Inaugurazione anno giudiziario 2025 - Intervento del Ministro Carlo Nordio all'inaugurazione della Corte d'appello di Napoli

aggiornamento: January 25, 2025


25 gennaio 2025

Inaugurazione dell'anno giudiziario 2025 presso la Corte d'appello di Napoli


Signora Presidente della Corte di Appello,

Signor Procuratore generale,

Colleghi della Corte e dei Tribunali, Eminenza, signor Prefetto, Autorità tutte,

E’ un grande onore essere stati invitati in questa aula così solenne dove tempo fa, insieme al Presidente della Repubblica abbiamo inaugurato una sessione importante della Scuola Superiore della magistratura.

Il mio ringraziamento particolare va alla Presidente Covelli che, amica personale, ha portato un grandissimo contributo all’Ispettorato del Ministero della Giustizia, ma soprattutto assieme al suo staff ha realizzato una straordinaria rivoluzione, anche edilizia, di questi ambienti così importanti.

Ma i risultati più importanti sono quelli che sono stati ottenuti dalla riduzione degli arretrati, dall’efficientamento della giustizia, con dei numeri che poi magari vedrò di leggere. Preliminarmente mi scuso perché, proprio per rendere omaggio a questa splendida città, ai magistrati e all’amica presidente di questa bellissima Napoli io ho dovuto comprimere i tempi.

Ringrazio anche il presidente De Luca, che è ammalato, ma è stato così cortese da augurarmi buon lavoro per via telefonica.

Una cosa strana è accaduta oggi, una novità per quanto mi riguarda, dell’inaugurazione di un Anno Giudiziario che è il terzo per me come ministro, ed è stata una novità che mi ha fatto riflettere e in parte anche modificare questo intervento, che altrimenti sarebbe stato un po’ burocratico. E’ stata la celebrazione della Messa alla quale abbiamo assistito prima, memoria che mi ha fatto riflettere su alcuni concetti che esprimerò successivamente.

Il primo ringraziamento che comunque va dato a tutti voi, a tutta la magistratura, è quello di avere reso molto efficiente con interventi quasi miracolosi quello che è l’andamento di questa giustizia. L’Italia è stata la prima ed è la prima ad aver conseguito gli obiettivi del Pnrr. La Commissione Europea ha già riconosciuto che l’Italia è al primo posto in Europa per i finanziamenti ricevuti, a conferma dell’impegno nell’attuazione del Piano che procede nei tempi previsti e nel rispetto degli obiettivi concordati. In tale ambito, nel 2024 il Ministero della giustizia ha positivamente raggiunto tutte le milestone e i target previsti consentendo il pagamento della Quinta e della Sesta rata del PNRR. “Primum edere, deinde philosophari”, sono cifre aride, ma senza i soldi, senza le risorse, la giustizia non funziona. Questo è un merito certamente vostro, della magistratura: il Ministero ha cercato di metterci del suo, ma è un merito che vi va riconosciuto.

Il contributo offerto dagli Uffici del Distretto di Napoli è stato ancor più significativo, e per questo mi sembra opportuno soffermarmi un momento sui numeri di quello che possiamo definire un successo. Sono numeri aridi, in parte già dati dalla presidente, ma ai quali è giusto dare riconoscimento.

Rispetto a questo obiettivo, la Corte di appello di Napoli ha raggiunto il livello di 302 procedimenti ancora pendenti al 30 novembre 2024 , con una diminuzione del 98%.

Secondo i dati disponibili a novembre, anche i Tribunali di Avellino, Benevento, Napoli Nord e Nola, hanno pienamente raggiunto l’obiettivo di abbattimento del 95% dell’arretrato civile pendente al 31.12.2019, Napoli era al - 94,8%, Santa Maria Capua Vetere al - 94,7%, Torre Annunziata il -93,3%. Particolarmente significativo è stato proprio il risultato del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere che partendo da un arretrato, al 2019, di 15.233 procedimenti pendenti, è giunto a soli 809 procedimenti ancora pendenti. Ripeto, queste cifre sono state enunciate e sono anche allegate al nostro sito e quindi non mi soffermo su queste, ma ringrazio ancora una volta l’efficienza e l’operosità della magistratura.

Su quest’ultima vorrei aggiungere due cose. Io scrivo da 30 anni, da magistrato, scrivevo sulla magistratura e, come molti di voi sapranno, molte volte ho usato anche espressioni non del tutto in linea con la vulgata generale. Però di una cosa mi sono sempre sentito orgoglioso di affermare, la sua operosità e la sua competenza. Tutte le volte che ho sentito dire che i magistrati lavorano poco o producono poco ho avuto una sorta di senso di ribellione, come magistrato all’epoca e come ministro ora.

La seconda, un po’ più dolorosa, è quella che qualcuno possa pensare che questa riforma costituzionale sia punitiva per la magistratura. Tutte le opinioni, tutte le manifestazioni di dissenso, sono benvenute, e ringrazio ancora per una manifestazione estremamente composta, il dissenso è il sale della democrazia. Però, che si possa pensare che un ministro che a 30 anni, appena entrato in magistratura, è stato per tre anni alla guida dell’inchiesta contro le Brigate Rosse e tutta la Colonna Veneta e ha assistito alla morte di alcuni dei suoi colleghi, che un ex magistrato possa avere come obiettivo l’umiliazione della magistratura alla quale ha appartenuto, questo lo trovo particolarmente improprio.

