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venerdì 22 febbraio 2013

Una camping gaz libera Sapori reclusi
Carcere: l’economia carceraria in vetrina
Carcere: partito il Rebibbia
Call Center

Detenuto in cucina - Foto di Davide Dutto

Una camping gaz libera Sapori reclusi

L’associazione Sapori reclusi nasce nel 2010 grazie al fotografo piemontese Davide Dutto che, come racconta una sua sintetica biografia, “dopo una breve esperienza carceraria in qualità di secondino decide che questa carriera non fa per lui”. Evidentemente però l’esperienza lo ha catturato e Dutto continua a pensare a quelli che ha lasciato là dentro. E’ per questo che con l’associazione culturale vuole, “partendo dal comune bisogno di nutrirsi, riunire donne e uomini che vivono nascosti agli occhi dei più con il resto della società, basandosi sulla comune umanità, sui comuni bisogni, desideri, problemi”.

Davide Dutto, nel 2005, in collaborazione con Michele Marziani, realizza Il gambero nero, ricette dal carcere, libro fotografico e e di ricette che  racconta la vita quotidiana dei detenuti nel carcere di Fossano “Piemonte. Fossano. Cuneo. Sotto gli occhi del Monviso. Nel cuore della città. Casa di reclusione maschile”. Davide in questo carcere è di casa: qui viene a scattare fotografie, formato tessera per documenti o foto-ritratti da mandare alle famiglie a casa, per dire che li si ricorda ed essere ricordati. Viene a prendere un pezzettino dell’anima di ciascuno di loro, cerca di fermare i sogni e le speranze su un foglietto di carta satinata, in pochi pixel, per farli uscire legalmente da quelle mura, farli volare liberi. Con questo libro, esito di un progetto ben più grande, ha fatto sì che emergesse un mondo che fa dell’intercultura il suo Articolo 2 della Costituzione degli Uomini Ristretti, se esistesse (l'articolo 1 riconosce,  tutela e promuove la dignità del detenuto, anche attraverso il lavoro). I detenuti, vuoi per la natura stessa della reclusione, vuoi tanto più per il dramma del sovraffollamento, si trovano a vivere in minuscole enclave multi etniche, e quindi è inevitabile che assieme alle lingue si mescolino i gusti, le abitudini, i ricordi. E da questo melting pot nasce qualcosa di inaspettato e affascinante: si uniscono spezie coltivate in climi e terreni tanto distanti e lampi di fuochi accesi nelle mille cucine del mondo. Ciascun detenuto ha offerto all’obiettivo del fotografo una ricetta, frutto della cultura e del sapore della propria terra.

Ad Alessandria, nel carcere San Michele, Sapori reclusi ha contribuito allo sviluppo di Food§Photos in the bottle, progetto che ha portato  cuochi, unanimemente apprezzati, ad incontrare detenuti, per cucinare insieme: undici interni e otto cuochi, imbarcati (forse da un amante del cinema e della fantascienza) sulla nave spaziale Enterprise X-01, osservati attraverso l'obiettivo fotografico di Davide Dutto e dall'assistente di bordo.

Tante sono le iniziative ancora in costruzione che coinvolgono ancora una volta il carcere di Fossano ma non solo: Corti dentro in collaborazione con il Valsusa FilmFest e Food Sound System. Riflessioni di un gastrofilosofo, che vedrà Daniele De Michele, più noto come Don Pasta, cucinare, suonare e raccontare, ribadendomche  "la cucina dietro le sbarre é un atto polituico". Le seguiremo e ve le racconteremo.

La prossima si svolge al carcere di Bollate tra il 25 e il 28 febbraio. Davide Dutto e Sapori reclusi parteciperanno ad una iniziativa organizzata dall’associazione Liberazione in carcere: alcuni monaci tibetani varcheranno per la prima volta le porte di un carcere per realizzare un mandala e mescolare due mondi “nascosti”, il popolo Tibetano ed il popolo recluso.

