Visita della ministra della Giustizia Marta Cartabia alla Corte d'appello di Napoli - 20 luglio 2021
aggiornamento: July 20, 2021
Corte d'appello di Napoli, Sala dell'Arengario - Convegno sull’ufficio del processo
Grazie Presidente. Saluto insieme a lei il procuratore, il presidente dell'Ordine degli Avvocati, tutte le autorità presenti, il presidente del tribunale, il procuratore e tutti i presenti che stanno seguendo questo incontro in questa sala o in diretta.
Vi ringrazio sinceramente per l'accoglienza calorosa che mi avete riservato, che è pari solo alla gravità di quanto ho sentito negli interventi che mi hanno preceduto. I viaggi che sto facendo nelle Corti d’Appello mirano non tanto a propagandare ciò che avviene al Ministero o ad illustrare le proposte che pure ci intratterranno, perché meritano di essere conosciute adeguatamente, ma sono motivati dalle esigenze - che io avverto - di conoscere da vicino i reali problemi di ogni situazione territoriale, ogni situazione territoriale che è diversa l’una dall’altra, come ha sottolineato in particolare il Procuratore Generale.
Cioè che un tessuto criminale che convoglia un numero di processi così gravi, così seri, negli uffici giudiziari napoletani è diverso da ciò che avviene da altre parti: ha bisogno di strutture e di risposte diverse.
Ma nella diversità delle situazioni, nella diversità e nella gravità del malfunzionamento della Giustizia che mi avete voi illustrato, non posso non ribadire che questo non è un problema che può essere lasciato senza risposte, senza soluzioni: lo “status quo” non è un'opzione sul tavolo.
Dopo quanto ho sentito circa il numero delle pendenze, i tempi di definizione dei giudizi che in appello arrivano a 5 anni, i tempi di trasmissione degli atti che - diceva il presidente - a volte impegnano due anni tra il primo grado e l'arrivo in corte d'appello, io mi domando: possiamo noi stare inerti? Possiamo stare fermi di fronte a una giustizia che non è un Frecciarossa, Procuratore Generale, non è il Frecciarossa che in un'ora e 10 ci porta da Napoli a Roma, che non deve fermarsi mai nella campagna di Frosinone. Ma possiamo noi, per usare una sua metafora, tornare al calesse proprio perché il Frecciarossa non si inceppi?
Io mi faccio e vi faccio queste domande. Lo faccio perché la giustizia deve funzionare non per un'immagine efficientistica che noi abbiamo: non è il milanese che arriva a Napoli.
Credetemi non è questo, non è neanche la risposta che noi dobbiamo dare all'Europa, che pure è necessaria, perché altrimenti noi perderemo i 219 miliardi che l'Europa sta dando al Paese per la rinascita. Non è questo, la giustizia deve funzionare perché solo quando la giustizia funziona c'è un presidio contro la legge del più forte, contro quella aggressività e arroganza - di cui parlava il Procuratore Generale - contro le infiltrazioni della criminalità organizzata, che depauperano il tessuto sociale e ne mortificano la vitalità.
Non possiamo stare fermi, non è che l'improcedibilità porterà un problema a Napoli. Il problema c'è già, e allora facciamo qualcosa tutti insieme per affrontarla. Un insigne giurista partenopeo, Francesco Maria Pagano, diceva nelle sue considerazioni sul processo criminale “il criminale processo stabilendo la forma dei pubblici giudizi è la custodia della libertà, la trincea contro la prepotenza, l'indice certo della felicità nazionale”.
Finalmente anche nel dibattito pubblico ci siamo accorti che c'è un nesso strettissimo tra una corretta, celere, tempestiva, giusta amministrazione della giustizia e la prosperità sociale. Lo dobbiamo alla nostra gente, lo dobbiamo ai nostri cittadini, non possiamo crogiolarci in un determinismo, in un fatalismo per cui a Napoli le cose vanno diversamente. Mettiamoci insieme al lavoro.
Per questo il Piano di ripresa e resilienza chiede imperiosamente interventi di riforma sulla giustizia. Perché? Perché la ripresa dell'economia dovrebbe passare , che nesso c’è tra chiederci la riforma del processo civile e penale e la concessione di quei finanziamenti?
Perché c'è un nesso strettissimo tra il benessere sociale e la giustizia che funziona. Io credo che siamo di fronte a un'occasione unica, non perdiamolo quel treno, non perdiamo il treno che sta passando del Recovery, non facciamoci intrappolare in quello che è accaduto ormai da decenni alla giustizia italiana, per cui il punto di vista dei procuratori è diverso da quello degli organi giudicanti, il punto di vista dell'avvocatura è diverso da quello della Corte d'Appello, la Cassazione ha esigenze particolari, imprigionate tutte le riforme della Giustizia in forze centrifughe che paralizzano ogni azione. Non possiamo stare fermi, abbiamo occasione di metterci in moto anche perché mai, mai come in questo momento, sono state mobilitate tante risorse che possono far fronte ai problemi che voi mi avete segnalato.
