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lunedì 11 dicembre 2017

Intervento del Ministro della Giustizia Andrea Orlando alla seduta straordinaria del Consiglio comunale di Firenze a Sollicciano

 
Firenze 11 dicembre 2017
 
Voglio ringraziarvi, e non in modo formale, perché questa è una scelta giusta, coraggiosa, importante ed utile.

Voglio ringraziare il Sindaco Dario Nardella, per la sensibilità che ha dimostrato, verso la questione carceraria e verso la casa circondariale di Sollicciano.

Siamo qui perché dobbiamo occuparci seriamente della “questione Sollicciano”, che ha un’attenzione costante e che sta realizzando progressivamente una sinergia tra il Comune e il Ministero.

La mia presenza vuole essere anzitutto un riconoscimento delle difficoltà che affronta chi lavora in carcere, chi lo frequenta e chi vi si trova ristretto in esecuzione pena, e vuole essere la testimonianza dell’impegno ad affrontare insieme ogni criticità, con costanza e con determinazione. Penso anzitutto al problema del numero di detenuti delle carceri. Quello del sovraffollamento è un tema chiave su cui siamo intervenuti in questa legislatura, ma senz’altro dobbiamo fare molto di più, per incidere in modo più profondo su situazioni come quella di Sollicciano.

Con la riforma dell’ordinamento penitenziario, in corso di attuazione, lo stiamo facendo, potenziando gli strumenti di esecuzione della pena e utilizzando anche forme di esecuzione esterna e ridisegnando in senso più efficace l’esecuzione pena, perché non c’è soltanto la questione del sovraffollamento, che pure ha richiamato l’attenzione dell’opinione pubblica. In un carcere non sovraffollato si possono porre le condizioni per una qualità migliore dell’esecuzione della pena, ma non di per sé questo avviene.

Si tratta di costruire un insieme di strumenti, normativi prima di tutto, che consentano di tener conto della individualità rappresentata da ciascun detenuto. Oggi –ho spesso usato questo termine- abbiamo un carcere fordista, nel senso che affronta situazioni diverse con uguali strumenti. E questo non tiene conto di quanto è cambiato nel carcere, in parallelo a quanto è cambiato nella società. La riforma che oggi disciplina il sistema penitenziario è stata concepita in una fase storica nella quale i ristretti erano tutti provenienti dallo stesso Paese, professavano la stessa religione, avevano caratteristiche criminali omogenee. Oggi tutto questo non è più vero e dobbiamo cercare di costruire un carcere che tenga conto di questa complessità. Spesso –sempre più di frequente- si usa il carcere, come elemento di propaganda elettorale. Il carcere ha un senso compiuto e serve fino in fondo se riesce ad affrontare un tema, che il nostro Paese ha affrontato nell’ambito della esecuzione penale minorile e risolto positivamente, non in quella degli adulti: il tema della recidiva.

Quando si dice più carcere, spesso non si tiene conto del fatto che se il carcere non è un percorso di reinserimento e di riabilitazione, non c’è soltanto il problema di scarsa umanità – così come, peraltro, ci obbligherebbe a fare la Costituzione repubblicana – c’è anche un problema di ricadute sulla collettività, perché se il carcere è semplicemente un intervallo tra un’attività di carattere criminale e l’altra, non serve a chi è ristretto e serve poco anche a chi sta fuori.

Ecco perché io credo che questa legislatura non si potrebbe dire – credo ci siano molti motivi per dirlo – ma compiutamente realizzata sul fronte dell’estensione delle libertà e della tutela dei diritti fondamentali se non si concludesse anche con l’esercizio della delega sulla riforma del sistema penitenziario. 
La qualità delle strutture del carcere non è un aspetto secondario.

Non lo è mai e non lo è qui.

Episodi problematici, come quelli avvenuti anche quest’estate, lo hanno dimostrato. La qualità dell’edificio e dei suoi impianti si riflette sulla qualità della vita delle persone detenute, impedendo alle attività trattamentali di realizzare pienamente quella connessione formativa, culturale e sportiva che pure è resa possibile dai tanti progetti presenti nel carcere. Inoltre, le criticità strutturali aggravano le condizioni di lavoro del personale di Polizia penitenziaria, generando un circolo vizioso. Per questo Sollicciano non deve essere una “questione dimenticata”, né può essere in alcun modo sottovalutata, a livello politico e sociale. Davanti ai problemi strutturali del carcere, che sono emersi, ai quali per troppo tempo non è stata data l’attenzione necessaria, l’unica strada è una strategia complessiva, che sia in grado di intervenire su tutti i punti critici. 

