Saluto della ministra Marta Cartabia alla Conferenza nazionale “Il ruolo dell’università nel contrasto alla violenza di genere” - 10 maggio 2021

aggiornamento: October 10, 2021

 

Videoconferenza con la Sala Capitolare del Senato

 

 

Saluto la Senatrice Valeria Valente

Le Autorità nazionali e internazionali, illustri colleghe e colleghi,

mi rammarico di non essere presente di persona per porgervi il mio personale saluto nell’ambito di questa conferenza, che ha il grande pregio di far agire in modo sinergico attori provenienti da differenti ambiti istituzionali e professionali, tutti accomunati
dall’intento di offrire soluzioni concrete a un fenomeno come quello della violenza di genere, che desta una crescente preoccupazione.

La pandemia – soprattutto nelle prime fasi, segnate da severe misure di lockdown – ha esasperato molte tensioni nelle case, non di rado sfociate in atti di violenza, come denota l’aumento delle denunce per i maltrattamenti domestici nell’ultimo anno. In questo ambito, la giustizia non ha mai fermato il suo corso, i procedimenti per i reati contro gli abusi familiari sono tra quelli che non hanno subito alcuna sospensione e sono stati trattati con priorità. Al contempo, sono state rafforzate le misure atte a facilitare l’accesso, anche telefonico e telematico, ai canali che possano assicurare un sostegno immediato alle vittime.

Molto è stato fatto, ma anche molto resta da fare per contrastare un fenomeno che non esito a qualificare come incivile, perché gravemente lesivo della dignità della persona e fondato su rapporti di prevaricazione, sopruso, potere, proprio in un ambito, quello domestico, dove ogni persona cerca sicurezza, conforto, cura, protezione. Occorre lavorare per estirpare questo male sociale e assicurare una adeguata protezione alle vittime di violenze domestiche.

A questo compito siamo vincolati da specifici obblighi giuridici, oltre che da superiori doveri civili e costituzionali. Tutte le istituzioni sono chiamate a prendersi carico di questo problema e sono tenute ad assolvere a precisi obblighi positivi, come ci ricorda la  Corte europea dei diritti dell’uomo che, già diversi anni fa, in una sentenza di condanna nei confronti dell’Italia, Talpis del 2017, ha ribadito che quindi lo Stato è responsabile quando non è in grado di assicurare una adeguata protezione alle donne contro le  violenze domestiche. L’inerzia non è una opzione. Non è un’opzione tollerata nella civiltà giuridica europea.

Proprio domani, 11 maggio, si celebra il decennale della firma della Convenzione di Istanbul, uno strumento di grande rilevanza, che ha segnato un grande spartiacque nella sensibilizzazione verso le varie forme di violenza, non solo fisica, ma anche morale, che si consumano troppo diffusamente nei confronti delle donne. La Convenzione di Istambul è uno strumento ricchissimo e, per molti aspetti, ancora tutto da esplorare nelle sue molteplici implicazioni. Eppure già è esposto a rischi di indebolimento: seguiamo con apprensione ciò che in proposito sta accadendo in Turchia, proprio nel paese che ha ospitato la firma di questa importante strumento internazionale.

La Convenzione di Istanbul segna un passaggio importante per il contrasto contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, grazie alle sue due anime. Da un lato è uno strumento giuridico vincolante che richiede l’adozione di misure  normative - come l’introduzione di nuove e specifiche fattispecie di reato e nuove sanzioni penali.

Dall’altro si muove anche e soprattutto sul piano della prevenzione, richiede l’integrazione di politiche attive e opera per la trasformazione del contesto culturale.

La Convenzione di Istanbul si struttura intorno alle famose e note 3 “P”, per l’appunto Prevention (prevenzione), Protection (protezione) delle vittime, Prosecution (l’azione penale/processo) degli autori dei reati. Queste linee di azione debbono essere supportate da integrated and coordinated Policies, senza le quali le misure adottate per combattere la violenza di genere non potrebbero avere successo.

La Convenzione di Istanbul compie 10 anni. In questo lasso di tempo l’Italia ha cercato di dare delle risposte, mostrando un impegno attivo.

Dal punto di vista legislativo il passo più importante è stato segnato dalla legge n. 69 del 2019, meglio conosciuta come “codice rosso”, che ha introdotto nuovi delitti, ha inasprito le pene, ha strutturato canali preferenziali di carattere processuale e  organizzativo, finalizzati a perseguire più tempestivamente i reati connessi alla violenza domestica e di genere.

Naturalmente c’è ancora tanto da fare. Il GREVIO, l’organismo europeo di esperti indipendenti che monitora l’attuazione della Convenzione di Istanbul, evidenzia lacune legislative nel nostro paese, ad esempio in tema di affidamento dei figli.
Per parte del Ministero che rappresento l’impegno si articola su alcune fondamentali linee d’intervento di cui ne menziono due:

  1. Insistere sull’attività di monitoraggio permanente sull’implementazione delle misure di tutela processuale delle vittime di reato e sulla mappatura dei servizi di assistenza presenti nel territorio nazionale
  2. valorizzare il coordinamento tra autorità giudiziaria penale e autorità giudiziaria civile, particolarmente necessario ad esempio proprio in tema di affidamento dei figli.

Nel congedarmi e nell’auguravi un proficuo lavoro di riflessione e di scambio di esperienze, mi preme però sottolineare, soprattutto in questa sede, un aspetto che ritengo essenziale. Dicevamo che la Convenzione di Istanbul non agisce solo sul versante del
diritto punitivo, ma chiede anche - e soprattutto - interventi di prevenzione e di sensibilizzazione culturale. Le leggi sono importanti, necessarie, anche in questo ambito.

Ma le regole da sole non bastano mai a cambiare i costumi, anche se sono severe. È necessario un intervento culturale forte di sensibilizzazione specie nei confronti dei giovani.

Per questo, trovo particolarmente apprezzabile l’impegno che le colleghe e i colleghi di diversi atenei italiani hanno profuso per costituire UN.I.RE (Università In rete), un progetto atto a valorizzare il ruolo delle università nella lotta contro la violenza di genere
attraverso una continua opera di ricerca, di didattica e di sensibilizzazione pubblica per la prevenzione del fenomeno.

Buon lavoro a tutti!!!