Presidente, lei mi ha segnalato problemi che parlano di una gravità enorme, e lo segnalava nella relazione per l’inaugurazione dell’Anno Giudiziario dicendo che dal 2016 – in 5 anni – la situazione si è ulteriormente aggravata.
Ulteriormente aggravata dice di un’espressione, dice di un problema che ha radici lontane nel tempo duraturo, persistente. Ma come è potuto accadere, che a Napoli ci fossero 57.418 processi pendenti? E ancor più, dice il Presidente, sarebbero il doppio se non fossero prescritti.
Quel treno, procuratore, si ferma già a Frascati, perché se metà dei processi sono già prescritti oggi il treno lo dobbiamo aggiustare, lo dobbiamo rimettere in moto, non possiamo lasciarlo lì, perché già ora sta accadendo che metà di quei processi vadano in prescrizione e realizzino quell’obbrobrio di cui parlava il Presidente della Corte d'Appello.
Io quando ho visto i dati di Napoli, ma ancor più adesso che li ho sentiti rappresentare così drammaticamente dalle vostre parole, mi sono chiesta che cosa deve fare il ministero. Ma mi sono chiesto che cosa negli anni - non ora! - è successo anche nelle comunicazioni tra Roma e Napoli perché si arrivasse a una situazione così.
Dobbiamo metterci in moto e sono qui a Napoli - lo sapeva che non sarei venuta solo nella città paradisiaca, lasciamo stare i diavoli, che non li vedo, ma il paradiso che sappiamo - non sono venuta solo per incontrare dei grandi giuristi, una scuola di giuristi che è così significativa che anche i miei più stretti collaboratori - molti di loro - vengono proprio da Napoli e qualcuno spero si possa aggiungere al più presto. Sono venuta perché sapevo che sarei andata ad incontrare la realtà più complessa e più difficile, la realtà con maggiori problemi, Ma se l'Italia non rinasce da qui, se la giustizia non riparte da qui, non ce la farà da nessuna parte. Perciò sono venuta, non soltanto per sentirmi fare dei complimenti che giustamente non sono arrivati, ma perché bisogna guardare in faccia i problemi lì dove sono.
Ora, i problemi sono enormi, li avete illustrati voi e non voglio sottolinearli ulteriormente. Non sono soltanto da enunciare, sono da affrontare insieme. Quello che noi dobbiamo fare è farlo anzitutto attraverso l'ingente quantità di risorse che saranno distribuite. C'è una nota che desidero non vada perduta, il Presidente ha sottolineato una distribuzione irrazionale delle risorse parlando di 235 magistrati per i sette Tribunali e soltanto 39 magistrati anche se arrivano a 45 nella Corte d'Appello: queste cose vanno aggiustate.
È ovvio che se si crea una specie di cono in cui all’inizio le Procure producono molto e i Tribunali non riescono a smaltire, le Corti d’Appello ancor meno, e poi non vanno in esecuzione - come così plasticamente ha descritto il Presidente - la giustizia non può funzionare. Sulla distribuzione delle piante organiche dobbiamo fare una riflessione, perché vanno corretti certi errori che matematicamente, strutturalmente non possono produrre dei risultati utili.
Arriveranno risorse, questi giovani su cui avverto scetticismo - questi 16.500 che arriveranno in tutta Italia - vi assicuro che non sono stati mobilitati così per un tentativo di fare degli esperimenti innovativi, magari un po' naif. La formazione, presidente, ci sarà e ci sarà prima che arrivino lì, c'è la mobilitazione del ministero e della Scuola della magistratura. Ma soprattutto è stata fatta questa scelta, di investire così tanto sull’Ufficio del processo, per due ragioni molto concrete e per niente romantiche.
Uno, che esiste in tutta Europa, in tutto il mondo, il giudice non lavora più da solo da nessuna parte, tant'è che me lo ricordava la dottoressa Fabbrini, ieri, in un incontro a Firenze: che quando abbiamo prospettato questo progetto alla Commissione, la Commissione Europea ci ha detto: ma perché non l'avete già? E quindi ha investito tante risorse, perché è qualcosa che funziona: bisogna farlo funzionare. Per esempio, bisogna – lo sentivo ieri dalla presidente Cassano – bisogna immaginare queste risorse non certo a fare il lavoro del giudice. Presidente, non lo vogliamo assolutamente: ma per esempio a dare una mano, ad organizzare per uccidere quei tempi morti tra il deposito della sentenza e il passaggio al grado successivo, che non possono rimanere inerti. C'è di mezzo un tempo su cui l'imputato grava su di lui, se non grava sull’ufficio successivo. Possiamo noi permettere questo, che quell'anno, quei due anni siano lì come una spada di Damocle, ad allungare i tempi nei quali una persona non sa che esito avrà il suo destino, il processo di cui è stato caricato? Allora mettiamo lì a far quello, riorganizziamo i fascicoli, apriamo gli armadi. Non possiamo fare soltanto i processi con i detenuti - giusto - mettiamoci al lavoro per riorganizzare e fare in modo che le cose possano funzionare diversamente.
