Saluto della ministra della Giustizia Marta Cartabia alla presentazione del docufilm ‘Rebibbia Lockdown’ al 78° Festival del cinema di Venezia - 9 settembre 2021
aggiornamento: September 9, 2021
Venezia - Biennale - Presentazione del docufilm ‘Rebibbia Lockdown’ da un'idea di Paola Severino
Buongiorno,
saluto e ringrazio la professoressa Paola Severino. Saluto gli studenti della Luiss, protagonisti di questo docufilm, affidato alla sapiente regia di Fabio Cavalli, la cui attenzione verso il carcere ho potuto già apprezzare in occasione dell’indimenticabile viaggio della Corte Costituzionale nelle carceri.
Sono rammaricata di non aver potuto raccogliere il vostro invito ad assistere di persona a Venezia alla proiezione del docufilm “Rebibbia lockdown”.
Come, e molto più di tutti noi, la comunità del carcere ha vissuto l’angoscia del diffondersi di un virus sconosciuto; ha sofferto la distanza dagli affetti; ha patito la sospensione delle attività, compreso il Progetto Legalità e Merito dell’Università Luiss, che ha portato alcuni studenti, protagonisti del docufilm, ad intessere un dialogo con detenuti impegnati in studi giuridici. Come, e molto più di noi, la comunità del carcere ha sofferto in questo anno e mezzo.
Erano complessivamente 61mila i detenuti all’inizio della pandemia. Più della capienza regolamentare, in un momento in cui a tutti si chiedeva invece il distanziamento. È allora che sono emersi i problemi stratificati e le contraddizioni dell’universo penitenziario. Interrotti i colloqui; fermate le attività esterne; sospeso il lavoro. Il tempo all’improvviso è diventato vuoto di ogni progetto e di ogni speranza, colmo solo delle paure. Il tempo del lockdown in carcere è stato anche il tempo drammatico delle rivolte, su cui molto resta da comprendere.
Ad oggi sono 15 i detenuti morti per covid; e 13 i poliziotti penitenziari. Ad oggi possiamo però anche dire che i vaccini hanno raggiunto circa l’80% della popolazione reclusa. E questo è un dato di cui possiamo andare fieri.
In qualche misura la pandemia ci ha aiutati tutti a immedesimarci nell’esperienza della limitazione della libertà, che è l’esperienza quotidiana di chi vive in carcere. Durante il lockdown non si poteva uscire di casa se non per esigenze impellenti. Gli spostamenti sono stati a lungo limitati all’essenziale. I rapporti diradati e distanziati.
La pandemia vissuta in carcere resta una esperienza imparagonabile per drammaticità, ma forse oggi abbiamo qualche strumento in più per comprenderci reciprocamente.
Far dialogare, come si propone il Progetto della Luiss, giovani universitari con studenti–detenuti, significa costruire un ponte tra il dentro e il fuori. Ho già avuto occasione di esprimere alla professoressa Severino tutta la mia ammirazione e tutto il mio apprezzamento per questo progetto che, mi auguro, possa essere imitato da altri, perché attraversare quei cancelli fa bene a chi si trova al di là di essi, ma fa bene anche a chi li attraversa. Se ne esce segnati. Per questo ringrazio il regista, caro amico Fabio Cavalli, per la sua attenzione a raccontare il mondo del carcere.
Proiettare la vita dei detenuti e i rapporti con gli studenti sul grande schermo e un grande contributo a squarciare il velo di ignoranza che ci separa da un pezzo importante della nostra società. È davvero importante che mondo del cinema sia, come mi pare essere sempre più, attento all’universo-carcere e sempre più pronto a raccontarlo, come dimostrano le diverse opere presentate a Venezia.
Occorre aver visto gli spazi delle celle, occorre aver ascoltato il rumore dei cancelli, occorre aver respirato l’aria dei raggi per iniziare a comprendere.
Ringrazio allora tutti i protagonisti del docufilm e la professoressa Severino, per aver permesso ad ancora più persone di vedere. E di provare a comprendere.
Buona visione a tutti
Marta Cartabia