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mercoledì 18 gennaio 2017

Comunicazioni sull'amministrazione della giustizia del Ministro Andrea Orlando - Replica

Signor Presidente, voglio ringraziarla per l'attenzione con la quale ha seguito le questioni che riguardano i temi della giustizia. Onorevoli senatori, gli indici della giustizia in questo Paese migliorano, indici registrati sulla base di parametri che non ho fissato io ma che fissa la comunità internazionale attraverso criteri parzialmente diversi. E questo è un dato difficile da confutare, il che non significa che tutti i problemi della giustizia siano stati risolti, non ho questo coraggio, non sostengo una cosa così azzardata. Credo che si siano fatti dei progressi significativi.
 
Nel corso di questi anni alla guida del Ministero, spesso mi sono posto una domanda che può sembrare banale: perché alcune cose non sono state fatte prima? Probabilmente chi mi ha preceduto avrà la risposta, io talvolta non mi sono saputo dare questa risposta. Vorrei fare due esempi: da quando faccio politica, e sono ormai molti anni, sento dire che il sovraffollamento carcerario va affrontato rimpatriando i detenuti stranieri. Il primo trattato con il Marocco per il rimpatrio dei detenuti (quella proveniente dal Marocco è una delle comunità di detenuti più importanti nel nostro Paese) è stato firmato con il mio insediamento al Ministero.
 
Ho sentito che il senatore Giarrusso mi ha rimproverato per la mancanza di rispetto nei confronti dei Parlamento perché non ho prodotto tempestivamente la mia relazione. Me ne scuso ma devo dire che lui non ne mostra molta di più nei confronti dello stesso Parlamento intervenendo e poi non ascoltando la replica. Lo ringraziamo comunque di aver anticipato la politica giudiziaria con la quale il Movimento 5 Stelle si candiderà alla guida dell'Italia. 
 
Devo dire che il senatore Giarrusso ha sollevato una questione fondata, cioè la questione del rapporto tra magistratura inquirente e magistratura giudicante dal punto di vista dei rapporti numerici. Questa è un'altra domanda che mi sono posto: perché non è stata fatta, dagli anni Cinquanta una revisione delle piante organiche che ridisegnasse la distribuzione della magistratura nel Paese? Sappiamo che la criminalità organizzata, ormai, non è più soltanto al Sud; sappiamo che nel corso degli anni e dell'emergenza si sono aumentati in modo significativo gli organici delle procure senza che questo fosse stato compensato con un aumento, per esempio, dei giudici per le indagini preliminari. Ebbene, noi siamo stati il primo Governo che ha rivisto complessivamente la pianta organica dei magistrati. Sarebbe come se una grande impresa avesse mantenuto sul territorio la stessa dislocazione che aveva nel 1945. Non mi risulta che ce ne sia nessuna che è rimasta esattamente nelle medesime condizioni.
 
Abbiamo fatto un lavoro silenzioso, talvolta troppo silenzioso - e questo sì, me lo rimprovero - perché impegnati, appunto, in un lavoro, per il quale ringrazio tutti i collaboratori e i sottosegretari che mi hanno aiutato nel corso di questi anni, che non ci ha consentito di dire con sufficiente forza una cosa.
 
Anche i risultati che oggi abbiamo conseguito e che sono riconosciuti, al di là della propaganda, dai numeri sono tuttavia precari, se non siamo in grado di approvare le leggi che danno un quadro di riferimento definitivo a questi progressi. Credo sia stato un errore non approvare, quando c’è stata la finestra necessaria, la riforma del processo penale e mi auguro che le prossime finestre non restino inutilizzate. 
 
La giustizia non è ancora una risorsa per il Paese, è inutile negarlo; non rappresenta più, però, il peso che costituiva quando abbiamo iniziato ad affrontare il problema. Su questo punto vorrei partire da un dato che è emerso nei diversi interventi. 
 
