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venerdì 23 agosto 2013

“Salviamo il bianco” di Ostuni e le detenute rispondono
 Carcere di Frosinone. I Bisonti con l’ovale placcano le difficoltà

Ostuni

“Salviamo il bianco” di Ostuni e le detenute rispondono

I cittadini di Ostuni non vogliono rinunciare alle strade bianche, alle scalinate bianche, alle piazze, alle chiese ed alle case tutte bianche. E’ più di 400 anni che la loro incantevole città è bianca, da quando cioè  nel 1600, a causa di una peste, si ritrova imbiancate a calce tutte le mura della città vecchia per fermare il contagio (la calce ancora oggi è considerato un buon disinfettante per luoghi e terreni).  Questo necessario accorgimento si è pian piano trasformato in una  caratteristica architettonica e in una attrazione turistica, e i cittadini, quindi, hanno a lungo curato le loro case e ravvivato il bianco calcinato. Ultimamente però tutto questo si sta lentamente perdendo, vuoi perché la popolazione invecchia, vuoi perché siamo diventati più distratti e trascurati, vuoi perché la crisi ha tagliato i fondi forse anche per questo.

Per fortuna un gruppo di volontero appassionati di Ostuni "città bianca" si si è costituito in movimento per la raccolta di fondi necessari al restauro. All’appello hanno risposto le detenute di Lecce e di Trani, che già da diversi anni confezionano capi d’abbigliamento e borse con il marchio “Made in carcere”: magliette e braccialetti con il logo dell’associazione “Salviamo il bianco” sono stati quindi confezionati e venduti in città, nei lidi, nei negozi e in molti luoghi di ritrovo. Il ricavato si è trasformato in fondi per iniziare la ritinteggiatura della citta. Quindi ci si è messi all’opera e con pennelli e secchi i volontari pittori hanno iniziato a restituire un po’ di bianco alle mura sbiadite.

Il risultato si è voluto festeggiare tutti assieme ed è stata organizzata una cena, dal titolo “Cena in bianco”, nel carcere di Lecce, la struttura detentiva di Borgo San Nicola, alla quale hanno partecipato le detenute e circa cinquanta invitati che, manco a dirlo, avevano l’”obbligo” di vestirsi di bianco. La bella iniziativa ha avuto come sponsor le aziende salentine che collaborano con Slow-Food, e proprio il fondatore, Carlin Petrini, ha commentato il fortunato connubio e la speranza che dona proprio a chi sta cercando di rifondare la propria esistenza su basi che sappiano di buono e pulito. Proprio come il bianco della calce.

 

Carcere di Frosinone: I Bisonti con l’ovale placcano le difficoltà

Ad ottobre parte il campionato di rugby, serie C, e tra le squadre che si sono iscritte c’è anche quella de I Bisonti. Certo, il nome è di quelli impegnativi ma anche lo sport in questione lo é. La squadra de I bisonti nasce nel carcere di Frosinone, come spiega Manuel Cartella, responsabile del progetto, grazie alla serietà dei detenuti, alla capacità di Luigi Ciavardini, responsabile per le attività sportive in carcere per ASI-Gruppo Idee, ed alla amministrazione della casa circondariale. La provenienza dei giocatori è tutta la stessa: reparto di Alta Sicurezza,  sezione in cui sono ristretti i condannati per reati associativi come mafia e traffico di droga. La passione e l’abnegazione, che sono immediatamente chiari, e la partecipazione ad alcune partite amichevoli dalle quali la squadra esce a testa alta, convincono tutti a proseguire. I giocatori scelgono il nome della squadra ed i colori della maglia, bianco e rosso, e così si presenta in Federazione l’iscrizione ed anche la richiesta di poter giocare tutte le partite in casa. Le squadre del girone si sono dichiarate immediatamente disponibili a giocare a Frosinone le partite di andata e ritorno, per portare l’aria della normalità in un campo in cui gli spettatori non saranno soltanto i semplici interessati o i familiari ma anche gli agenti di polizia penitenziaria per la sorveglianza.

Le regole ed i valori fondamentali dei quali lo sport in generale ed il rugby in particolare sono portatori, la lealtà, l’onestà, la correttezza, il senso del gruppo che prevale sull’interesse del singolo, non hanno avuto difficoltà ad essere compresi ed accettati da questi singolari giocatori, che hanno preso l’impegno con grande serietà ed estrema professionalità. Trenta i detenuti che hanno deciso di buttarsi nella “mischia”, italiani e non, e tutti non vedono l’ora che ottobre arrivi perché l’avventura abbia inizio. Luisa Pesante, direttrice del carcere, sarà con loro, ai bordi del campo a fare il tifo per la sua squadra e per quegli uomini che, con il loro impegno, hanno già segnato una meta.  
 

[FEA]