In questi mesi il Ministero ha cercato di essere presente il più possibile, in particolare con l’attenzione del Vertice del Dipartimento. Abbiamo deciso di intervenire con urgenza, e abbiamo intrapreso un dialogo molto positivo con la città. Alcuni interventi sono stati effettuati in economia, grazie all’impegno della Direzione. Penso per esempio alle coperture dei terrazzi. Nel reparto femminile, sono stati ultimati i lavori per realizzare docce con acqua calda in tutte le camere detentive per il reparto giudiziario e sono stati avviati i lavori relativi al reparto penale. Sono già stati finanziati simili adeguamenti anche per i reparti maschili. Dal punto di vista strutturale, entro quest’anno, avverrà l’affidamento dei lavori di manutenzione straordinaria delle coperture e delle facciate dei reparti detentivi, di revisione delle sottocentrali termiche e realizzazione delle dorsali degli impianti idrico-sanitari. I lavori avranno inizio in tempi brevi, presumibilmente entro il primo trimestre del 2018. 

Ma non dovremmo considerare questa mandata di interventi esaustiva, perché molto altro si può fare e si deve fare. Molti altri lavori sono in corso di ultimazione, come la realizzazione della seconda cucina dei reparti maschili o la ristrutturazione per l’apertura della sezione individuata come “articolazione della salute mentale”. È in fase di ultimazione anche il sistema di telecamere lungo tutto il perimetro interno.

All’interno dei progetti finanziati da Cassa Ammende, si sta provvedendo alla ristrutturazione dei passaggi coperti delle 13 sezioni dell’Istituto. Ritengo inoltre importante che il 30 novembre sia stato inaugurato il nuovo reparto accoglienza.

Certo, le criticità ancora presenti nella struttura sono tali da richiedere un’attenzione costante, che coinvolga permanentemente, oltre agli enti locali, la società civile nel suo complesso.

Voglio aggiungere che la riforma della Cassa ammende consentirà una interlocuzione costante per finanziare ulteriori progetti che saranno realizzabili. Credo che la sensibilità di colui che abbiamo chiamato a presiederla, il dottor Gherardo Colombo, sarà messa a disposizione della interlocuzione con questa città e con questo Istituto.

Il Ministero ha voluto fortemente affrontare le criticità del carcere e sono qui per ribadirvi questo impegno, che si affianca all’impegno di potenziare in modo significativo l’organico del personale di Polizia penitenziaria. Stiamo conducendo con il sottosegretario Migliore una battaglia parlamentare, come tutte quelle che ci vedono impegnati ad ogni legge di bilancio, per rafforzare la dotazione organica e consentire appunto di rispondere in una fase di blocco del turn over della Pubblica amministrazione anche a questo tema, così come stiamo lavorando per consentire l’approvazione di una norma che permetta l’assunzione di un numero significativo di assistenti sociali. Un altro tema che ha segnato negativamente la vita del carcere nel corso di questi anni, per la carenza di organici.

Per incidere veramente sui problemi, e per migliorare in modo strutturale le condizioni della popolazione carceraria e del personale, è necessario uno sforzo a 360 gradi. Serve una forte consapevolezza comune.

Tenere una seduta del consiglio comunale qui alla casa circondariale di Sollicciano e dedicarla alle “problematiche relative alla vita delle presone private della libertà e del personale di sorveglianza”, è un passaggio molto importante.

Essere qui è, a mio avviso, una scelta molto significativa, di grande responsabilità politica e sociale per il Comune di Firenze. Non si tratta soltanto di coinvolgere i rappresentanti politici, e di aumentare la loro sensibilità sul tema. Si tratta anche di ascoltare. La giornata di oggi è un’occasione preziosa di ascolto con questa comunità e con tutti coloro che ne fanno parte. So che tutto quello che si fa non è mai abbastanza, ma devo dire con tutta franchezza che l’impegno su questo fronte del Ministero in questi anni, non ha precedenti. E lo dico senza tema di smentita, perché questo è un tema che è un tema che è stato politicamente rimosso da molto tempo: non è un tema che porta voti, non porta consenso, e però segna la cifra di umanità di una Repubblica.

Penso che oggi, se abbiamo riconquistato una credibilità anche di fronte alla CEDU, che alla vigilia dell’insediamento del Governo, stava per condannare il nostro Paese per violazione dei diritti fondamentali e per trattamenti disumani e degradanti, è anche in ragione di uno sforzo che è stato costantemente raccontato e che passa per scelte diverse: dalla riforma dell’ordinamento, come dicevo, all’introduzione di un pieno riconoscimento della funzione della Polizia penitenziaria, che simbolicamente si è concretizzato anche con il riallineamento delle carriere atteso da anni.