Si è arrivati a sostenere in questa discussione che sostanzialmente un indice di qualità di un sistema giudiziario sarebbe il numero del contenzioso, per cui non mi dovrei vantare del fatto che il contenzioso sia diminuito. Quando ci siamo insediati eravamo secondi per litigiosità solo alla Federazione Russa, che evidentemente, secondo questo criterio, dovrebbe essere l'esempio al quale riferirsi dal punto di vista dell'efficienza del sistema giudiziario. In verità avevamo un numero - e credo che questo dovrebbe essere il criterio - di cause che non aveva riferimento nei Paesi di uguali dimensioni dell'Unione europea, perché il processo era - e sottolineo "era" - utilizzato come forma di dilazione del pagamento. Oggi questo non è più vero e siamo allineati dal punto di vista dei numeri del contenzioso allo stesso livello di Paesi come la Francia o come gli altri grandi Paesi dell'Unione europea. Siamo a metà classifica dal punto di vista del contenzioso all'interno dei Paesi del Consiglio d'Europa.
 
Invito a riflettere sul fatto che questa diminuzione di contenzioso non è avvenuta, contrariamente a quanto detto, con l'aumento del contributo unificato. Infatti, il contributo unificato è aumentato in anni in cui è aumentato anche il contenzioso; da tre anni il contributo unificato non è stato modificato e il contenzioso è diminuito. Ma se vogliamo uscire dai confini nazionali, noi sottolineiamo il fatto che l'Italia è il Paese che chiede al cittadino meno in termini di contributo unificato rispetto al costo del servizio. Siamo al di sotto della media degli altri Paesi europei e non ci riferiamo - e non vorrei mai farlo - a Paesi che chiedono al cittadino l'80 o il 90 per cento del costo del servizio attraverso il contributo che viene chiesto. Penso tra gli altri alla Germania e all'Austria, che spesso vengono citate come esempi del funzionamento della giustizia civile.
 
Credo che l'Italia tra i Paesi europei sia uno di quelli nei quali l'accesso alla giustizia è garantito meglio. Non dico che non vi siano interventi che si possono e si devono ancora fare. Credo che sulla difesa d'ufficio si possa lavorare ancora, come sul gratuito patrocinio; credo che si possa lavorare anche sulla questione della salvaguardia di alcune categorie di non abbienti, ma non mi sento di dire che il nostro è un sistema che impedisce l'accesso alla giustizia.
 
Nel corso di questi anni siamo saliti, per quanto riguarda la classifica Doing Business (potrei citarne altre ma mi limito a questa), di 40 posizioni rispetto al punto di partenza; nell'ultimo rapporto dello scorso anno abbiamo migliorato di altre tre posizioni. Questo può non consolarci perché, come diceva la senatrice Stefani, siamo dietro a Paesi che sono di più recente tradizione giuridica; tuttavia segnalo il fatto che siamo l'unico Paese all'interno dell'Unione europea che è cresciuto significativamente. Infatti, mentre molti altri grandi Paesi dell'Unione europea sono arretrati rispetto a piccoli Paesi che riescono ad avere performance più smart, noi siamo l'unico Paese che ha fatto passi avanti sul tema della risoluzione delle controversie in materia commerciale.
 
Non è vero che questi risultati si sono realizzati senza investimenti, non soltanto perché siamo cresciuti negli investimenti (in tre anni abbiamo investito 1,6 miliardi di euro); si è detto che lo si è fatto a fronte della riduzione delle disponibilità: è assolutamente vero, perché abbiamo spostato risorse dalla spesa corrente agli investimenti, e lo abbiamo fatto con dei tagli, tra i quali anche quelli legati alla geografia giudiziaria. Vorrei sottolineare il fatto che, nonostante la riduzione delle sedi degli uffici giudiziari nel nostro Paese, siamo ancora uno dei Paesi che in Europa ha il numero maggiore di sedi giudiziarie. Era normale prima averne 2.000? Facciamo confronti con gli altri Paesi europei, facciamo soltanto questo tipo di verifica. 
 
