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venerdì 29 novembre 2013

Dal Brasile il modello delle carceri autogestite

Per ottenere qualcosa che non hai mai avuto, inizia a fare qualcosa che non hai mai fatto

In Brasile l’intuizione di Mario Ottoboni, un italiano oggi novantenne, cioè la creazione di istituti di reclusione senza sbarre, né armi, né tantomeno guardie, ha portato attualmente all’esistenza di quaranta carceri amministrate dai detenuti. Si tratta di una popolazione di tremila persone, tra cui alcuni con pene pesantissime, che si dedicano alla gestione di gran parte del centro di detenzione, lavorando senza alcun problema con strumenti che nei nostri istituti non potrebbero entrare in alcun reparto.

Se n’è parlato giusto pochi giorni fa al carcere di Padova, Due Palazzi, dove è arrivata dal Brasile una delegazione composta da magistrati e volontari. Ad accoglierla la cooperativa Giotto e i 120 detenuti che vi lavorano; con grande attenzione hanno ascoltato il racconto di questa rara e singolare (forse unica) esperienza: i rieducandi, come vengono chiamati gli ospiti di queste strutture denominate Apac (Associazioni di protezione e assistenza ai condannati), hanno goduto dell’alleanza strategica tra associazioni, società civile, ministero della Giustizia brasiliano e imprese che hanno tentato il miracolo. Grazie a questa gestione, il tasso di recidiva è precipitato dall’85% fino al 10%, i costi di manutenzione sono diminuiti di due terzi e le condizioni di vita sono migliorate.

Attraverso il programma europeo Eurosocial, Italia e Brasile mettono in condivisione le proprie eccellenze, cooperative sociali da un lato, che valorizzano il lavoro e offrono la possibilità di un più facile reinserimento della persona che abbia scontato la pena, strutture denominate Anpac, dall’altra, che responsabilizzano i detenuti anche nell’amministrazione della struttura. Lo Stato di Minas Gerais, virtuoso nell’applicazione di questo modello, ha anche stabilito una partnership con lo stabilimento FIAT in Brasile. Il progetto, entrato a far parte del programma europeo Eurosocial, sta embrionalmente vedendo la vita in 23 paesi in tutto il mondo. In Italia oltre al Due Palazzi di Padova, sono previsti incontri anche a Roma e Milano.

Nicola Boscoletto, presidente di Officina Giotto, appena ha saputo delle Apac, incredulo, ha voluto vedere con i propri occhi. I dubbi sono svaniti, come racconta, "quando ad aprirmi le porte é stato un carcerato. Lì, appena arriva un nuovo condannato, per prima cosa gli danno dei vestiti normali e un lavoro da imparare". Il loro obbligatorio passaggio, per un anno, in un carcere normale, serve per fargli capire, una volta arrivati in queste strutture, che tutta la fiducia che gli viene accordata, deve essere rispettata e messa a frutto. E' un'occasione imperdibile: la possibilità di ritornare nella società civile, alla fine della pena, avendo vissuto quel tempo come un'opportunità di crescita consapevole. Una scommessa col futuro.

[FEA]