Lo stato delle indagini riguardanti il terrorismo islamico

"La cooperazione giudiziaria e il contrasto del finanziamento del terrorismo internazionale"

Generale B. Giampaolo Ganzer

Il dopo 11 settembre 2001 ha visto l'emergere di una nuova strategia terroristica, connotata da:
deliberato attacco di massa alle vite umane;
elevata capacità offensiva ed attacchi multipli, che richiamano, tra gli altri, i precedenti attentati alle Ambasciate americane di Kenia e Tanzania dell'agosto 1998;
ricorso massiccio all'azione suicida;
iniziativa portata al di fuori dalle tradizionali aree di crisi, rendendo palese l'esposizione di tutto il mondo alla minaccia.
Questa strategia, per quanto ci riguarda più da vicino, ha confermato l'inserimento in organizzazioni terroristiche di individui in possesso di specifiche capacità tecniche ed in grado di agire in una società aperta quale quella occidentale.
Quest'ultimo appare peraltro uno dei dati più salienti per definire l'azione di contrasto nella lotta al terrorismo. I soggetti evidenziatisi in Italia provengono soprattutto dall'area nord africana. Sono organizzati in cellule, conservano la loro specifica identità nazionale e spesso perseguono obiettivi nazionali, ma collaborano tra loro in Italia e con altri Paesi. All'inizio degli anni Novanta si erano stabiliti in Italia soprattutto gruppi di algerini che utilizzavano il nostro Paese come base logistica e per azioni di proselitismo. Si trattava di gruppi isolati che si inserivano nei flussi migratori dei loro connazionali in Europa, penetrando nelle comunità etniche per mimetizzarsi, si radicavano nei luoghi di culto, moschee e centri islamici. Vi era una presenza rilevante di algerini del GIA ("Gruppo Islamico Armato) e del "El Hidjira Wal Tacer" ("Anatema ed Esilio"), seguiti da egiziani ("Jihad Islamica" e "Jamaa al Islamiya") e marocchini. Negli ultimi anni invece, si è rilevata una crescente presenza di integralisti tunisini. Le indagini hanno consentito di accertare anche le attività di copertura, spesso costituite da attività imprenditoriali autonome, società di servizi di pulizia o di fornitura di servizi commerciali in genere, aziende di import-export, cali center. Si annoverano tuttavia tra gli estremisti anche studenti, tecnici specializzati, artigiani, operai, disoccupati, che vivono in modo assolutamente regolare, attenti a non destare sospetti, soprattutto nell'hinterland delle grandi città, dove è più facile mimetizzarsi. Le moschee continuano a rappresentare lo snodo delle varie cellule fondamentaliste, non necessariamente in quanto centro di estremismo ma comunque di agevole contatto. Il ruolo delle cellule islamiche in Italia, finora, è stato principalmente di supporto logistico, anche di altri gruppi operanti all'estero, soprattutto con finanziamenti e la fabbricazione di documenti falsi. Le indagini hanno dimostrato infatti che il procacciamento di documenti falsi di buona fattura rappresenta una delle attività fondamentali per lo svolgimento dell'attività terroristica. La disponibilità di documenti affidabili per livello tecnico di falsificazione consente ai responsabili dei gruppi terroristici o ai potenziali esecutori di attentati, di spostarsi con pochi rischi. Salvo rare eccezioni, non sono state trovate armi nella disponibilità di terroristi o sospetti all'atto del loro arresto o delle perquisizioni subite, anche se spesso le attività tecniche hanno evidenziato anche questi traffici. Le cellule si autofinanziano svolgendo attività delinquenziali comuni, furti, traffico di stupefacenti, tradizionalmente condannate dalla legge islamica, ma giustificate dalla finalità perseguita (takfir) Verso la fine degli anni `90, i risultati ottenuti con l'azione repressiva dei Paesi della fascia nord africana e maghrebina e le divisioni in seno alle principali organizzazioni terroristiche determinavano l'affievolimento della forza dei gruppi terroristici algerini, con l'eccezione del G.S.P.C. Le indagini sul "Gruppo Salafita per la Predicazione ed il Combattimento" (nato da una scissione del GIA) avevano interessato soprattutto la Campania dove erano presenti algerini aderenti a tale sodalizio, dediti a traffici internazionali di documenti falsi, con collegamenti con le aree di Milano, Vicenza e Santa Maria Capua Vetere e con soggetti operanti in altri Paesi europei. A seguito dell'evoluzione internazionale e dell'intervento in Afghanistan, Osama Bin Laden ed "Al Qaida", costretti ad abbandonare i territori in cui erano stanziati, promuovevano un progetto dalla valenza fortemente evocativa, la costituzione di una sorta di "internazionale islamica" operante sotto la sigla del "Fronte Islamico Internazionale contro gli Ebrei e i Crociati", in grado di rappresentare momento di fusione ed interscambio tra i vari gruppi terroristici. Si