Questi tagli si sono realizzati, però, anche con una cospicua razionalizzazione delle risorse: sono state quasi dimezzate le direzioni generali del Ministero della giustizia; si è rivista complessivamente la spesa; si è ridotta la bolletta energetica degli uffici; il passaggio delle competenze e della gestione degli uffici giudiziari dai Comuni al Ministero ha comportato una riduzione di un terzo della spesa e tutti questi soldi sono stati reinvestiti. Nel corso dello scorso anno, abbiamo distribuito 30.000 nuovi computer e abbiamo installato 180 server di fascia alta. Le Adr funzionano, contrariamente a quello che si pensava nel momento in cui siamo partiti, devo dire con qualche perplessità anche mia, perché non credevo che in alcune realtà avrebbero avuto un successo così significativo.
 
Siamo stati in grado di immettere quasi 2.000 unità di personale amministrativo; abbiamo riavviato una riqualificazione del personale amministrativo; abbiamo fatto un concorso per 2.000 unità. Vorrei qui rappresentare la difficoltà di fare una politica di reclutamento del personale in questa fase. Abbiamo bandito un concorso a novembre dello scorso anno per 1.000 unità, che poi, grazie alla legge di bilancio del 2017, sono diventate 2.000. Abbiamo avuto 320.000 domande. Ora, sapete cosa vuol dire fare un concorso per 320.000 persone? Questo inevitabilmente sposta in là la possibilità di fare le assunzioni, perché non possiamo assolutamente violare il legittimo diritto di ciascuno di concorrere e veder valutato il proprio valore. Abbiamo cercato di supplire a questo scarto temporale immettendo 3.000 tirocinanti, ex articolo 73, e 1.200 tirocinanti non laureati; abbiamo immesso nel sistema 300 unità sostanzialmente in comando dalle Regioni e proseguiremo su questa strada, per cercare di alleviare una difficoltà che il sistema ha dovuto sopportare. Vorrei ricordare semplicemente un dato: non entrava un nuovo cancelliere nei nostri uffici giudiziari dal 1999. 
 
Senatore Mineo, sono sincero ammiratore di tanti istituti che caratterizzano la realtà degli Stati Uniti, ma non li prenderei come riferimento per il sistema carcerario, francamente, non solo perché è il secondo Paese al mondo per tasso di carcerazione (soltanto dietro all'Arcipelago delle Seychelles, se non sbaglio: non so cosa facciano esattamente alle Seychelles per avere tale primato, ma questo è un dato), ma perché oggi, se andiamo a vedere la popolazione - e questo è il tema che si è posto il presidente Obama - scopriamo, diciamo così, che la giustizia non prescinde del tutto dal tema della razza e dal censo.
 
Abbiamo fatto alcuni progressi nell'ambito delle carceri e, anche qui, però, mi sento di ripetere quello che ho detto in termini generali, introducendo queste mie considerazioni. Le conquiste che abbiamo fatto non sono durature: lo saranno se verranno cristallizzate in una riforma dell'ordinamento penitenziario che è contenuta nel disegno di legge sulla riforma del penale. Il criterio che dev'essere modificato è questo, e guardate che questo oggi ce lo chiede anche una nuova emergenza, quella della radicalizzazione islamica all'interno del carcere. Noi dobbiamo trattare in modo individualizzato e diverso i detenuti; non possiamo trattare, così come avveniva in passato, nello stesso modo detenuti che hanno profili tra loro di carattere diverso, ma per farlo dobbiamo ripensare completamente il carcere. Il superamento del sovraffollamento è stato un primo passo, ma non è sicuramente un passo risolutivo. Certo è che un carcere sovraffollato è un carcere dove è difficile individualizzare il trattamento, anzi è impossibile; è un carcere dove è impossibile affrontare il tema della radicalizzazione, anzi rischia di essere un focolaio nel quale si sviluppa la radicalizzazione. Ma questa è soltanto una condizione necessaria, assolutamente non sufficiente. 
Noi dobbiamo costruire un carcere nel quale non ci siano automatismi, nel quale l'accesso ai benefici sia legato al comportamento del detenuto e la preclusione dei benefici non sia legata semplicemente al reato ma al comportamento che concretamente si valuta nel corso del trattamento. Per farlo, però, bisogna dare delle opportunità al detenuto; per poterlo responsabilizzare c'è bisogno di valutare se dice sì o no alle possibilità che gli si offrono e oggi il carcere queste possibilità non le offre, anche se devo dire che alcuni segnali sono positivi e nel corso di questi tre anni abbiamo visto crescere costantemente il lavoro dei detenuti, ma non ancora non a livelli che possano considerarsi sufficienti.
 