Tante assunzioni non si erano mai viste prima, gli aspetti tecnici di questo progetto saranno illustrati dalla dottoressa Fabbrini e dagli altri che interverranno, ma vi assicuro che oltre che all'estero - ed è la seconda ragione per cui convintamente mi sono impegnata a sostenere questo progetto, che era già in fase di elaborazione al Ministero - è che in Italia è già stato oggetto di una sperimentazione con successi molto importanti, in molte realtà italiane. Perciò guardiamo, guardiamoci intorno, vediamo dove ha funzionato, in quali termini, per quali funzioni accessorie. L'Ufficio del processo è una struttura duttile che può essere può assistere il singolo giudice, può assistere la sezione, può essere dedicata a uno svolgimento di organizzazione di funzioni ed è appunto una funzione di staff, di aiuto, di supporto e questo supporto può essere soltanto chi ha il governo di un ufficio giudiziario a capire, indirizzare dove è più necessario.
Ora l'Ufficio del processo secondo me è una misura decisiva, ma so bene che non è sufficiente. Un altro dato che mi ha impressionato da quando ho accettato questa carica di servizio - perché ministro vuol dire servizio e mai lo è come per il Ministro della Giustizia in questo momento in Italia - l'Ufficio del processo non può essere la panacea di tutti i problemi, specie in una realtà come questa. Un dato che mi ha impressionato dall'inizio è che in Italia il numero di giudici, di magistrati, complessivamente per 100.000 abitanti è la metà di quello che c'è in Germania. Allora è evidente che abbiamo un motore a scartamento ridotto, che non funziona, abbiamo bisogno di più personale, di più magistrati, abbiamo bisogno di più personale amministrativo, di dirigenti, di uffici di cancelleria: tra l'altro oltre che l'Ufficio del processo con questi soldi del Recovery ci sono anche 5400 persone che arriveranno a dare supporto per funzioni tecnico-amministrative, perché evidentemente anche questa è una necessità. Ma è per questo che mi sono adoperata sin da subito con un grave sforzo del Ministero per non fermare le macchine dei concorsi, che erano fermi a causa della pandemia, e che se non vogliamo lasciare fermi per sempre ci dobbiamo reinventare e così, dopo l’esame di avvocato, abbiamo reinventato anche il concorso in magistratura, che come sapete si è svolto la scorsa settimana in sei sedi diverse, mentre tradizionalmente era una sede nazionale.
E non si potevano fare arrivare evidentemente in un unico luogo 10mila persone in condizioni di pandemia, con grave impegno organizzativo e anche economico per portarlo avanti. E già l'ho detto e lo ribadisco qui ci sarà un altro concorso bandito subito dopo l'estate, perché giudici non bastano, ne abbiamo bisogno di più e bisogna anche rivedere le piante organiche per cui bisognerà anche ritoccare questo aspetto.
In questi giorni, tra l'altro, un'altra idea alla quale stiamo lavorando - perché veramente non stiamo pensando, presidente e procuratore generale, di accorciare i tempi del processo solo con la tagliola della prescrizione. C'è uno sforzo immane di supporto all'attività della giustizia, per esempio in questi giorni qualcuno mi raccontava anche di un desiderio di alcuni magistrati che sono già in età pensionabile di - come dire? – mettersi a disposizione. Io non so se questo sarà possibile, non so se sarà possibile politicamente, se il CSM potrà essere d'accordo: ma è un'altra idea, una sorta appunto di “task force” di solidarietà nazionale che potrebbe essere di aiuto, sempre che sia gradita, sempre che ci sia l’effettiva disponibilità da parte delle persone.
