, la società è consapevole. Riguardo alla violenza sulle donne, no! Ed è incredibile perché è un problema, che anche a voler guardare solamente al nostro Paese, ci rendiamo conto che è trasversale, da nord a sud, e anche tra tutte le varie categorie sociali. Cioè, è diffuso in maniera praticamente omogenea in tutta la società.
Però, camminando per le strade non lo vedi, la gente pensa sempre che riguardi qualcun'altro e questo perché, me lo sono chiesto: perché è così?
Perché questa è la caratteristica della violenza sulle donne. Cioè il primo problema da affrontare e l'isolamento di ogni donna, perché potresti avere il problema nella casa che ti sta vicino e non accorgertene; perché proprio la violenza sulle donne e la diffusione della violenza sulle donne vive su questo primo elemento caratteristico e, cioè, l'isolamento di quella donna. E’ perché?
Perché nella maggior parte dei casi l'autore della violenza ha le chiavi di casa e questo quindi comporta che, di fatto, il fenomeno poi vive all'interno delle mura domestiche e, quindi, poco visibile all'esterno. Ma c'è un altro punto: chi c'è all'interno di quelle mura domestiche? C'è la famiglia, e qui scatta un'altra caratteristica, perché non esiste un fenomeno di violenza in cui la persona che la subisce tenda ad avere un senso di protezione nei confronti del contesto in cui la violenza stessa viene esercitata. Cioè, noi abbiamo donne che nella maggior parte dei casi fanno scattare delle dinamiche di protezione della famiglia. Addirittura, quando poi si parla con le donne subiscono una violenza, ci si accorge che incredibilmente e paradossalmente a volte scatta un fenomeno, una dinamica quasi di senso di protezione anche nei confronti dell'autore della violenza.
Ieri ascoltavo un programma in cui un certo punto la donna diceva che quando l'autore della violenza era andato in carcere lei tendeva addirittura a preoccuparsi per le condizioni di quel… non-uomo, perché chi esercita violenza non si può considerare un uomo. Uomo è un'altra cosa. Scopri poi, andando a vedere, che tra quei dati che arrivano anche dalle Forze dell'ordine, che a volte chi fa la denuncia non vuole nemmeno sottoscrivere il verbale di denuncia, preferisce tornare a casa. Allora capiamo che questo senso di solitudine è il punto di partenza per lo Stato nella lotta alla violenza, cercare di abbattere quelle mura che non sono soltanto fisiche, nel perimetro della casa, ma sono prima di tutto psicologiche, perché la donna che è soggetta alla violenza non è soltanto soggetto ad una violenza fisica ma è anche soggetta a una violenza psicologica che, addirittura, tenta di indurre nella donna un senso di colpa, quasi a dire “dov'è che ho sbagliato? sto sbagliando io?”. E questo senso di colpa, che viene ingenerato dall'autore della violenza (che può essere il marito, il partner, l'ex partner) è indotto prima di tutto dalla società.
I dati dell'Istat ci consegnano una società cinica, capace di guardare con sospetto alle donne che sono soggette a violenza. Ed è questo il punto: quando una donna trova quel coraggio dopo giorni, notti, mesi, anni di violenza, quando trova il coraggio di varcare la soglia di un commissariato di polizia per fare una denuncia, lì chi trova? Ringrazio veramente le Forze dell'ordine, la nostra magistratura, fanno un lavoro straordinario. Ma la donna trova uno Stato che con le sue leggi e con i suoi strumenti e capace di prenderla per mano e di accompagnarla in quel percorso, proteggendo lei e la sua famiglia? Questa è la domanda, questo il punto di partenza dello Stato.
E allora, quando si arriva a fare quella denuncia, allora lo Stato cosa fa? Ed è questo quello che ci siamo chiesti nello scrivere il Codice rosso, un'iniziativa che nasce dall'attività svolta dall'Associazione doppia difesa in particolare da Michelle Hunziker e Giulia Bongiorno, iniziativa che ha posto il problema a tutti i leader che si candidavano, facendo impegnare tutti i leader una volta eletti a portare avanti quella legge. Quando ho giurato come Ministro della Giustizia mi sono ricordato dell'impegno che avevamo preso sostanzialmente tutti e l'ho voluto portare avanti, tra l'altro insieme a Giulia buongiorno, e abbiamo scritto questi primi articoli della legge che riguarda proprio il primo momento, quello in cui la donna presenta la denuncia e, in quel momento, l'agente di polizia che registra quella denuncia deve immediatamente informare l'autorità giudiziaria la quale, entro tre giorni deve sentire la denunciante. Lo Stato stabilisce, per la prima volta, che non c'è discrezionalità nella valutazione dell’urgenza della denuncia di violenza di una donna. C'è sempre l'urgenza e c'è per legge e, questo, è un primo punto di partenza fondamentale, perché a quel punto il magistrato ha la possibilità di sentire la donna e le critiche che riguardano questa parte del Codice rosso vertono proprio sul fatto che tante procure hanno difficoltà nell'affrontare questi tempi. Mi rendo perfettamente conto che si deve intervenire sul punto e cercheremo di investire ancora di più nelle risorse che arrivano alle procure e alle Forze dell'ordine, ma era una cosa da fare. A quel punto, una volta sentita quella persona, lo Stato può mettere in atto tutte le forme di prevenzione possibile che vengono inserite anche dal Codice rosso.