La riforma costituzionale è una riforma che ha un’origine esclusivamente tecnica. Lo abbiamo detto, lo abbiamo ripetuto, abbiamo citato Falcone, ormai è quasi stucchevole la rievocazione di questo grandissimo magistrato, che come sappiamo era favorevole alla separazione delle carriere. Abbiamo citato il professor Vassalli, eroe della Resistenza, padre del Codice di procedura penale, ma è lì la ragione tecnica. Quando si è introdotto il sistema penale cosiddetto accusatorio, tutta la struttura costituzionale che avrebbe dovuto accompagnare un sistema rivoluzionario come quello non è stata toccata, prima o dopo doveva esserle toccata. Mi fa piacere che qui vengano esibite le copie della Costituzione, ma la Costituzione ha in se stessa la propria capacità di autorinnovarsi. Ieri, di fronte al Cardinale Ravasi, che mi onora della sua amicizia, ho citato le parole dell’Ecclesiaste “Ogni cosa ha il suo tempo e ogni tempo per ogni cosa”, soltanto la “Veritas Domini manet in aeterno”, cioè quella Costituzione che andava bene con un processo paradossalmente firmato da Alfredo Rocco, da Benito Mussolini e da Vittorio Emanuele III, e che è durato fino al 1988, non andava più bene dopo l’introduzione di un processo completamente incompatibile o in parte incompatibile. Questo è stato ammesso dallo stesso professor Vassalli, ma non c’è nessun reato di lesa maestà e tanto meno un vulnus all’indipendenza – e questo è il terzo concetto che vorrei esprimere – e all’autonomia della magistratura giudicante e requirente. E’ scritto a chiarissime lettere nella riforma costituzionale. Ogni processo alle intenzioni, che sotto sotto si intenda alla fine modificare anche questa, non è altro che un artificio divinatorio, un po’ fantasioso. Perché si deve leggere nella riforma della Costituzione quello che nella riforma non solo non c’è, ma è scritto a chiarissime lettere. E anche qui mi permetto un riferimento personale, vi pare che una persona che per 40 anni ha fatto il pubblico ministero proprio per essere libero e indipendente vorrebbe un pubblico ministero sottoposto al potere esecutivo. E’ già scritto, non avverrà mai, non avverrà “in my name”, non in nome di questa riforma costituzionale, poi in futuro come si sa è nel grembo di Giove.

Due riflessioni, però, su questa novità che mi ha dato l’assistere alla Santa Messa del mattino.

Ieri ho fatto riferimento alle quattro culture che sono alla base, quella giudaico-cristiana e quella greco-romana, della nostra giustizia. Oggi ci troviamo nella città di Benedetto Croce, di cui ho avuto l’onore di visitare la ricchissima biblioteca e dove ho l’onore di essere di essere stato accolto con grande amicizia. Croce era un teologo della libertà e ha scritto quel saggio che magari molti citano senza averlo letto, “Perché non possiamo non dirci cristiani”. Ebbene queste riflessioni che facevo mentre ascoltavo la Santa Messa questa mattina mi hanno riportato a quei concetti dell’Antico e del Nuovo Testamento che dovrebbero ispirare tutti noi, magistrati, avvocati, ministri, operatori tutti. Il primo è quello che troviamo in Giobbe, che come sapete quasi bestemmia perché accusa Dio di essere ingiusto. Si è sempre comportato bene nella vita, ma la vita lo ha ripagato con tutte le disgrazie possibili: la giustizia non è di questo modo, dice Giobbe, anzi il giusto viene punito e il malvagio viene premiato. Poi alla fine il libro cambia, ma forse è un’interpolazione. Il secondo è l’Ecclesiaste, il libro di Qoelet, ancora più brutale, che la giustizia non sia di questo mondo.

E però vi è una terza fonte, quella evangelica, che sembra ancora più brutale, nelle parole di Gesù, quando dice “non giudicate per non essere giudicati” e “non condannate per non essere condannati”. Questo non significa che dobbiamo dissolvere i tribunali o dobbiamo dissolvere la giustizia positiva. Significa semplicemente che noi non possiamo e non dobbiamo dare giudizi morali, dare giudizi etici, perché nessuno può conoscere la coscienza, il foro interno – come si dice in diritto canonico – dell’individuo. Molti che stanno in carcere possono essere intimamente anche migliori di noi.

Nella filosofia di questo grande napoletano che era Benedetto Croce, queste tre forme vengono in un certo senso coniugate. Esse dovrebbero ispirare, come hanno ispirato la mia modestissima persona nell’attività di magistrato, attraverso le due caratteristiche che dovrebbero appunto ispirarne l’attività e sono il buon senso e l’umiltà.

Il magistrato dispone di un colossale potere, di incidere sui beni fondamentali dell’individuo che sono la libertà e l’onore. Una volta che vengono che vengono compromessi “factum infectum fieri nequit”, non c’è possibilità di rimedio. Come dice Manzoni, “una volta che hai preso uno schiaffo, nemmeno il Papa te lo può togliere”.

Ebbene questo colossale potere che viene conferito legittimamente alla magistratura deve essere temperato, secondo me, non tanto e non solo dalle leggi, costituzionali, non costituzionali o ordinamentali. Deve essere temperato dall’umiltà e dal buon senso, questi si imparano attraverso le letture – alcune le ho consigliate Qoelet e l’Ecclesiaste, Giobbe, Croce e ce ne sono tante altre – e ci insegnano i limiti di questa nostra imperfetta natura, gli errori che sono sempre in agguato durante l’esercizio dell’attività soprattutto giudiziaria. Perché è difficile giudicare una persona, non soltanto per il fatto concreto come sappiamo, ma anche per quello che è l’elemento soggettivo del reato, con dolo, con colpa, con preterintenzione. Ecco, umiltà e buon senso non si insegnano all’università, non si scrivono nelle leggi, costituzionali on non costituzionali, ma si imparano con una profonda riflessione e con la cultura generale. Questa è stata la riflessione che mi ha ispirato stamattina la Messa cui ho assistito e della quale ringrazio la presidente.