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lunedì 31 maggio 2010

Resoconto del ministro della Giustizia Angelino Alfano alla Conferenza di revisione dello Statuto della Corte Penale Internazionale – Kampala, 31 maggio 2010

Il ministro della Giustizia Angelino Alfano

A Kampala, in Uganda, perla dell’Africa, secondo la definizione di Churchill, si sono incontrati, assieme al Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, i rappresentati di 111 Paesi che hanno ratificato lo Statuto di Roma con il quale, nel 1988, è stata istituita la Corte Penale Internazionale. Assieme ad essi – ed è un aspetto di particolare rilievo – sono presenti numerosi osservatori di Paesi importanti, finora pregiudizialmente contrari allo sviluppo della Corte, come Stati Uniti, Russia e Israele.

L’Italia ha svolto un ruolo politico-diplomatico di primo piano nell’istituzione della Corte ed è presente a Kampala con la sobria consapevolezza di dovere compiere altri passi per il consolidamento della giurisdizione penale internazionale, ma anche con l’orgoglio di chi ha contribuito, sin dalle origini, a una campagna di sensibilizzazione internazionale di cui, oggi, si colgono i primi concreti risultati.

La nascita della CPI, con sede all’Aja, affonda le sue radici nelle fasi più buie dei sanguinosi conflitti degli anni ’90 in Africa e in Europa. L’esperienza dei tribunali ad hoc per il Ruanda e la ex Jugoslavia, pur con alcune limitazioni, ha mostrato quanto sia necessaria, nella lotta contro le impunità, l’istituzione di una Corte Penale permanente, indipendente e imparziale, specializzata nel punire le violazioni più efferate del diritto internazionale, i crimini di guerra e il genocidio. Su tale consapevolezza si è innestata l’azione dell’Italia che ha portato, pochi anni dopo, con la conferenza diplomatica di Roma, nell’estate del ’98, alla firma dello Statuto istitutivo della CPI.

A Kampala, ho portato per l’Italia un triplice messaggio. In primo luogo, ho ricordato l’importanza del principio di complementarietà per il corretto funzionamento della Corte. La complementarietà è, sul piano internazionale, l’equivalente, sul piano interno, della sussidiarietà. La giurisdizione della Corte interviene, infatti, solo quando uno Stato non vuole o non è in grado di svolgere i processi. Destinatario in prima battuta rimane lo Stato che è responsabile in prima istanza e deve adoperarsi in ogni modo per rendere giustizia e azzerare le aree grigie dell’impunità. Se il tessuto istituzionale e le strutture giudiziarie interne sono fragili, la collaborazione internazionale può svolgere un ruolo importante come dimostra l’azione dell’Italia – anche tramite il mio Dicastero – a favore del consolidamento dell’ordinamento giudiziario e normativo in diverse aree geografiche, dai Balcani (Kossovo e Macedonia) all’Afghanistan. Per sconfiggere l’impunità è importante assicurare l’equilibrio complessivo dei diversi livelli di giurisdizione di cui la Corte Penale Internazionale deve costituire l’ultimo, ma determinante tassello.

In secondo luogo, ho espresso la posizione del nostro Paese sui principali emendamenti dello Statuto di Roma attualmente in discussione: l’eliminazione dell’art. 124 che consente agli Stati di eliminare in via transitoria (per sette anni) la giurisdizione della Corte rispetto ai propri cittadini o a fatti commessi sul proprio territorio; l’estensione del divieto di impiegare determinate armi in conflitti non internazionali; l’esatta definizione del crimine di aggressione. Su tutti tali aspetti, intendiamo compiere progressi concreti, perseguendo la via maestra del consenso. Per affermare il principio di legalità nelle relazioni internazionali, riteniamo d’altra parte essenziale qualificare con la massima precisione le fattispecie di reato, onde garantire la prevedibilità di funzionamento del sistema giurisdizionale: nella terminologia di Max Weber è il cosiddetto “imperativo legale di calcolabilità”.

In terzo luogo, mi sono adoperato affinché, dopo la stasi degli anni scorsi, sia apra a Kampala una nuova fase di consolidamento della CPI e di rilancio nel processo delle ratifiche dello Statuto di Roma sulla base degli incoraggianti segnali di attenzione verso la Corte provenienti sia dall’Asia che dall’America Latina, con la recente ratifica del Bangladesh e del Cile, sia dagli Stati Uniti, con il mutamento di approccio della nuova amministrazione Obama, con il cui ministro della Giustizia sono in costante contatto. Il mio obiettivo è di accompagnare e rafforzare la tendenza verso la graduale universalizzazione dello Statuto.

Per dare un segnale di fattivo rilancio nella collaborazione con la Corte, ho annunciato, anche formalmente, in pieno accordo con il ministro Frattini, i nuovi tre impegni dell’Italia nei confronti della corte:
1) la creazione di un focal point presso il ministero degli Esteri;
2) l’istituzione di un ufficio di collegamento con la Corte presso il ministero della Giustizia;
3) l’avvio di seminari informativi sulla giurisdizione internazionale.

Ho inteso, poi, ribadire l’impegno dell’Italia a completare l’adeguamento del nostro ordinamento al sistema dello Statuto. Certo, sono consapevole che molti Paesi sono ancora fuori dalla CPI e forse lontani dall’idea di ratificarne il trattato. Ma è oggi indubbio che la Corte sia divenuta un punto essenziale di riferimento della comunità internazionale e uno strumento di garanzia utile a tutti. Utile ai Paesi più piccoli o politicamente e istituzionalmente fragili, per i quali la Corte rappresenta un partner che li tuteli da possibili condizionamenti interni ed esterni; ma utile anche ai Paesi grandi, in grado di assicurare lo stato di diritto e del giusto processo, che hanno però interesse a una diffusione universale di tali principi.

Sono fiducioso che, assieme a tanti leader e ministri presenti, il lavoro che abbiamo svolto a Kampala abbia segnato di fatto una tappa importante nella vita della Corte. Il mio impegno in Italia per migliorare la giustizia trova il suo naturale completamento nell’azione internazionale per l’affermazione nel mondo dei principi di diritto e del giusto processo.

Il mio auspicio è che si possa un domani ricordare lo spirito di Kampala come un momento unitario di consenso e di impegno fattivo per la crescita equilibrata e il rafforzamento della Corte Penale Internazionale, nel profondo convincimento che senza giustizia siano a rischio la pace e la stabilità.

Angelino Alfano
ministro della Giustizia e capo della delegazione italiana alla Conferenza di revisione dello Statuto della Corte Penale Internazionale – Kampala, 31 maggio 2010