Non è vero, senatore Falanga, che non ho fornito il numero relativo all'aumento dei posti disponibili (le darò copia della mia relazione): i posti disponibili erano 46.000 al momento del nostro insediamento, al momento sono 52.200 e cresceranno di altre 700 unità nel corso dei prossimi mesi. 
 
Non accetto il termine «svuota carceri» per una ragione molto semplice: le persone sottoposte ad esecuzione penale in questo momento sono più di quelle che erano sottoposte ad esecuzione penale nel momento in cui si è raggiunto il massimo del sovraffollamento carcerario. Il problema è che oggi il nostro è un Paese che esegue la pena così come la eseguono tutti gli altri più avanzati Paesi europei. Quando ci siamo insediati, a fronte di quattro detenuti c'era una soggetto sottoposto ad esecuzione penale esterna; attualmente, per ogni detenuto, c'è una persona sottoposta ad esecuzione penale esterna. Certo, ha ragione il senatore Giarrusso a rilevare come ciò sia andato a discapito delle Forze dell'ordine, che hanno dovuto fare un sacrificio, ma ci consegna un sistema che oggi è più avanzato. Oggi stiamo compiendo un altro passo, quello di potenziare gli uffici dell'esecuzione penale esterna e ringrazio il Parlamento per aver aumentato lo stanziamento destinato a queste realtà, che consentirà di sollevare parzialmente le Forze dell'ordine da questo tipo di attività.
 
Ci sono altri buoni segnali, pur in un quadro che non considero ancora soddisfacente, che voglio segnalare. Lo scorso anno i detenuti tossicodipendenti che erano stati assegnati a pena alternativa erano 3.773, quest'anno sono 5.343, per arrivare a conseguire l’obiettivo di non avere detenuti tossicodipendenti all'interno del carcere quando devono essere trattati all'interno delle comunità.
 
C'è un dato del quale non sono soddisfatto e riguarda la questione della custodia cautelare. Se è vero che sono diminuite di 1.000 unità, da quando ci siamo insediati, sia le persone in attesa di primo giudizio, sia le persone in attesa di giudizio definitivo, è altresì vero che rispetto alle indicazioni della legge che anche questo ramo del Parlamento ha approvato, i risultati non sono all'altezza delle aspettative e questo per una ragione - non se ne parla e questo è segno del garantismo sui generis che spesso c'è nel nostro Paese - perché il grosso di questa platea, diversamente che in passato, è composta soprattutto da persone che hanno commesso reati di strada. Le Forze dell'ordine stanno facendo un lavoro più intenso (bisogna discutere poi se questo lavoro davvero aumenta il grado della sicurezza, ma stanno facendo un lavoro più intenso). Questo fa sì che aumentino i detenuti in attesa di primo giudizio appartenenti a questa categoria, ma queste persone che potrebbero utilizzare anche i domiciliari, in verità non possono farlo per la semplice ragione che non hanno un domicilio - in gran parte si tratta di persone extracomunitarie - e questo determina una disparità oggettiva: il giudice assegna o non assegna una pena non in funzione del comportamento, ma delle condizioni materiali di quella persona. Noi stiamo facendo un lavoro - proprio ieri ho incontrato rappresentanti di alcune importanti realtà del privato sociale - per verificare la possibilità di realizzare delle residenze nelle quali in qualche modo le persone in attesa di primo giudizio possano beneficiare delle previsioni di legge allorquando siano privi di una dimora e questo, anche a miglioramento della possibilità del controllo rispetto alle questioni che sono state poste.
 