Perché è questa la democrazia: la democrazia non è parlare ogni giorno di cose interne alle forze politiche, perché alla gente non interessa. La democrazia è condividere una soluzione per un problema dei cittadini, per un problema del Paese, e il Codice rosso è un bellissimo esempio perché è entrato in Parlamento con 4 articoli ed è uscito con più di 20 articoli. Ci sono proposte dell'allora maggioranza e dell'allora opposizione, proposte che si sono unite in un impegno comune che permettesse allo Stato di guardare in faccia i familiari delle vittime del femminicidio, di guardare in faccia le donne che hanno subito violenza e dirgli lo Stato è unito, le forze politiche sono unite nella protezione delle donne. Questo è uno Stato che pensa ai propri cittadini.
Ho chiesto al mio staff di informarmi costantemente la mattina e, appena arrivo al Ministero, mi dicono che dai dati sembra che le Forze dell'ordine abbiano effettivamente più strumenti e più possibilità di intervenire, perché ogni donna che denuncia dà chiaramente la possibilità alle Forze dell'ordine di apprendere che c'è una situazione di pericolo e di intervenire. Allora mi dico “forse qualcosa stiamo facendo, ce la stiamo mettendo tutta” e ascolto, perché poi la politica dovrebbe essere soltanto questo, cioè ascoltare le persone che ti vengono a parlare, ascoltare le associazioni.
Spero ora di iniziare un lungo percorso di ascolto delle associazioni che si occupano della violenza sulle donne e, a volte, mi capita di ascoltare le donne. Sono un uomo che fa tesoro di tutto quello che gli raccontano le donne, cerco di farlo mio, anche perché l'equivoco peggiore e più odioso, che non deve essere alimentato, è pensare che il problema del femminicidio, della violenza sulle donne, riguardi le donne.
Riguarda tutti, non c'è uomo in Italia che non debba sentirsi coinvolto in qualche modo nel dovere di difendere le donne nel nostro Paese. Allora magari mi fermano con una scusa perché c'è quel discorso del senso di intimità, e con una scusa, mentre stiamo facendo un selfie, mi prendono in disparte e in un attimo mi dicono “le devo parlare di una cosa” e vedo subito gli occhi lucidi, pieni di lacrime. A volte donne, come è successo pochi giorni fa, che mi raccontano fatti avvenuti 10 anni fa, donne che dopo una terapia con uno psicologo sono tornate ad amare e ad essere amate. Storie in cui c'è stato un lieto fine ma che portano dentro quel dolore e che non riescono a liberarsene, perché lo hanno vissuto intensamente, dentro al cuore, nelle radici più profonde del loro cuore, e quando vivi un dolore in quel modo non te ne liberi, però hanno trovato la forza di uscirne. E allora mi dicono grazie, “grazie non solo per me ma anche per tutte le donne che verranno aiutate da questa legge”. E io a loro dico “non c'entro niente, l'abbiamo fatta tutti insieme” perché questo è quello che deve dire lo Stato, perché ci dobbiamo sentire collettività, dobbiamo sentirci comunità nell'affrontare questo problema.
Questo è il primo passo di fronte a un problema che ha nell'isolamento la sua caratteristica principale: più staremo tutti uniti, più ne parleremo e maggiore sarà la possibilità di arrivare al cuore di queste donne, per convincerle anche a denunciare. La testimonianza di Stach questa mattina è una testimonianza importante, perché ci dice che tutti siamo coinvolti, nessuno può sentirsi escluso, qualsiasi strumento possa arrivare ai cittadini è uno strumento importante, e chiaramente personaggi dello spettacolo, gli artisti, coloro che vengono amati dalle persone, riescono arrivare al cuore della gente e danno un segnale importante ora.
Adesso c'è una frontiera all'interno della lotta alla violenza sulle donne c'è uno spazio in cui lo Stato deve cercare di combattere la violenza che c'è sul web, perché riguardo al web -e ringrazio le testimonianze e l'azione l'attività che stanno facendo due società importanti come Google e Facebook-, le leggi non bastano, le leggi da sole non bastano. Quando si parla soprattutto di web, di tecnologia è importante cercare di lavorare anche sugli strumenti digitali e tecnologici che possono dare una mano.