 

Carcere: l’economia carceraria in vetrina

Milano. Martedì 19 febbraio è stato inaugurato a Milano in Viale dei Mille, 1, il primo polo italiano dell’economia carceraria: 200 metri quadrati e cinque vetrine su strada, espongono prodotti e servizi nati all’interno delle carceri milanesi. L’iniziativa nasce dalla cooperazione fra l’assessorato alle Politiche del lavoro, il Provveditorato dell’Amministrazione penitenziaria per la Regione Lombardia e gli imprenditori che sull’attività lavorativa dei detenuti hanno scommesso. I protagonisti del progetto, denominata AIR – Acceleratore d’Impresa Ristretta - sono 150 detenuti tra uomini e donne, che hanno pene da scontare che variano da quelle di minima entità fino ad arrivare all’ergastolo.

Attività profit e no profit negli istituti di San Vittore, Opera, Bollate e Beccaria hanno prodotto borse, cornici, accessori d’arredo, manufatti artigianali e a rotazione verranno esposte al pubblico; allo stesso modo vengono presentati servizi, i più vari: dalla manutenzione del verde alla coltivazione floro-vivaistiche, dai lavori di falegnameria, sartoria, pelletteria, fino al call center e data entry, banqueting, catering, realizzazione di impianti elettrici, mobili eco-sostenibili, scenografia e produzioni video. E saranno i detenuti a eseguire, a seconda della richiesta, servizi di giardinaggio, interventi come elettricista, falegname, sarto e anche cuoco.

L’assessore al lavoro Cristina Tajani ha spiegato che lo scopo del progetto: “è quello di promuovere l’attività lavorativa dei detenuti, perché il tasso di recidiva è minore fra coloro che durante la detenzione hanno lavorato”.

[FEA]


Carcere: partito il Rebibbia Call Center

Che il lavoro carcerario rappresenti "una delle strade maestre per arrivare alla risocializzazione del detenuto", è stato più volte sostenuto dalla guardasigilli Paola Severino. Anche numerosi studi hanno dimostrato quanto esso costituisca il presupposto fondamentale per la riduzione della recidiva, necessaria a stabilizzare un sistema di deflazione carceraria.

E' in questa prospettiva che si inserisce il protocollo firmato il mese scorso dal garante dei detenuti Angiolo Marroni, dalla direttrice della casa circondariale di Rebibbia Lucia Zainaghi e dal presidente della cooperativa sociale Alternative Gianni Fulvi. Esso prevede l'assunzione di alcune detenute nel call center allestito all'interno del penitenziario romano. La ristrutturazione di un vecchio magazzino, infatti, ha permesso alla società Nover di sviluppare una struttura di 20 postazioni di call center (pc, telefoni, apparati di rete, ecc...) destinate ad offrire un'opportunità di lavoro ad un numero massimo di 40 detenute, italiane e straniere, tra i 21 e i 65 anni, impiegate nel ruolo di operatrici e guidate da due Team Leader esterni.

Al momento le detenute, regolarmente assunte fino al mese di Dicembre, sono 17 e svolgono il loro lavoro ogni giorno, dalle 9 alle 14.Per sottoscrivere il contratto con la società, le detenute idonee alla selezione, hanno seguito un corso di formazione di 5 giorni durante il quale hanno imparato ad utilizzare gli strumenti professionali per poter svolgere l’attività, che, per il periodo iniziale, consiste nel fissare appuntamenti per le commesse gestite dalla Nover, ma destinata poi ad evolvere anche nel teleselling (vendita telefonica). Tre mesi di rodaggio, al termine dei quali si spera di far partire un ulteriore turno pomeridiano che copra la fascia oraria dalle 14,30 alle 19,30.

Non è stato facile far decollare l’ambizioso progetto, dal momento che nessun detenuto all’interno di un penitenziario, ha un accesso così  facilitato   al mondo esterno. Dopo uno studio accurato, il Ministero della Giustizia ha concordato un sistema di controllo che garantisce la massima sicurezza: tramite il centralino esterno della società Nover di Pomezia, che utilizza una tecnologia di tipo predictive centralizzato,  le telefonate vengono gestite da remoto attraverso un server che effettua le telefonate e le invia all'operatore in tempo reale. Ciò significa che solo nel momento in cui il ricevente alza la cornetta, s'inserisce la voce dell'operatrice del Rebibbia Call Center a cui viene inoltrata la chiamata.

La vera novità del protocollo, però, consiste nella possibilità di far valere il contratto anche oltre le mura del penitenziario: le detenute assunte, infatti, una volta scontata la pena, potranno recarsi presso la sede dell’azienda per continuare il proprio lavoro.

[MVC]