E poi: altri concorsi per i cancellieri, bisogna sbloccare quelli per i dirigenti amministrativi, 308 risorse arriveranno anche in questo distretto. E poi la tecnologia, stiamo lavorando moltissimo anche - e voi lo sapete bene perché avete subito che cosa significa quando si blocca il processo informatico - la necessità di un miglioramento dei servizi esistenti e la necessità di sviluppare enormemente nuovi prodotti, sempre nell'ottica di facilitare il lavoro di tutti. Anche su questo il nuovo direttore del DGSIA sta lavorando e sta cercando di capire dove sono le criticità e come si possono sviluppare le nuove prospettive, le nuove potenzialità della digitalizzazione. Abbiamo bisogno di supporti informatici ai passi coi tempi, Napoli deve essere messa in condizioni di poter garantire ai suoi cittadini una adeguata risposta giudiziaria. Io sono venuta qui per questo, sapevo che sarebbe stato un incontro faticoso, ma volevo essere qui per offrire concretamente tutto il supporto necessario che Il ministero può dare. Il supporto, ma i protagonisti siete voi, l’ha detto anche il Procuratore Generale: la guida, il volante di questa macchina è nelle vostre mani. Fateci capire di quale carburante avete bisogno e noi possiamo offrirvelo: ma a condurre possono essere soltanto i capi degli uffici giudiziari e tutti i protagonisti degli uffici napoletani. Perché Napoli non ce la può fare? Ce la deve fare, è una terra piena di risorse: intellettuali e culturali, di una ricchezza, di una vivacità anche umana preziosissima per tutto il Paese. Perché non ce la dovrebbe fare? E guardate che le vostre preoccupazioni, la preoccupazione di vedere andare impuniti - questi ambiti di impunità che qui non si possono tollerare qui, più che in ogni altro posto - sono le mie preoccupazioni. L'ho già detto e l'ho già ripetuto e continuerò a ripeterlo che ogni processo che non arriva ad una sentenza definitiva è una sconfitta. Quelle decine di migliaia di processi che già oggi vanno in prescrizione - non dopo la riforma, ma già oggi, come mi avete detto - sono una sconfitta dello Stato, non possiamo più permettercelo. Ma è anche una sconfitta dello Stato se la risposta arriva tardi, se la risposta ai cittadini arriva in tempi non ragionevoli. Tutti gli Abele e tutti i Caino attendono un giudizio severo, giusto, e presto, tempestivo. Questo è quello che la Costituzione ci chiede e io non ho altre bussole nel guidare questo difficile processo di riforme, difficilissimo, perché oltre che le varie categorie e attori degli organi giudiziari che, come avete detto, spingono in direzioni diverse, anche le forze politiche spingono in direzione diametralmente opposte. Ma questa riforma deve essere fatta con gli aggiustamenti tecnici necessari perché lo “status quo” non può rimanere tale.
So molto bene che i termini indicati sono esigenti, per questa realtà, perché partiamo da un ritardo enorme, partiamo da tempi che coprono – lo avete detto voi – addirittura 5 anni: mi risultano 2031 giorni per la definizione dei processi in appello. Però non sono termini inventati, sono i termini della legge Pinto, sono i termini che già il nostro ordinamento - oltre che tutta l'Europa - definisce come i termini della ragionevole durata del processo, che è un principio costituzionale.
Napoli è in difficoltà, lo sappiamo: sono qui – scusatemi, ma sono qui - proprio perché lo so: non è una passeggiata venire nel luogo più difficile, so anche che ci sono altri 6 distretti che seguono i problemi di Napoli a stretta distanza, ma so anche che ci sono 19 su 29 corti d'Appello che sono già all'altezza della sfida che ci siamo dati e alcune possono arrivarci molto velocemente. Sto facendo questo viaggio e andrò anche oggi pomeriggio al Tribunale di Napoli Nord per andare a toccare con mano le realtà, per conoscere dalla vivavoce - perché è diverso leggere dei report, dei dati statistici o sentirli raccontare o vedere i luoghi dove avvengono certe problematiche - ma sto andando anche come segno di una vicinanza e di un'attenzione particolare che Il ministero ha verso le realtà difficili. Non si vanno a curare i sani, qualunque medico si avvicina di più a un paziente grave e gli dedica maggiore attenzione. Perdonatemi, ma sono i vostri dati e quello che voi avete raccontato a farmi dire che qui c'è un paziente grave.
Dobbiamo lavorare per rimediare a questa situazione, lo dobbiamo innanzitutto agli abitanti di questa città, perché questi abitanti, perchè i nostri concittadini abbiano una risposta giusta e tempestiva a quella bruciante domanda di giustizia che è la domanda più bruciante che anima il cuore di ogni essere umano. Questa risposta deve arrivare in tempi celeri altrimenti non saranno tutelate le vittime, gli Abele, né gli imputati, che tante volte non sono neanche Caino, e dobbiamo ricordarcelo.
C'è un passaggio che voglio ricordare in conclusione di questo saluto, di questo intervento che - ribadisco - ha il significato di una vicinanza che il ministero, che Roma vuole dare a questa città, un passaggio tratto da un bel libro di Italo Calvino – “Le città invisibili” - che dice così: “di una città, aggiungo, pur bellissima, commovente nella sua bellezza, unica come Napoli, d'una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda”.
Qui c'è una bruciante domanda di giustizia, e a questa domanda noi siamo tenuti a provare con tutte le nostre energie e le nostre possibilità a dare una risposta.
Grazie.