è sviluppato in tal modo un jihad sovranazionale, per conseguire obiettivi condivisi, quali l'attacco ad interessi statunitensi, all'Occidente intero ed ai regimi musulmani ritenuti legati agli Stati Uniti. Peraltro, la diaspora di numerosi mujahiddin già impegnati a lungo nei conflitti afghano, bosniaco e ceceno, di svariate nazionalità ed estrazione, accomunati da un forte senso di appartenenza e di militanza, aveva contribuito a modificare la composizione dei vari gruppi di matrice islamica operanti in Europa. Persino i conflitti nazionali contro i regimi dei rispettivi Paesi di origine avevano assunto minore importanza, mentre le esperienze maturate nei campi di addestramento bosniaci prima, afghani ed iracheni dopo, hanno consolidato i legami tra mujaheddin. Nelle più recenti indagini, infatti, è emersa la coesistenza nella medesima struttura di soggetti tunisini, marocchini, algerini, egiziani, somali, curdi, le cui attività sono risultate riconducibili al modello proposto da Osama Bin Laden e da "Al Qaida". In questo quadro, l'Italia, anche per la sua collocazione, si conferma importante snodo internazionale, ove reti estremistiche islamiche installano le proprie strutture di sostegno, finalizzate alla ricerca di falsi documenti o altro materiale logistico, al reperimento di fondi, all'aiuto nei confronti di coloro che devono sottrarsi alle ricerche di altre autorità. L'attuale livello della minaccia di gruppi così costituiti deve ritenersi tuttavia accresciuto in quanto, alle più tradizionali attività delittuose si è da tempo aggiunta un'accentuata azione di reclutamento per azioni terroristiche in Europa ed altre aree ed una dichiarata e parzialmente verificata disponibilità ad effettuare azioni suicide. In Italia si sta anche assistendo a forme nuove di dislocazione territoriale dei jihadisti che molto spesso si spostano dalle grandi città verso località periferiche ove i controlli vengono ritenuti minori. Le moschee mantengono un ruolo importante per il fondamentalismo islamico, poiché frequentemente vengono utilizzate per la diffusione di messaggi propagandistici di contenuto radicale e di tono antioccidentale rivolti alla comunità dei fedeli. In questi casi, il confine tra libertà di culto ed attività illegali può facilmente essere superato, con una costante azione di proselitismo e con vere e proprie attività di finanziamento, attraverso la zakat.
Tra gli interventi di repressione più significativi sono da ricordare:
l'operazione "Moskea", prima nel settore, conclusasi nel giugno del 1995 nelle città di Roma, Napoli e Milano con l'arresto di tredici aderenti al "Gruppo Islamico Armato" ed ali' "Esercito Islamico di Salvezza", responsabili di procacciamento di armi da inviare in Algeria e di altre attività delittuose;
l'operazione "Crociata" che ha disarticolato una rete di cittadini algerini, presente a Napoli ed in varie città della Lombardia e del Veneto, con l'arresto di undici appartenenti all'organizzazione integralista "El Hidjira Wal Takfir" ("Anatema ed Esilio"), collegati a cellule in Francia, Germania, Gran Bretagna, Olanda e Svizzera;
l'operazione "Al Muhajirun" (il viaggiatore), che ha portato all'arresto, nell'aprile 2001, di cinque membri del "Gruppo Salafita per la Predicazione ed il Combattimento" algerino e del "Gruppo Combattente Tunisino". Lo sviluppo di tali indagini consentiva l'emissione di ulteriori cinque provvedimenti di custodia cautelare in carcere per associazione per delinquere finalizzata al traffico di armi, alla falsificazione di documenti ed al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, due dei quali da eseguirsi in Germania ed in Francia. In tale contesto investigativo emergevano cenni al reperimento di materiali per la costruzione di ordigni esplosivi, alla falsificazione di documenti di soggiorno per membri dell'organizzazione e la conoscenza dell'attività di gruppi integralisti islamici in Afghanistan. Le investigazioni che avevano condotto a quest'ultima operazione avevano confermato i contatti internazionali tenuti da militanti localizzati in Italia con elementi in Inghilterra, Spagna, Francia, Germania e Belgio;
l'operazione "Bazar" che ha portato all'arresto, inizialmente, di sei tunisini ed un libico accusati di associazione terroristica internazionale, ricettazione e falsificazione di documenti. L'associazione non era riconducibile ad una specifica sigla già conosciuta, ma all'insieme eterogeneo di gruppi fondamentalisti che si riconoscono nella linea di"Al Qaida", divenuta una sorta di emblema sotto cui collocare ogni attentato di matrice islamista. Nell'inchiesta milanese in questione emergeva che il gruppo indagato si riforniva di documenti falsi da altri jihadisti operanti a Napoli e che costoro spedivano documenti dello stesso tipo a vari gruppi all'estero.