Ed è grazie al patrimonio di conoscenze e di competenze della Polizia penitenziaria, di cui quest’anno abbiamo celebrato il bicentenario, se abbiamo potuto dare forma a un nuovo modello di vigilanza, e se possiamo monitorare al meglio nelle carceri le nuove minacce della sicurezza, legate in particolare al terrorismo.

All’interno del percorso di riforma di questi anni, prima della fine della legislatura ci sarà un passaggio molto importante, che non è, lo dò per scontato, semplicemente l’approvazione dei decreti, ma che è un percorso di formazione per l’attuazione del decreto, e gli investimenti che sono previsti in un fondo di dotazione funzionale alla realizzazione dei decreti. Non è una riforma a costo zero, come molte di quelle che sono state previste e, poi, inevitabilmente non realizzate nel nostro Paese.

Nel dettaglio, oltre a un fondo da 20 milioni per gli uffici giudiziari, abbiamo previsto un fondo per sostenere l’attuazione della riforma del processo penale e dell’ordinamento penitenziario, che stanzia 10 milioni per il 2018, 20 per il 2019 e 30 per il 2020. Si tratta di risorse che potranno migliorare in modo tangibile il funzionamento dell’Amministrazione penitenziaria. Le risorse sono ancor più essenziali per chi ogni giorno si impegna per garantire maggiore sicurezza nelle carceri italiane. Ma guardate, la sicurezza passa anche attraverso l’individualizzazione del trattamento, anche questo vale la pena spiegarlo. Voi dovete tenere presente che il processo di radicalizzazione in Europa, si è prevalentemente realizzato nelle carceri e, spesso, la radicalizzazione, che è l’antefatto di fenomeni criminali e di terrorismo, ha come precedente una negazione di diritti all’interno del carcere. Individualizzare il trattamento non solo è giusto ma è conveniente, come insisto a dire. E’ conveniente perché la modalità attraverso le quali si separano le parole d’ordine d’odio dalla criminalità comune. Se si determina una saldatura tra queste due dimensioni, il rischio per la comunità cresce. L’esperienza di altri Paesi è andata esattamente in questa direzione. Noi stiamo cecando di evitare di percorrere esattamente la stessa strada. Servono più risorse e, per questo, l’Amministrazione penitenziaria è stata autorizzata ad assumere 887 agenti del Corpo di Polizia penitenziaria. L’immissione in servizio del personale sta avvenendo proprio in questi mesi, in seguito alla conclusione dei corsi di formazione. Già dalla fine di quest’anno avverrà l’assunzione di ulteriori 1.177 unità di allievi agenti di Polizia penitenziaria, che saranno destinati agli Istituti di formazione. Infine, a novembre è stato aperto un bando per 200 unità di personale di Polizia penitenziaria. Complessivamente, quindi, avremo 2.064 agenti penitenziari in più nelle carceri. All’interno di questo investimento di sistema, vi ribadisco il mio personale impegno affinché gli investimenti previsti vadano a incidere sulle carenze di organico che colpiscono in particolare questa sede.

Nel corso di questi anni di lavoro al Ministero della Giustizia, ci siamo costantemente confrontati con i temi del carcere e della pena.

Con gli Stati Generali dell’Esecuzione Penale non abbiamo solo voluto accompagnare le riforme, che pure ci sono state e che spero si concludano rapidamente, come ho detto. Abbiamo scelto di portare avanti un’operazione culturale, volta ad aprire gli occhi della politica e della società sul carcere, troppo spesso ridotto a qualcosa che non dobbiamo guardare direttamente, che preferiamo dimenticare, o nascondere dietro un muro. È un compito costituzionale, e che non dobbiamo mai perdere di vista, far sì che il carcere non sia, come si scrive nel documento finale degli Stati Generali, un “buio caveau, in cui gettare e richiudere monete che non hanno più corso legale nella società sana e produttiva”.  Abbiamo compiuto questi passi, negli ultimi anni, non come interventi slegati, ma sempre con una prospettiva ben precisa: l’esigenza di dare concretezza a un’idea del carcere che superi il muro di indifferenza che troppo spesso lo separa dalla nostra società. Si compie un esorcismo sociale, pensando che attraverso la reclusione la società risolva alcuni dei suoi problemi, e sempre più spesso, si ha la tentazione di utilizzare il diritto penale, come strumento attraverso il quale combattere fenomeni di carattere sociale: la droga, l’immigrazione, la povertà.

La piena attuazione della Costituzione passa per la necessità di creare ponti di inclusione, corrispondendo all’esigenza fondamentale della nostra civiltà del diritto: “Le pene non possono consistere – come recita l’articolo 27 -  in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. E’ l’unico caso, in tutta la nostra Costituzione, in cui si richiama il termine “umanità”. E’ una coincidenza che, credo, dovrebbe far riflettere.

