Intervento della ministra Marta Cartabia in visita al Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità - 26 marzo 2021
aggiornamento: March 26, 2021
Roma, Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità
Voglio rivolgere sentitamente un saluto innanzitutto al nostro splendido capo del Dipartimento, Gemma Tuccillo, con la quale avevamo già intrecciato in altre vesti e in altri contesti istituzionali il nostro percorso professionale e con la quale c’è stata una sintonia sin da subito. Un saluto al Vice Capo Dipartimento dott. Scorza e ai direttori generali Lucia Castellano e Giuseppe Cacciapuoti ma, nello stesso tempo so che, pur non vedendoli, sto salutando tutto il personale amministrativo e di Polizia penitenziaria che presta servizio presso il Dipartimento giustizia minorile e di comunità e, forse, anche nei terminali nel territorio di questo importante settore del ministero della Giustizia.
Vorrei sottolineare che il nome di questo dipartimento, nella sua dizione attuale, contiene una parola sulla quale non dobbiamo sorvolare, perché esprime il senso - che forse mi è più caro - del lavoro che viene svolto nel ministero della Giustizia e, in particolare, in questo nostro settore, la parola Comunità. La comunità è una dimensione umana dalla quale non si può prescindere per identificare e comprendere le ragioni del gesto, dell’attività illecita, che ha portato le persone a intrecciare le loro vite con le nostre attività. La comunità interna ed esterna è il soggetto da coinvolgere nel percorso rieducativo, perché davvero quel percorso possa essere tale. La dottoressa Tuccillo lo ha sottolineato spesso. La comunità, la ricostituzione dei legami e il senso di appartenenza che esprime è sempre la meta verso la quale tendere nella fase dell’esecuzione della pena. Questo vale per tutti, ma a maggior ragione per i minori, che per le più svariate ragioni, spesso radicate in situazioni ambientali e familiari e nel contesto sociale e culturale in cui si sono formati, si ritrovano ad intrecciare più o meno una parte consistente della loro vita con le conseguenze di gesti e azioni inaccettabili per il consorzio sociale, e ancor prima, inaccettabili per loro stessi, davanti ai loro stessi occhi, per le ferite e i drammi che hanno causato intorno a loro.
Si tratta di ferite che in qualche modo sono presenti prima di tutto nelle fragilità, non di rado aggressive, che li abita e che, spesso, sono la ragione prima di quei comportamenti che hanno determinato una frattura con la società. Operare nel contesto della giustizia minorile significa andare alle radici ultime e prendersene cura. In occasione di una breve lezione che avevo modo di svolgere per i ragazzi dell’istituto del Beccaria di Milano, a conclusione di quell’incontro, il Cappellano concludeva con una frase icastica ma a mio parere pur sempre significativa da ricordare. Si rivolgeva ai ragazzi dicendo: “Ragazzi, ricordatevi sempre che non si finisce in carcere, in carcere si inizia”. Il momento dell’esecuzione come momento dell’inizio, momento di nuovo inizio.
Perché questo sia possibile è indispensabile, innanzitutto, individuare e creare legami rigenerativi e da lì riparare il rapporto spezzatosi con l’intera comunità, solo attraverso relazioni rinnovate per i minori ma, invero, anche per gli adulti. E’ possibile promuovere il pieno sviluppo della persona umana che porta alla risocializzazione e alla rieducazione, scopo primo e ultimo delle pene previste dal nostro ordinamento.
Non mi stancherò mai di ripetere che perseguire lo scopo rieducativo della pena non è soltanto un dovere costituzionale ma è un beneficio, non tanto e non solo per il singolo ma, per l’intera società; e lo è massimamente quando si tratta di giovani che hanno davanti tutta un’intera vita. Offrire loro la possibilità di riscatto è anche la più efficace azione che si possa mettere in campo, a tutela della sicurezza e dell’ordine sociale. Il vostro Dipartimento ci ricorda anche che la pena di cui parla l’art.27 della Costituzione non è sinonimo di carcere, Il carcere è una delle pene possibili, talora indispensabili, che debbono essere inflitte, ma non è l’unica.
Il nostro ordinamento ormai da anni conosce una pluralità di forme punitive, pene a tutti gli effetti, non benefici premiali che possono essere svolti all’esterno, con non minore efficacia rieducativa e rigenerativa.
Occorre davvero sviluppare un impegno sull’esecuzione esterna della pena, laddove è possibile, ripeto, a beneficio di tutti, e apprezzo davvero l’impegno che il vostro Dipartimento sta dispiegando per stipulare convenzioni, protocolli, e anche la possibilità di svolgere lavori di pubblica utilità, che costituiscono una parte integrante dei percorsi di messa alla prova. Una misura da diffondere e da sostenere per le ampie potenzialità risocializzanti che essa offre.
Proprio ieri abbiamo avuto un piccolo scambio con il capo Dipartimento quando mi è giunta la notizia dell’avvenuta sottoscrizione presso il tribunale di Torre Annunziata di una convenzione per lo svolgimento di lavori di pubblica utilità nell’area del parco archeologico di Pompei. Per voi forse è una delle tante ma per me, forse non so se sbaglio, la prima che prevede il coinvolgimento in un parco archeologico, che mi ha fatto riflettere molto. Trovo che sia particolarmente pregevole, offrire la possibile di essere messi alla prova con lavori di pubblica utilità in contesti alti, con alto valore culturale, dove si possa sperimentare, in prima persona, concretamente, la soddisfazione che deriva dal vedere la propria azione volta a servizio di realtà che esprimono la grandezza della storia di un popolo.
Credo molto nel valore rieducativo, che possa avere la possibilità di immergersi anche in contesti di bellezza e comunque di alto valore culturale, mettendo il proprio agire al servizio della cura del nostro patrimonio artistico favorendo così, per addizione e non per sottrazione, quella funzione che la nostra costituzione riconduce alla pena. Questo sarà possibile grazie al vostro lavoro di tutti i giorni, che avviene dentro i nostri uffici e dentro le nostre realtà che si rivolgono direttamente ai minori e agli adulti messi alla prova.
Non dimentichiamo mai questo scopo ultimo e questo di più di umanità che il nostro servizio richiede, perché davvero ogni azione sia rivolta a questo scopo alto che la Costituzione è li a ricordarci sempre, minuto per minuto.
Grazie davvero per tutto il lavoro che ciascuno di voi e ciascuno di noi nel proprio ambito conduce quotidianamente, sperando di incontrandovi presto anche nelle forme che ci sono più consone, quelle degli incontri personali.
Grazie davvero!