L'indagine proseguiva, unificandosi con altra della Polizia di Stato, sull'organizzazione sunnita "Ansar Al Islam" e sulle sue ramificazioni in Italia. L'attività investigativa documentava l'esistenza di una rete di reclutamento per l'invio di volontari/mujaheddin nei campi di addestramento situati a Kurmal, distretto di Sulemaniya, enclave curda nel Nord Iraq sotto il controllo di "Ansar Al Islam", attraverso un percorso che, partendo dall'Italia, prevedeva soste in Turchia e Siria, Paesi in cui erano presenti strutture di sostegno all'organizzazione. La fazione curda, in particolare, localizzata prevalentemente in territorio siriano, agevolava il transito di combattenti verso l'Iraq, attraverso l'ausilio di propri passeur. La cellula, con ramificazioni in altre città del Nord Italia, era altresì dedita al supporto logistico della filiera, attraverso il reperimento di falsi documenti d'identità e l'invio di somme di denaro ai fratelli combattenti. I due curdi arrestati risultavano coinvolti nell'agevolazione dell'immigrazione clandestina di connazionali verso l'Italia, da dove raggiungevano successivamente altri Paesi europei. All'inizio di aprile dello scorso anno venivano colpiti da ordinanza di custodia cautelare in carcere del GIP di Milano l'imam della moschea di Cremona Trabelsi Mourad ed il bibliotecario Drissi Noureddine di cui erano state intercettate comunicazioni telefoniche mentre si trovava nel campo di addestramento di Kurmal in Kurdistan, dove gli venivano inviate le somme di denaro raccolte in Italia. Il 25 novembre dello stesso 2003, ulteriore sviluppo delle indagini preliminari portava alla emissione, nell'ambito della stessa inchiesta, di provvedimenti restrittivi per analoghi reati a carico di un curdo, rimasto latitante e ritenuto personaggio di rilievo, di un algerino e di tre tunisini. Il legislatore italiano ha promosso lo sviluppo di indagini finanziarie, tradizionalmente utilizzate per la repressione dei reati economici e di criminalità organizzata, nella lotta al terrorismo.
Era emerso, infatti, che alcune organizzazioni terroristiche, operanti a livello internazionale:
dispongono di ingenti risorse da movimentare in più Paesi;
sono finanziate sia con attività tipicamente criminali, quali il traffico di stupefacenti, reati contro il patrimonio, contrabbando, sia con attività apparentemente legali quali contributi individuali e collettivi e vendite di pubblicazioni;
movimentano fondi attraverso gli strumenti finanziari tradizionali e gli "alternative remittance systems" che prevedono l'impiego di persone o agenzie di servizi per il trasferimento di denaro da un Paese all'altro evitando, in parte, la trasmissione dei flussi attraverso gli intermediari bancari.
L'attività di indagine finanziaria deve pertanto essere sostenuta da una costante e piena collaborazione tra tutte le componenti impegnate nella prevenzione e nella repressione. L'acquisizione di indicatori di carattere economico potrà servire alla completa comprensione del fenomeno terroristico e dei suoi sviluppi e potrà orientare i successivi indirizzi operativi. Da un lato, la ricostruzione dei flussi finanziari può consentire l'individuazione di soggetti ed organizzazioni economiche di sostegno dei terroristi, difficilmente individuabili attraverso il ricorso alle tecniche investigative tradizionali, dall'altro l'indagine finanziaria può essere corroborata dalle informazioni sulle organizzazioni terroristiche. In ambito internazionale, di fronte ad una minaccia di tale entità, occorre creare moduli di cooperazione rapidi ed efficaci tra le istituzioni dedite alla prevenzione ed alla repressione finanziaria ed analoghe componenti di altri Stati. Si tratta di un'azione sinergica che, oltre a coinvolgere naturalmente i membri dell'UE o del G8, dovrebbe essere stimolata anche nei confronti di Stati terzi. In generale, l'attività investigativa fa emergere una strategia imperniata su una relazione di tipo reticolare dei sodalizi terroristici, funzionale non solo ad una forma di compartimentazione difensiva, ma anche a moltiplicare la minaccia nel teatro occidentale.