È vero, abbiamo esaurito i braccialetti elettronici e quelli nuovi non sono ancora arrivati. Segnalo però un aspetto rispetto a chi ha sollevato tale questione: che il Parlamento - non il sottoscritto, perché non ero ancora Ministro all'epoca - decise che la gestione del braccialetto elettronico dovesse competere al Ministero dell'interno, che ha bandito recentemente una gara europea della quale stiamo attendendo ancora l'esito.
 
Ha ragione il senatore Malan: non ci possiamo rassegnare a nessun tipo di errore giudiziario. Però noi dobbiamo anche considerare - almeno io parto sempre da questa considerazione - il fatto che il processo penale, come ogni attività umana, è fallibile. Io non sono tra coloro che ritengono che si debba sacralizzare qualunque tipo di accertamento che si realizza comunque con gli strumenti limitati che ha l'uomo. Quello che ci dobbiamo domandare, e forse anche un po' riconsiderando le posizioni precedenti, è se il nostro complessivamente non sia un sistema che mette al riparo dagli errori giudiziari più di molti altri sistemi. Per questa ragione difendo i due gradi di giudizio previsti dal nostro ordinamento. E trovo stravaganti le voci che si alzano ogni qualvolta in secondo grado la pressione una persona è stata assolta dopo essere stata condannata in primo grado; o anche il contrario. Se non avvenisse, non si capirebbe per quale ragione dovrebbero essere previsti due gradi di giudizio.
 
Credo che dovremmo rivalutare, rispetto alle cose che si sono dette negli anni passati, il modello costituzionale di giustizia di cui dispone il nostro Paese, perché continuo a pensare che sia più tra i più avanzati. Io vedo molti limiti, ma come diceva Churchill per la democrazia: è un sistema che ha molti difetti, ma tutti gli altri sono peggiori. Ed io, tutti gli altri esempi che vengono richiamati spesso come riferimento di efficienza e di celerità del processo, non trovo che abbiano sempre effettivamente questo contenuto. Ritengo che spesso soltanto una nostra certa esterofilia fa sì che si prendano come riferimento modelli che dal punto di vista delle garanzie credo che non debbano insegnare niente ai Costituenti che ci hanno consegnato quell'impalcatura.
 
Non è vero che la responsabilità civile non ha cambiato niente. Io non mi aspettavo dalla responsabilità civile un'esplosione del numero dei procedimenti, come pure fu detto da molti all'epoca, né una limitazione dell'autonomia della magistratura; mi aspettavo una cosa semplice che non possiamo misurare coi numeri: che un giudice sa oggi che, di fronte a una negligenza inescusabile, non si trova di fronte prima a tre gradi di giudizio per verificare se deve essere sottoposto a valutazione di merito, come avveniva con il cosiddetto filtro. Oggi il giudice sa che nel caso di quella violazione è sottoposto a una valutazione di merito, come qualunque altro cittadino. Noi non sappiamo quanto incide a livello di deterrenza e come incida questo tipo di istituto. Non si può misurare, però è una cosa che cambia il sistema dei controlli sull'attività giurisdizionale, e questo credo che sia un passo avanti che consente di migliorare il quadro, senza comprimere l'autonomia della magistratura, che non può essere messa sullo stesso piano di altre professioni, perché svolge un ruolo e una funzione di carattere diverso.
 
