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giovedì 23 novembre 2017

Intervento del Ministro della giustizia Andrea Orlando agli Stati Generali della Lotta alle Mafie - Milano, 23 novembre 2017


Voglio ringraziare quelli che hanno reso possibile queste giornate.

Ringrazio e saluto tutte le personalità e le autorità che hanno accettato di partecipare a queste giornate, a partire dal Presidente della Repubblica che domani sarà con noi per presenziare ai lavori, dal Presidente Grasso, che introdurrà la giornata di domani, al vicepresidente Legnini, a tutti i magistrati, gli studiosi e i giornalisti che saranno con noi.

Ci tengo poi a ringraziare i numerosi colleghi di Governo che parteciperanno alla riflessione, tra oggi e domani. Penso che sia stato importante affrontare questo evento con una partecipazione così ampia.

Ringrazio il Presidente Maroni e il Procuratore De Raho, che con Federica Mogherini, che ha inviato un video, porgeranno il loro indirizzo di saluto dopo questo mio breve intervento.

Consentitemi di ringraziare il Comune di Milano, il Sindaco Beppe Sala, con l’Assessore Majorino, per il contributo fondamentale all’organizzazione di questo appuntamento, che ho voluto fortemente a Milano.
 
Abbiamo cominciato questa giornata visitando, proprio con l’Assessore Majorino, la Cascina di Chiaravalle. È un grande bene confiscato, che diventerà il luogo di un grande progetto sociale per l’accoglienza e il contrasto alle marginalità sociali. Immaginare il futuro della Cascina di Chiaravalle, immaginare la rinascita di un luogo che un tempo era proprietà della mafia, fa immediatamente pensare alla vittoria dello Stato e della società contro l’illegalità del crimine organizzato.

La mafia non ha vinto. Ma anche in quel passaggio deve tornarci in mente la premessa da cui siamo partiti, nel nostro percorso. Una premessa che contiene un contrappunto.

La mafia non ha vinto, ma non ha nemmeno perso.

Certo, la mafia non ha vinto. Gli uomini che hanno caratterizzato stagioni efferate del nostro Paese, responsabili dell’uccisione dei servitori dello Stato, sono stati consegnati alla giustizia.

Loro muoiono, lo Stato mantiene la sua civiltà. Lo Stato è presente. Ma non può esserlo, in materia di mafia, soltanto nel ricordo, nella celebrazione, nella discussione occasionale.

Occorre andare più a fondo. E andando più a fondo, dobbiamo dirci che la mafia non ha perso.

Nel corso degli ultimi anni si sono susseguiti fatti allarmanti, che raccontano lo stato delle mafie vecchie e nuove nel nostro Paese. Vediamo vecchie scene in nuovi teatri, magari anche soltanto virtuali, che però non sono un mondo “altro” rispetto al nostro: nelle praterie digitali, oltre al linguaggio d’odio, al linguaggio di apologia del fascismo, riemerge anche un linguaggio di apologie delle mafie.

In paesi, quartieri del Mezzogiorno, abbiamo assistito a diverse manifestazioni popolari di solidarietà a boss mafiosi arrestati o di pubblico ripudio di quelli che hanno deciso di collaborare con la giustizia, scene di un vecchio film che credevamo aver rimosso per sempre. E poi, il muro di omertà e di paura che abbiamo visto alzarsi in questi anni in molte realtà del Nord, nei territori di nuova penetrazione mafiosa, anche in quei comuni che sono stati sciolti per mafia: il silenzio davanti alle minacce agli amministratori pubblici e ai giornalisti (le cui testimonianze ascolteremo nella giornata di domani), la crescita intollerabile di un’area grigia di complicità nella scarsa consapevolezza dell’opinione pubblica diffusa.

Ma in questa lotta, che non abbiamo finito di combattere, vi sono state coraggiose denunce.

Penso a Corleone, e non ci penso per il motivo più scontato. Ci penso perché un anno fa, luogo simbolo di una mafia sanguinaria e di un’antimafia eroica, alcuni imprenditori hanno avuto il coraggio di disvelare la persistente pervasività di Cosa Nostra in quei territori. E poi, vi sono i problemi nella stessa lotta, le incertezze, i passi falsi che bisogna avere il coraggio di denunciare. Penso alle notizie giunte da inchieste sugli abusi di potere nella gestione dei beni confiscati alla mafia, o ancora sugli abusi di potere da parte di campioni dell’antimafia che hanno lucrato sulle loro rendite di posizione. Si è trattato di eventi di gravità inaudita, perché colpiscono le stesse istituzioni, minano la credibilità delle forze organizzate nella lotta civile contro la criminalità.