L'esperienza tratta dalle indagini compiute nel territorio nazionale ha fatto rilevare che:non sono stati ancora individuati veri e propri casi di finanziamento, con ricorso a strumenti bancari particolarmente sofisticati;
è stata raggiunta la prova giuridica piena della trasmissione e della consegna da parte di determinati soggetti ritenuti appartenenti ad un'associazione terroristica ad altri, spesso quando costoro si trovavano fuori dall'Italia, talvolta addirittura in campi di addestramento. Al riguardo, nel corso della citata indagine "Bazar" sono stati accertati trasferimenti di somme di denaro (mai superiori a dieci milioni di vecchie lire) attraverso canali alternativi rispetto a quelli bancari, come ad esempio quelli della "Western Union"; un'ulteriore attività investigativa si è svolta nei confronti di una serie di persone accusate di aver emesso falsa documentazione fiscale, ai fini dell'evasione di imposta a favore di una ditta individuale nella disponibilità del principale indagato di un'associazione terroristica;
è emersa la costituzione di piccole società intestate a personaggi sospettati di attività terroristiche, sicché appare verosimile il loro utilizzo a scopi di illegale finanziamento delle stesse;
in numerose occasioni sono state sequestrate somme di denaro in contanti, trovate in possesso di indagati e sicuramente destinate ad essere inviate a combattenti all'estero. Per limitarci ai sequestri più significativi, sono stati sequestrati circa 5.000,00 euro in monetine, il 04.09.2002, ad un indagato che rientrava Milano in auto da Bologna; 8.525,00 euro sono stati sequestrati il 12.07.2002 a Milano.
Il più concreto elemento che dimostra l'esistenza di collegamenti tra le associazioni terroristiche internazionali e la criminalità comune italiana consiste nell'ampia ed accertata disponibilità di documenti di identità di ogni tipo, spesso ricettati o falsificati. Sembra ragionevole supporre che il relativo approvvigionamento sia realizzato presso delinquenti comuni, dediti a questi traffici ed in questo contesto la città di Napoli costituisce un punto di riferimento privilegiato. E' un fatto comunque che, salvo rarissimi casi, i procedimenti per fatti di terrorismo islamico non hanno visto imputati cittadini italiani, mentre spesso vengono arrestati cittadini marocchini, tunisini trovati in possesso di documenti falsi o ricettati, senza che emergano a loro carico elementi circa loro collegamenti con gruppi terroristici.
Non ci sono elementi per affermare l'esistenza di rapporti tra:
associazioni terroristiche internazionali e criminalità organizzata;
associazioni terroristiche internazionali e "Brigate Rosse" o associazioni terroristiche nazionali. La mera attenzione dimostrata dalle "Brigate Rosse" (e da altre componenti di matrice m11), nei loro documenti, alla tematica delle rivendicazioni islamiche contro gli Stati Uniti rientra nel consueto bagaglio propagandistico del brigatismo italiano.
Si possono enucleare ulteriori costanti nella complessa attività posta in essere da militanti radicali islamici:
iniziative di proselitismo e propaganda politica sugli obiettivi ed i metodi della jihad (nel copioso materiale documentale ed informatico sequestrato vi sono volantini, testi di rivendicazioni di attentati compiuti all'estero, manuali per la fabbricazione di ordigni, materiale didattico-propagandistico relativo ad alcuni conflitti);
il tentativo dei settori più radicali di assumere il controllo di alcuni luoghi di culto presenti nel nostro Paese;
accentuata mobilità in campo internazionale di soggetti di interesse, che, utilizzando con estrema cautela mezzi di comunicazione (molteplici cellulari, schede telefoniche ed e-mail), di pagamento (carte di credito), documenti di identità falsi o contraffatti, rendono estremamente complesse le operazioni di ricostruzione dei movimenti e dei collegamenti.
