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martedì 10 dicembre 2013

Made in carcere si fa Store
Al di là del muro: il carcere di Enna va a Bruxelles

Lo Store di Made in carcere

Made in carcere si fa Store

Il 23 agosto vi abbiamo raccontato l'impegno delle detenute di Lecce e Trani che hanno messo a disposizione del comitato, costituitosi per la raccolta fondi necessari al restauro di Ostuni, l'attività di confezionamento di capi d'abbigliamento e borse, sotto il marchio Made in carcere, che da anni portano avanti.

Ed ora che siamo vicini al Natale e può capitare che sulla terra accada qualcosa di buono, le belle storie diventano bellissime. Made in carcere si é trasformato in uno store; precisamente, il primo store con questo marchio. Se state, quindi, pensando ai regali e, come crisi comanda, non volete spendere cifre inutilmente esagerate, sappiate che qui troverete a non più di 25 euro prodotti assolutamente originali: braccialetti colorati, t-shirt, Mano finta cioè il porta I-Pad, borse, porta bottiglie, porta documenti e sacche d'ogni tessuto e dimensione, decorazioni natalizie realizzate con foulard di seta e tracolle che si trasformano in sciarpe. 

Il negozio, la cui architettura é quella tipica ostunese, fatta di pietra bianca a vista, é centrale e all'interno ospita anche un totem di cartone, sul quale le detenute hanno raccontato le proprie storie, perchè siano testimonianza del percorso di riscatto intrapreso. Il ricavato della vendita sarà destinato alla prosecuzione del progetto ed al finanziamento di nuove idee. 

 

Al di là del muro : il carcere di Enna va a Bruxelles

Il carcere di Enna sbarca a Bruxelles con un documentario realizzato dagli studenti di primo grado dell’I.C. Edmondo De Amicis – Centro provinciale istruzione per adulti con sede presso la Casa circondariale stessa e, nell’ambito del concorso Quel fresco profumo di libertà, promosso dal Ministero dell’Istruzione in collaborazione con il Centro Studi Paolo Borsellino, incassa una menzione di particolare merito.

Il cortometraggio dal titolo Di là dal muro è stato rappresentato alla cerimonia dalla regista Tilda Di Dio, da Filippo Gervasi, dirigente scolastico dell’Istituto che ha finanziato il progetto, dalle insegnanti Ida Ardica e Rossella Bonfissuto, che hanno curato il progetto, e da Arian Verburg, ingegnere informatico ed ex detenuto del carcere, che è il giovani uomo che si vede,all’inizio del documentario, radersi e prepararsi per un incontro, mentre racconta se stesso allo specchio: “Eccomi qua, 34 anni, padre di uno stupendo bambino, marito di una stupenda donna, laureato in ingegneria e lingue. Non vi sembro un ragazzo in gamba? Un uomo saggio? Vi sbagliate, perché…”. Con una carrellata all’indietro, l’inquadratura si allarga, la macchina da ripresa esce dallo spazio, rivela delle sbarre, è una cella ed Arian è là dentro. Viene chiamato a colloquio e, mentre si avvia, inizia il suo racconto. Una vita come tante, forse.

Trenta minuti di narrazione, storie che inchiodano, come occhi scuri che ci scrutano dal buio. Sono lingue sconosciute che, pur senza sottotitoli (che vi garantisco, ci sono), arrivano dritte alla nostra coscienza e sparigliano le carte del luogo comune sui detenuti.
Scrivo mentre continuano a passare le immagini davanti ai miei occhi: l’insegnante che invita lo studente a scrivere “proprio lei che è così giovane, ne avrà tante di cose da scrivere” e che si sente rispondere “questo posto se la porta via la gioventù”, e il dolore cola sullo schermo del computer. Raccontano famiglie che mancano “ho bisogno di stare con mia moglie e i miei figli, come loro hanno bisogno di stare con me” e si aggrappano a quelle parole con forza e speranza. Sono diversi i volti, differente il colore della pelle,tante le realtà vissute ma tutti con un unico comun denominatore: la famiglia, i tentativi fatti per avere un’esistenza normale, la fatica, le cadute. Il documentario è stato realizzato anche grazie alla disponibilità della direttrice dell’Istituto Letizia Belleli.

I titoli di coda raccontano di ciascuno degli “attori”, le emozioni provate, le speranze, di qualcuno il futuro. Il nostro giovane uomo ora è libero e finalmente potrà essere presente al sesto compleanno di suo figlio “dopo averne mancato tre”.

 [FEA]