Abbiamo voluto reagire, e non lasciarci scivolare addosso queste notizie. Gli Stati generali della lotta alle mafie sono nati da questa reazione. E sono nati sull’esempio (credo molto positivo, nel metodo e nel merito) degli Stati generali dell’esecuzione penale.

Abbiamo sentito l’esigenza di allargare il campo della riflessione culturale e dell’iniziativa politica molto oltre l’attività istituzionale del Ministero.

Abbiamo sentito la necessità di affrontare la lotta alle mafie attraverso una “chiamata alla corresponsabilità”, una chiamata che sia in grado di coinvolgere e di attivare le migliori energie del Paese. Costruire un’antimafia che sappia parlare alla generazione che non ha conosciuto quei giorni di venticinque anni fa, che non ha un ricordo personale del 23 maggio e del 19 luglio 1992. Superare dei vecchi paradigmi di contrasto per misurarsi con fenomeni nuovi, fare un inventario del complesso di strumenti normativi per misurarne l’efficacia nel tempo e magari trovarne di nuovi: anche questo è lo stesso il lavoro che ci ha orientato nell’approvazione del nuovo Codice Antimafia. Abbiamo tutti bisogno di una nuova e diffusa iniziativa culturale e sociale che pure sappia valorizzare il molto di buono che c’è stato negli anni in questo campo, ma che si dia nuove coordinate su cosa è la mafia nel XXI secolo e come la si può contrastare e sconfiggere.

Come vi spiegherà nel dettaglio la Presidente Elisabetta Cesqui, in questo lavoro siamo partiti da una fondamentale esigenza di metodo.
Abbiamo chiamato un fronte largo di studiosi e operatori, di forze intellettuali, politiche e sociali. Mondi diversi, linguaggi diversi, anche visioni diverse, perché visioni diverse ci sono nell’antimafia e non potrebbe che essere così: persone che per vocazione e professione hanno fatto dell’impegno antimafia la loro primaria attività pubblica, e altre, invece, a cui abbiamo chiesto un contributo più ampio, proprio per l’esigenza di allargare il campo.

I lavori sono durati più di un anno. Un anno tra l’altro di ricorrenze, i 25 anni delle stragi di Capaci e Via D’Amelio, i 35 anni di Pio La Torre e Dalla Chiesa, che abbiamo voluto celebrare così, rifuggendo il pericolo di una retorica che finisce per esimerci dalla responsabilità.

A ottobre dello scorso anno abbiamo insediato un Comitato scientifico di oltre 30 membri. Un coordinamento di prim’ordine che ha seguito i lavori. E poi 16 tavoli tematici: complessivamente abbiamo coinvolto 220 esperti e studiosi di varie discipline, esponenti del mondo dell’associazionismo, dell’avvocatura, della magistratura, del giornalismo e alcune importanti figure istituzionali. Questi gruppi hanno ascoltato altre persone, raccolto contributi, documenti, che abbiamo depositato prima dell’estate in una piattaforma informatica.

Cosa è emerso?

Il filo rosso è stato nella capacità di leggere l'evoluzione delle mafie in tutti gli ambiti della vita sociale: globalizzazione, economia, pubblica amministrazione, politica, agricoltura, sport, informazione, formazione e altro ancora. Di cogliere i punti di vulnerabilità del sistema, cioè l'adeguatezza o meno dell'armamentario di contrasto, ma anche, e forse soprattutto, i "varchi" attraverso cui le organizzazioni criminali riescono a incunearsi. Di portare la lotta alle mafie oltre il recinto dell'azione penale, con l’attenzione all'ordinario svolgersi della vita pubblica, e la cura per le persone (i minori, le vittime), i soggetti più vulnerabili, superando logiche manichee e meramente repressive per adottare approcci di prossimità, che guardino ai contesti in cui proliferano le mafie.

Sono alcuni degli spunti, credo originali, che sono emersi in ambiti rimasti troppo spesso sommersi.