Io rivendico il fatto che il mio Ministero ha svolto, senza sensazionalismi, una funzione importante sempre su questo campo nell'attività ispettiva. Abbiamo cercato di superare l'idea di interventi spot, legati a singole vicende. Abbiamo cercato di fare delle indagini di carattere sistematico, ad esempio per settore. È stato oggetto della nostra attenzione, ad esempio, l'insieme delle sezioni delle misure di prevenzione del nostro Paese. È stato oggetto di attenzione, ad esempio, il funzionamento delle sezioni fallimentari dei tribunali civili, dove nel corso del tempo si erano sviluppate molte vicende opache. Abbiamo cercato di concentrare l'attività soprattutto sulle violazioni più gravi. Devo dire complessivamente, per dare un giudizio sul disciplinare, che questo tipo di attività funziona più di quanto non si racconti. Se c'è un rilievo che devo fare è che spesso la pronuncia del Consiglio superiore della magistratura arriva troppo tempo dopo il momento in cui è segnalato l'illecito. Credo che questo sia un elemento che toglie forza a tale strumento di intervento.
 
La Banca-dati dei minori esiste, si è attivata nelle scorse settimane con il completamento della rete Sigma, che ha collegato tutti i Tribunali dei minori.
Non ho tralasciato nella mia relazione il tema della tensione, della dialettica, della polemica con l'Associazione nazionale magistrati, senatore Mineo, perché me ne sono dimenticato, ma perché se devo fare un elenco delle cose che sono successe in quest'anno, non la reputo tra le questioni più importanti. E non per mancanza di riguardo nei confronti dell'Associazione nazionale magistrati, a cui ho sempre dedicato grandissima attenzione, ma perché ritengo francamente che la materia del contendere, che può essere rilevante per lo statuto dei magistrati, non è una questione fondamentale per il funzionamento della giustizia. Cerco di spiegarne la ragione. 
 
Mi è stato chiesto da che punto di vista l'anticipo del pensionamento rispetto ad una legge che era stata voluta dal centro-destra (quella che portava il pensionamento a 75 anni) ha creato una scopertura di organici e come cerchiamo di affrontare questo tema. Noi cerchiamo di affrontare questo tema aumentando il numero dei reclutati, aumentando il numero dei concorsi. Questa è la risposta.
 
Ci sono poi stati degli scompensi che si sono venuti a determinare, sui quali abbiamo discusso con l'allora presidente del Consiglio Renzi in un incontro con l'Associazione nazionale magistrati. In quell'occasione tre furono le questioni poste, anzi quattro ma una non è oggetto di discussione perché non essendo ancora discussa la norma che prevede il termine temporale per le indagini non c'è alcuna risposta che poteva venire su quel punto.
C'è stata posta la questione degli organici. Quando ci siamo incontrati avevamo promesso 1000 unità in più di cancelleria; attualmente abbiamo bandito un concorso per 2000 unità. C'è stato chiesto di modificare la norma che riguardava i giovani. Una norma che prevede che per i nuovi magistrati debbano passare almeno quattro anni prima di chiedere il trasferimento. Faccio presente che nel resto della pubblica amministrazione sono cinque gli anni necessari prima di chiedere il trasferimento. Quella norma l'ho voluta io perché dopo aver girato gran parte degli uffici giudiziari in difficoltà, ho scoperto che un problema fondamentale è l'eccessivo turnover dei magistrati. Per diminuire la tensione comunque con l'Anm, abbiamo dato disponibilità a rivedere quella norma, che infatti è stata rivista. Il Governo ha infatti presentato un emendamento al cosiddetto Mille proroghe per posticipare l'attuazione di quella norma. Rimane soltanto la questione del pensionamento. Io credo - lo dico con tutto il rispetto - che ci sia una sproporzione tra le reazioni che sono avvenute e l'oggetto del contendere, tenendo conto che nel frattempo il Governo, il Presidente del Consiglio è cambiato. Questi sono i termini della questione.