Al Ministero della Giustizia ora stiamo cercando, assieme alla ministra della digitalizzazione Paola Pisano, stiamo cominciando ad avviare progetti comuni tavoli per lavorare proprio operativamente. Il web è uno strumento meraviglioso di condivisione però è uno strumento che può incrementare la solitudine, perché mentre sei solo nella tua stanza davanti ad un computer, puoi avere anche centinaia migliaia di amici senza incontrare nessuno di quegli amici. E’ un concetto che va bene nella misura in cui ti permette di condividere ma, nello stesso tempo, se non lo sai vivere nel modo giusto, rischia di isolarti ancora di più. E le donne, che sono oggetto di violenza sul web… ed è vero quello che è stato detto prima dal signor Picchio e da Carolina: “le parole fanno più male delle botte, ciò che è accaduto a me non deve più succedere a nessuno”. Ed è incredibile che quelle parole siano state raccolte proprio dal padre di Carolina perché questo non è da considerare così scontato. E’ incredibile che un padre che ha sopportato quel dolore, decida di trasformare quel dolore in impegno civico affinché nessuno debba sopportare quello che ha sopportato sua figlia. Questo è un fatto straordinario e lo Stato con le proprie azioni deve pensare a queste persone, a questi cittadini che non possono rimanere senza risposta. E’ quello che dobbiamo fare tutti insieme quando scriviamo una legge e il Codice rosso in fondo è il frutto anche di quelle storia. La legge sul cyberbullismo è frutto di quelli impegno, non dobbiamo smettere di parlarne, anzi, dobbiamo abbracciare quelle testimonianze e farcene carico. Non basta ascoltare oggi e poi tornare ciascuno alla propria vita, andiamo a casa ricordando la storia di Carolina Picchio, ricordando quello che è accaduto a lei, perché è il minimo che possiamo fare. come cittadini, cercare di ricordarci che quello che è accaduto a lei non deve accadere a nessuno.
È il nostro compito da legislatori è questo: partire da storie drammatiche affinché non si debbano ripetere più. C’è un altro aspetto del Web che va rilevato, perché da un lato aumenta alla solitudine, dall'altro il vigliacco si sente più protetto perché il bullo è prima di tutto un vigliacco, lo diventa ancora di più quando l'atto di violenza e di bullismo lo può esercitare da solo, comodamente, dal cellulare o dalla sua stanza. Ed è su questo che noi dobbiamo intervenire, cercare di far sì che anche in una realtà virtuale la società sia presente, non a controllare ma a proteggere le persone perché non c'è violenza che non possa essere combattuta, anche quella virtuale deve essere combattuta.
Abbiamo anche scritto una norma all'interno del Codice rosso che quella sul Revenge porn, perché quello è il ricatto più odioso. Su quella battaglia noi dobbiamo comunicare a tutti coloro che hanno un cellulare che non basta non essere autore della ripresa per sentirsi innocenti o a posto con la coscienza. Quando ricevi un video che riguarda una donna che non ha dato nessun consenso, che riguarda una donna in un contesto intimo, non basta dire “vabbè non l'ho fatto io, aspetta che lo mando ai miei amici”. Non basta, perché oggi quel comportamento può essere anche passibile di processo penale, può anche configurare un reato, perché abbiamo voluto dire alla società che anche quella è una forma di vigliaccheria. “non l'ho fatto io, mi arriva, però mi faccio due risate con gli amici”: mai più!
Chiaramente stiamo cercando di dare anche un contributo economico a chi è costretto a ripartire. Adesso ci sarà un fondo per gli orfani delle donne uccise per femminicidio, perché spesso purtroppo sono doppiamente orfani, perché magari è stato il padre ad uccidere la madre e allora lo Stato si impegna a cercare di garantirgli il diritto ad andare a scuola, ad avere un sostegno basilare, per potersi inserire da grandi sul lavoro.
È necessario garantire che i centri antiviolenza possano lavorare con un supporto psicologico, la questione economica è importante nella misura in cui l'impegno economico si trasforma in attività concreta a protezione delle donne. Ma il primo. lo dico perché questo è un evento che magari va sui social e arriva a tante persone, il primo punto è l'attività di diffusione e l’attività di educazione che ci impegna tutti rispetto alle nuove generazioni.
Abbiamo bisogno di una generazione che si allontana dal concetto della violenza sulle donne, anzi che sia allontana per condannare quegli atti di violenza. Mi rivolgo veramente ai tanti ragazzi che sono qui oggi e che hanno ascoltato tutto questo incontro: vi auguro di amare, sappiate che avrete momenti di felicità momenti di delusione negli amori che avrete, vi auguro di essere liberi di amare, perché la legge sul codice rosso tutto la questione della violenza sulle donne a volte viene spesso chiusa nel discorso del proteggere fisicamente. E’ troppo limitativo, non è questo l'obiettivo, non soltanto: l'obiettivo è che ogni donna possa considerarsi libera di amare e di non amare, perché la libertà è il valore più prezioso che abbiamo ed è il valore che lo Stato deve sentirsi chiamato a proteggere. Vi auguro libertà di amare e di non amare e ricordatevi questo è lo spirito con cui stiamo vivendo tutti insieme questa battaglia. La violenza sulle donne non è una questione di protezione soltanto fisica ma è una questione a 360° di diritto alla libertà.
Alfonso Bonafede
ministro della giustizia