Penso ad esempio al rapporto tra le mafie e il fenomeno religioso, all’esigenza di una “teologia della liberazione” dalle mafie e alle parole chiare che su questo punto ha espresso proprio in questo anno Papa Francesco.

Questi lavori degli Stati Generali della lotta alle mafie hanno già rafforzato una mia profonda convinzione, su cui voglio soffermarmi ancora in questa apertura.

La resistenza delle mafie non è un accidente della storia. Ci dice qualcosa di profondo, perché è lo specchio della crisi sociale e della crisi politica. Le mafie sono poteri che riempiono i vuoti della crisi della politica, della crisi dei soggetti istituzionali e sociali. Quelli lasciati da una cattiva economia e da una cattiva finanza.

Le mafie giocano sull’arretramento degli Stati nazionali, sull’indebolimento dei corpi sociali, sulla difficoltà dei meccanismi di inclusione. Si inseriscono nelle crepe, sfruttando ogni fragilità per rafforzarsi. È quasi come un fenomeno fisico, come se lo stato liquido, o addirittura gassoso delle mafie riuscisse meglio di ogni altra cosa a rispondere all’horror vacui politico e sociale.

Quella che emerge, allora, è un’amarissima verità, con cui invitiamo tutti a fare i conti. Lo dico soprattutto e nel modo più provocatorio: le mafie rischiano di essere gli unici corpi sociali “sopravvissuti” in modo intelligente alla modernità, attori di connessione e di intermediazione. E pur volendo lo svuotamento del capitale sociale - perché questo vogliono le mafie - le mafie “presidiano” la società. Cercano di controllare il territorio sociale, con un welfare che compete apertamente con il welfare dello Stato in ritirata, con capacità che, fuori da ogni vincolo democratico, sfidano le debolezze dei corpi ispettivi dello Stato o delle competenze progettuali locali.

Le mafie sono paradossalmente attori di innovazione. I nostri nemici sono entità reattive, dinamiche, proteiformi, che sanno adattarsi ai cambiamenti della società e dell’economia. Le mafie corrono. Nella loro corsa, pongono costantemente il tema della crisi della democrazia.

Nel riconoscere queste caratteristiche delle nuove mafie, dobbiamo agire su due livelli.

Primo livello: dobbiamo ripartire dai territori e dai settori dove le mafie penetrano, per comprendere e sostenere i presidi istituzionali e dell’inclusione sociale contro i presidi della criminalità. Non c’è un’altra strada: dobbiamo riconquistare quei territori, partendo dagli esempi e dalle buone pratiche di chi l’ha fatto in questi anni e di chi continua a farlo.

Secondo livello: dobbiamo rilanciare la cooperazione giudiziaria internazionale. È un grande tema culturale che ho ritrovato in tutti gli ambiti di attività del Ministero e che non mi stanco di ribadire. Perché dovrebbe ricevere maggiore attenzione nel dibattito pubblico, perché non riguarda solo gli esperti. Chi sottovaluta l’esigenza di un processo di integrazione europeo, o addirittura lo mette in questione nonostante le sue contraddizioni, trascura anche questo aspetto: che le mafie sono ormai un grande soggetto sovranazionale che la statualità singola non è più in grado di contrastare efficacemente. Non c’è nulla di meno retorico e di più concreto della cooperazione internazionale, per un’agenda politica che sappia promuovere i diritti e contrastare l’illegalità.

E dobbiamo far fronte a una scomoda verità: lo ribadisco, gli Stati, da soli, non riescono a contrastare mafie sempre più globali, come non riescono a farlo con il terrorismo, con la criminalità informatica, quella finanziaria o il traffico di essere umani. Non cooperare a sufficienza, e utilizzare uno strumentario antiquato, significa essere complici. L’ho detto con chiarezza a New York, alle Nazioni Unite, ricordando l’esigenza di innovare e attuare pienamente la Convenzione di Palermo.
 
Economia, innovazione, internazionalizzazione.

Parole chiave che torneranno all’interno dei nostri lavori, integrando concetti più tradizionali.

Parole chiave che mi portano al luogo in cui ci troviamo alla città che abbiamo scelto: Milano, capitale economica e capitale internazionale dell’Italia. Ad alcuni potrà sembrare fuori luogo. Ma abbiamo volutamente scelto questa sede, per uscire dal luogo comune dell’Antimafia, da una certa retorica delle celebrazioni, da una certa ritualità di questa riflessione.