Quest'ultimo punto consente di richiamare l'esigenza di modulare l'azione di contrasto alle nuove emergenze terroristiche, prestando la massima attenzione ai legami internazionali dei militanti per prevenire ed impedire eventuali pianificazioni operative. E' da sottolineare, infatti, che l'azione degli organi investigativi incontra oggi limiti operativi nell'ambito della cooperazione internazionale soprattutto in ragione della disomogenea legislazione nel settore. Sarebbe quindi auspicabile un'armonizzazione delle rispettive normative sia sotto il profilo procedurale che sotto quello sostanziale. Alla luce, poi, di quanto è emerso dalle risultanze investigative, l'esigenza di armonizzazione delle normative riguarda anche il rapporto tra l'innovazione tecnologica e lo sviluppo di nuove metodologie di indagine per il contrasto al terrorismo, con riferimento alle potenzialità operative offerte, per esempio nel campo delle telecomunicazioni. Diventa, quindi, imprescindibile acquisire una collaborazione completa e tempestiva dei gestori di telecomunicazioni eliminando quegli ostacoli di natura normativa o tecnica che impediscono o rallentano l'attività d'indagine. Da ultimo, un richiamo al più grave evento terroristico verificatosi in Europa ad opera del terrorismo di matrice jihadista. La Spagna era da lungo tempo sede di vaste e ben collegate reti islamiste che si riteneva fossero soltanto interessate al supporto logistico, alla provvista di denaro, documenti e materiale alle reti estere. La Spagna ha sostenuto in modo deciso il contrasto al terrorismo internazionale sin dall' 11.09.2001 ed ha compiuto significative operazioni nei confronti delle reti islamiche. La figura di maggior spicco, Imad Eddin Barakat Yarkas alias Abu Dadah, è detenuta dal mese di novembre 2001 e già questo avrebbe potuto rendere la Spagna un obiettivo potenziale. Inoltre "Al Qaida" ed i gruppi islamisti alleati potrebbero aver pianificato o almeno previsto attentati in Europa occidentale da epoca remota, prescegliendo poi il momento più proficuo, anche politicamente, per realizzarli. Per tornare alla minaccia più attuale, infine, si è evidenziato il "Gruppo Islamico Combattente Marocchino" che, unitamente alla componente tunisina, ha manifestato una crescente propensione allo jihadismo dei suoi militanti; all'iniziale rapporto con il G.S.P.C. algerino è subentrata da tempo un'autonoma capacità operativa, nell'ambito del comune progetto islamico internazionale. Queste caratteristiche, come documentato dalle diverse indagini condotte dalle forze di polizia, si sono sinora tradotte essenzialmente nell'afflusso nei campi di addestramento in Afghanistan prima ed in Iraq successivamente, ove sono state realizzate azioni terroristiche anti occidentali. Questo non esclude la possibilità che analoghe azioni vengano progettate in direzione del territorio nazionale anche se, allo stato, i numerosi allarmi non hanno, fortunatamente, trovato riscontri. Per quanto concerne la proliferazione di messaggi di minaccia nei confronti dell'Italia ed in particolare di quelli a firma delle "Brigate Abu Hafs Al Masri", è indubbia la finalità di esercitare una costante pressione mediatica che costringa i destinatari a mantenere elevato il livello di allarme. Va osservato, tuttavia, che, con questa sigla, sono stati in passato rivendicati episodi di cui successivamente è stata esclusa la matrice terroristica. Il fatto che "Al Qaida" non abbia smentito tali comunicati non sembra indicativo, poiché si tratta di attività in ogni caso funzionali alla complessiva strategia propagandistica anti occidentale. Si tratta in ogni caso di vicende in costante e tumultuosa evoluzione, di cui l'azione investigativa condotta in Italia può cogliere solo una minima porzione, anche se le ricadute dirette ed indirette sul Paese sono immediate e, spesso, drammatiche. Basti pensare alla strage di Nassirya o ai rapimenti ed alle uccisioni di nostri connazionali per cui la competenza investigativa ricade sulla Procura di Roma, ma i concreti strumenti di indagine sono comprensibilmente penalizzati dalla difficile situazione irachena. E' indubbio che le ripetute aggressioni, prima contro i militari e poi contro i civili italiani, rientrino in una complessiva e più ampia strategia, cui la componente terroristica internazionale contribuisce con le azioni suicide e con quelle rivolte a condizionare le scelte politiche dei Paesi impegnati in Iraq e, soprattutto, a creare divisioni nel campo occidentale. La lotta al terrorismo in genere ed a quello di matrice islamica, in particolare, richiede invece il massimo dell'unità e della cooperazione fra Stati, in quanto fenomeno transnazionale per eccellenza, da affrontare su un piano condiviso e contestuale di prevenzione e di contrasto, superando i particolarismi e le ambiguità, poiché non vi sono Paesi che si possano ritenere immuni. Emblematico è il caso dell'Arabia Saudita che, dopo aver sottovalutato gli aspetti del finanziamento offerto dalle organizzazioni locali, ha egualmente subito l'aggressione fondamentalista.