Voglio ribadire il mio impegno; ho già mandato un disegno di legge alla Presidenza del Consiglio sul tema dell'equo compenso che ritengo un elemento caratterizzante dell'attività di Governo. Ritengo infatti che ci sia ormai una sperequazione nel rapporto tra professioni e grandi soggetti finanziari ed economici che è inaccettabile e dei livelli di compressione dell'autonomia del professionista dettati dalle posizioni dominanti che credo sia da contrastare.
Voglio dedicare un'ultima riflessione su un tema che è stato posto e che riguarda la questione della riforma del processo penale. Quella riforma è frutto di una Commissione di studio che si è insediata prima dell'avvento del Governo precedente e di questo attuale. Mi riferisco alla Commissione presieduta dall'attuale primo presidente della Cassazione Canzio.
 
In quella Commissione erano presenti le Camere penali, i rappresentanti delle università e della magistratura. Si fece una revisione di tutti gli elementi che potevano deflazionare il processo penale e lo si fece superando un derby che spesso caratterizza il rapporto tra magistratura e avvocati penalisti. Se vai a un convegno di penalisti, ti dicono che il processo penale si rende più rapido comprimendo i tempi dati alla magistratura per svolgere una serie di attività. Se vai a un convegno dei magistrati, ti dicono che ai tempi si riducono riducendo i tempi disponibili per gli avvocati per svolgere la loro attività.
 
Si è trovato quell'equilibrio delicato, che io rivendico come un successo non mio perché, lo ripeto, è un lavoro fatto precedentemente, che consentirebbe finalmente di arrivare a un processo penale che migliora nelle sue performance. Daremo nei prossimi giorni i tempi, ma il processo sta migliorando, sia dal punto di vista dei tempi sia dal punto di vista del numero del contenzioso. E, questo, potrebbe dare davvero uno slancio definitivo verso una uscita dalla crisi del processo.
Questo lavoro affrontava anche il tema della prescrizione, in termini diversi da quelli oggetto della proposta di legge e poi anche della proposta che arriverà in Aula. In questo percorso abbiamo tenuto conto di posizioni diverse. Abbiamo cercato di trovare un compromesso tra le diverse forze di maggioranza, anche ascoltando alcune delle posizioni delle opposizioni. 
 
Ci tengo, però, a dire che l'intervento sulla prescrizione è un intervento che ha un valore morale e simbolico per la seguente ragione. Se fosse anche soltanto uno il processo che va in fumo per un grave fatto, a fronte del decorrere del tempo, sarebbe una sconfitta per lo Stato. Credo, però, che gran parte delle precondizioni per il maturare della prescrizione siano dovute a questioni di carattere organizzativo.
 
Lo dico perché, facendo un analisi dei diversi distretti, noi scopriamo che vi sono distretti dove le prescrizioni arrivano al 30 per cento degli affari trattati e uffici nei quali le prescrizioni sono all'1 o al 2 %, che è fisiologico in un sistema di obbligatorietà dell'azione penale.
 
Questo mi fa dire che il più importante intervento sulla prescrizione non si realizza soltanto modificando la prescrizione, ma si realizza modificando il processo. Se siamo in grado di costruire un processo che sia deflazionato; se siamo in grado di costruire un processo nel quale si evitino quei passaggi dilatori che attualmente ingolfano e complicano l'andamento processuale, diamo la risposta più compiuta per evitare che la prescrizione raggiunga dei livelli di carattere patologico.
 
Per questo motivo, concludendo, rinnovo ancora l'appello affinché si vada verso una rapida approvazione del disegno di legge sulla riforma del processo penale, in quanto ritengo davvero che possa costituire un passo di qualità che consentirà, al prossimo Ministro della giustizia, di fare una relazione che possa effettivamente dire che molti dei problemi che hanno caratterizzato il nostro sistema sono definitivamente alle nostre spalle. 

Andrea Orlando 
Ministro della giustizia