Siamo a Milano, città della legalità, crocevia della sensibilità dell’illuminismo. Milano città dell’uomo. Città in cui Carlo Maria Martini, nell’esprimere la sua vicinanza alle vittime del terrorismo, ricordava che “ogni violenza è negazione di Dio, è negazione dell’uomo”.  Milano, città dell’attrattività, degli investimenti, città del “denaro”.

Diciamola pure con chiarezza, la parola che più ripetono i mafiosi di oggi, non solo nei dialetti italiani, ma anche e soprattutto in inglese, la parola che ogni giorno è in cima ai loro pensieri, per cui sono disposti a tutto, l’unica misura alla quale riducono la vita: money, soldi.

Non ha capito nulla, quindi, chi dice quindi che le mafie, nel cuore economico dell’Italia, non siano una priorità sulla quale dobbiamo orientare l’attenzione, perché – si è detto - “dobbiamo parlare di cose serie”.

Credo si debba diffidare sempre da chi fa questi discorsi. La verità è che sul tema delle mafie ci giochiamo la visione del Paese, la sua connessione internazionale, il suo modello di sviluppo.

Una parte essenziale della capacità dello Stato di dare certezza per costruire competitività è allora quel presidio della democrazia con cui sostituire ogni presenza delle mafie. Anche su questo si gioca il “rating” dell’Italia, e pertanto deve stare in cima alle priorità di ogni agenda politica di legislatura. L’ha spiegato qualche tempo fa il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, in termini molto chiari, quando ha detto in un’intervista: “Se c’è una cosa che pesa nel giudizio esterno sull’Italia, è la criminalità organizzata, la mafia. Per noi il controllo di pezzi del territorio nazionale da parte del crimine organizzato è come una tassa. Un elemento che rende più ardua la convergenza con le altre economie europee”.

Da Milano allora dobbiamo ribadire che la lotta alle mafie è un compito essenziale dell’interesse nazionale.

In questi due giorni di Stati Generali della Lotta alle Mafie, ci attende un lavoro intenso, in cui sottoporremo alla discussione e al confronto il percorso di lavoro di questo anno, per giungere a un documento finale condiviso.

La Carta di Milano per la lotta alle mafie del XXI secolo. Un documento che presenteremo a tutte le istituzioni impegnate su questo fronte. Al Governo, al Parlamento, all’Unione europea, alla società, alle forze economiche.

Vorrei discuterlo coi cittadini, sempre con la logica del presidio, con un approccio di prossimità nei luoghi in cui la penetrazione delle mafie vecchie e nuove sta creando nuove complicità ma anche nuove solitudini.

Non possiamo chiedere ai nostri cittadini atti di eroismo. Il debito di sangue del nostro Paese è stato già troppo alto, però possiamo chiedere una maggior consapevolezza. Lo Stato deve essere presente, a tutti i livelli. Dobbiamo far sentire la sua forza e la sua vicinanza.
Lo so, non basta la lotta alla mafia, serve un’azione ordinaria della politica e delle istituzioni. Servizi ai cittadini e alle imprese, regole da far rispettare al mercato, lotta all’illegalità diffusa, una politica per la conoscenza e lo sviluppo.

Ma so anche che alle mafie di ieri e di oggi dobbiamo far sapere una cosa: sappiamo chi sono, sappiamo come si muovono, sappiamo come stargli addosso, conosciamo la loro lingua, conosciamo la loro ossessione del denaro, conosciamo e combattiamo i loro interessi, e i nuovi interessi di cui si fanno garanti.

A tutti, professionisti, operatori, amministratori pubblici, educatori dobbiamo dire: non abbiate paura. E dobbiamo dire a tutte le forze politiche che questo terreno non diventi l’ennesimo terreno di scontro.

Questo Paese ha sconfitto le emergenze più gravi, soltanto quando ha saputo produrre un’unità di tutte le forze democratiche. Anche la mafia credo richieda uno sforzo di questo tipo.

Siamo qui perché non possiamo rassegnarci ai vuoti della politica e della società. Siamo qui per cercare di riempirli insieme.

Mettiamo quindi la lotta alla mafia al centro della nostra idea dell’Italia.

Grazie a tutti e buon lavoro.


Andrea Orlando
Ministro della giustizia