L’inclusione è oggi la strada maestra per affrontare la questione della sicurezza. “Sicurezza” è ormai una parola pervasiva e porosa, che domina il nostro discorso pubblico, spesso fagocitandolo. Dobbiamo prendere sul serio il tema della sicurezza in un contesto democratico. Nel nostro dibattito pubblico, c’è chi pensa che più sicurezza significhi più carcere, ma l’esperienza ci dice che nel nostro Paese è l’esatto contrario. Le Istituzioni, soprattutto quelle più vicine ai cittadini, i Comuni e le Regioni, devono essere consapevoli che oggi la detenzione in cella, passivizzante e senza alcuno sbocco, rende più insicura tutta la società, perché alimenta un circolo vizioso. Un circolo che riconsegna alla società, una volta usciti dal carcere, cittadini che non hanno altra opportunità che ritornare a delinquere, a volte macchiandosi di reati ancora più gravi di quelli per cui sono stati precedentemente reclusi. Oggi, per parlare con cognizione di causa e con responsabilità di sicurezza nella nostra società democratica, dobbiamo allora acquisire più consapevolezza, e dobbiamo avviare dinamiche di inclusione. Insisto anche qui sulla sinergia, perché in questa sfida gioca un ruolo di primo piano la collaborazione tra le varie Amministrazioni dello Stato, nel rapporto tra pubblico e privato, nella valorizzazione delle esperienze associative e religiose, nel riconoscimento dell’innovazione sociale. 
Davanti ai bisogni di una società fragile, occorre mettere in campo nuovi strumenti, nuove occasioni di “riconnessione sociale”. È un compito “pubblico”, ma non riguarda soltanto lo Stato, e non si limita al ruolo del Ministero della Giustizia. La sfida della riconnessione sociale coinvolge una molteplicità di attori. E richiede quindi un metodo di ascolto, una prospettiva dialogica, non centralista, basata sulla capacità delle Istituzioni, territoriali e locali.

Sollicciano, proprio per le forti criticità che presenta e che ci troviamo ad affrontare insieme, è una prova molto importante del nostro metodo sul carcere e sulla pena. Per questo la sinergia tra il Ministero e il Comune deve essere ulteriormente rafforzata, col contributo delle associazioni e dei corpi intermedi, e con una più forte attenzione politica e sociale, che la seduta di oggi contribuirà certamente ad alimentare. E’ un bel segnale, l’ho detto iniziando le mie considerazioni, perché ogni stagione è giusta per riflettere su questi temi, ma forse questa è una stagione in cui è ancora più utile che nelle altre. Lo dico perché molti paesi dell’UE in queste settimane e mesi, hanno messo in discussione, hanno posto tra parentesi, e molti paesi del Consiglio d’Europa, il ruolo della Corte europea dei diritti dell’uomo. La vicina Francia ha sospeso per 6 mesi l’applicazione della Carta europea dei diritti dell’uomo. Paesi che più recentemente sono entrati, disconoscono la validità immediata delle sentenze all’interno dei loro ordinamenti. 
Pensavamo che l’affermazione dei diritti fondamentali sarebbe stata una cavalcata inarrestabile.

Oggi dobbiamo dire che non è così, e senza un movimento politico, unitario, che metta assieme tutte le forze democratiche che si riconoscono nei valori di quella Carta, questa capacità di espansione, rischia di arrestarsi, addirittura di arretrare.  
Ce lo fa ricordare, se ce lo fossimo dimenticati, la recente decisione che riguarda uno Stato importante come la Polonia, di mettere tra parentesi l’indipendenza e l’autonomia della magistratura.

Voi qui con la vostra presenza, testimoniate una vicinanza a questi valori, che vale come elemento di spinta politica per far sì che la società colpita dalla crisi, e spesso anche distratta dagli imprenditori dell’odio e della paura, smarrisca il senso del percorso di umanizzazione dell’esecuzione penale e, in generale del sistema giudiziario, che con fatica il nostro Paese, ma anche altri Paesi della cd. Europa occidentale hanno saputo percorrere nel corso di questi decenni. E’ una conquista non nostra. E’ una eredità che dobbiamo saper riconsegnare almeno intatta alle generazione che verranno. 

E per questo motivo credo che la vostra presenza qui, la vostra attenzione, la vostra prossimità, anche fisica, a un luogo di sofferenza e di rimozione, come spesso è il carcere, sia un segno che, in una stagione che non sempre offre grandi speranze, fa ben sperare.

E di questo vi voglio ringraziare personalmente.

Andrea Orlando
Ministro della giustizia