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mercoledì 26 settembre 2012

Intervento della guardasigilli Paola Severino alla conferenza stampa su carecere e recidiva



IL SENSO DELLA PENA IN FUNZIONE DEL REINSERIMENTO


I primi atti di governo – con l’approvazione lo scorso dicembre del decreto ‘salva carceri’ - testimoniano la ferma volontà di affrontare la questione penitenziaria iniziando da un primo nodo di fondo: il contrasto alla tensione detentiva e il recupero dell’idea del carcere come extrema ratio. La realizzazione di validi percorsi rieducativi presuppone, anzitutto, la valorizzazione di tutte quelle misure che possano consentire, ferme restando le esigenze di tutela dei cittadini, strade diverse dalla detenzione in carcere.


RAPPORTO CARCERE-RECIDIVA, SI PUO’ E SI DEVE MISURARE


In questi ultimi anni alcune realtà come Bollate, carcere ‘aperto’ al lavoro e ad attività di recupero che ne fanno un modello di eccellenza, hanno fornito risultati incoraggianti sulle diverse modalità della pena in funzione del reinserimento sociale. Tuttavia – come ci è stato segnalato anche dal recente rapporto del Commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa, Nils Muiznieks – in Italia non tutte le riforme sono adeguatamente supportate da valutazioni statistiche e scientifiche. Per questo motivo, il Ministero della Giustizia e il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria hanno deciso di offrire la piena collaborazione all’indagine che prende oggi l’avvio e che sarà condotta dal Sole 24ore, dall’Einaudi Institute for Economics Finance (Eief) e dal Crime Resarch Economic Group (Creg). Sarà un’indagine basata su rigorosi metodi scientifici, con l’obiettivo di valutare quanto e in che misura i diversi tipi di espiazione della pena incidono sulla recidiva. Perché la tendenza a ripetere atti criminosi rappresenta un costo per la società, sia sotto il profilo della sicurezza sia di quello economico.


ALCUNI DATI E UN CONFRONTO CON FRANCIA-GRAN BRETAGNA

Forse non avranno il crisma della scientificità della ricerca che avviamo oggi, ma alcuni dati di precedenti rilevazioni da parte dell’Osservatorio delle misure alternative del Dap sono di indubbio interesse. Nel 2007 è stato infatti calcolato che la recidiva di chi resta tutto il tempo chiuso in prigione è tre volte superiore a quella di chi sconta la condanna con misure alternative alla detenzione:  il 68,5% nel primo caso, il 19% nel secondo. Non solo: il vantaggio è anche economico dal momento che – sempre secondo questa stima - la diminuzione di un solo punto di percentuale della recidiva corrisponde a un risparmio di circa 51milioni di euro all’anno, a livello nazionale.

La strada delle misure alternative alla detenzione è d’altronde stata intrapresa in Francia e Regno Unito, dove i primi risultati sono già visibili. Questi Paesi, a differenza dell’Italia, fanno ricorso in maniera più considerevole a misure alternative: se in Italia l’82,6% delle esecuzioni delle condanne sono scontate in carcere, in Francia e Regno Unito, viceversa, quasi il 75% delle condanne sono scontate all’esterno.


IL LAVORO COME LEVA PER IL REINSERIMENTO

 Le misure alternative immaginano un carcere che promuove l'ingresso graduale verso la libertà rispetto a un carcere in cui prevale l’ozio e in cui i detenuti restano in cella per quasi l’intera parte della giornata. I detenuti che abbiano avviato esperienze di lavoro registrano una sensibile riduzione del tasso di recidiva.

A conferma di questa tendenza  possono citarsi, seppure con riferimento ai detenuti che hanno a suo tempo beneficiato dell’indulto, i dati raccolti da “Italia lavoro”, Agenzia del Ministero del Lavoro: su 2.158 detenuti che hanno avviato tirocini guidati presso aziende, il tasso di recidiva è bassissimo, pari al 2,8%. Senza reinserimento, invece, il dato schizza all’11% entro i sei mesi dall’uscita dal carcere per arrivare a sfiorare il 27% dopo due anni.


POCO LAVORO, DENTRO E FUORI DAL CARCERE

I dati del Dap ci dicono che, al giugno 2012, i detenuti lavoranti sono circa 13.000 su un totale di circa 66mila  presenti.  La maggior parte (10.986) lavorano alle dipendenze dell’Amministrazione penitenziaria (ad esempio in cucina per la preparazione del vitto, pulizie etc), ma lo fanno per periodi molto brevi. Coloro che sono assunti a tempo pieno o part-time da  imprese o cooperative sociali sono un’esigua parte (solo 2.215, pari al 16,7% dei totale dei detenuti lavoranti). Il numero – come si vede dai grafici allegati – è andato diminuendo in questi ultimi anni.  La ‘legge Smuraglia’ – strumento normativo grazie al quale nel 2000 è stato possibile introdurre sgravi fiscali e un abbattimento dell’80% degli oneri contributivi per i lavori di lavoro che assumono detenuti – ha purtroppo risentito delle carenze economiche che hanno interessato il Paese. Dal 2011 non è stato più possibile prevedere sgravi fiscali ma il Governo sta mettendo il massimo impegno per rinvenire i fondi.


MISURE ALTERNATIVE ALLA DETENZIONE

Dal 2006 – anno in cui è stato varato l’indulto – ad oggi,  il numero complessivo delle misure alternative alla detenzione è rimasto sostanzialmente stabile (22.889 nel giugno 2006 e 21.517 nello stesso mese del 2012) ma si deve tener conto che, nel frattempo, i detenuti sono cresciuti di circa 5mila unità. Un dato infine deve far riflettere: tra le misure alternative, gli affidamenti in prova – di grande rilievo nell’ottica del reinserimento reinserimento sociale - hanno subito un crollo di circa il 50% .