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venerdì 31 maggio 2013

Carcere: Bio fra le mura oggi, lavoro per domani

Verdure biologiche

Giudecca e Santa Maria Maggiore a Venezia, Gorgona in Toscana, ma anche Casal del Marmo a Roma, Pontremoli, Palermo, L’Aquila. Se, come nel gioco enigmistico “Unisci i puntini neri”, spargete su un foglio questi nomi e tracciate una linea ideale che li unisca tutti, leggerete “Biologico in carcere”. Stiamo parlando di carceri ma anche istituti per minori dove è entrata l’agricoltura biologica.

Nel carcere maschile di Santa Maria Maggiore a Venezia nel 1994, con l’aiuto di alcuni volontari, nasce la cooperativa sociale Rio Terà dei pensieri che, già nel 1995, nel carcere femminile della Giudecca, inizia a coltivare (sic) l’idea di recuperare uno spazio di seimila metri quadrati di verde, per destinarlo ad orto. La Direzione del carcere accoglie l’idea, le detenute aderiscono con entusiasmo, frequentano un corso di formazione e il lavoro parte: l’Orto delle meraviglie, così lo chiamano, che ottiene la certificazione del metodo biologico solo sei anni fa, ad oggi produce “soprattutto verdure di stagione, circa trenta tipi di ortaggi, fra cui anche prodotti tipici come l’asparago violetto o il radicchio rosso” come spiega Vania Carlot, operatrice della Cooperativa che segue il progetto. Questi prodotti una volta a settimana vengono messi in vendita, fuori dal carcere, da due detenute accompagnate da una volontaria esterna, oppure vengono inseriti in borse di prodotti misti di stagione e venduti a gruppi d’acquisto di Venezia. I detenuti che lavorano all’Orto delle meraviglie hanno veri e propri contratti di lavoro tipici della cooperazione sociale e il rapporto di lavoro ha la durata della loro permanenza in carcere.

Diversamente, invece, si regola la Casa di reclusione della Gorgona, dove l’agricoltura e l’allevamento del bestiame sono attività praticate fin dal 1869: la certificazione biologia per l’agricoltura arriva nel 1994, mentre quella per la zootecnia è più recente, solo del 2012. A Gorgona i numeri sono importanti: 40 gli ettari con 1500 olivi, un ettaro di vigna, 2500 metri quadri di orto, e ancora pascolo per ovini, bovini e galline. E poi tutta la filiera della produzione e lavorazione: formaggio, olio, carne e vino.  Diverso è anche il destino di questa produzione che, per ora almeno, resta tutta all’interno, destinata a soddisfare le necessità dei detenuti o ad essere venduta al personale che a Gorgona lavora. Ma qualcosa è destinato a cambiare.

Pochi giorni fa, infatti, presso il Museo Criminologico di Roma, è stato presentato un vino prodotto proprio sull’isola, il Gorgona, un bianco a base di vermentino e ansonica, che la Marchesi de’ Frescobaldi ha prodotto. In realtà la Casa vinicola, così come alcune altre aziende del settore, ricevono dall'Istituto penitenzierio un e.mail che chiede collaborazione per poter mettere i detenuti in condizione di lavorare: la proposta riguarda una bella vigna di un ettaro che recentemente è stata recuperata, proprio grazie al lavoro di uno  dei detenuti.  Lamberto Frescobaldi, vice presidente dell'azienda vinicola, racconta che stanno per essere distribuite ai migliori ristoranti ed enoteche 2700 bottiglie e 150 magnum di questo bianco completamente prodotto nel carcere e grazie al lavoro dei detenuti, che hanno coltivato la vigna, gestito la cantina e preparato il vino per l’imbottigliamento.

Il progetto biennale 2008-2009 Agricoltura sociale e detenzione: un percorso di futuro, cofinanziato dal Ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali, in collaborazione con il Ministero della giustizia, ha censito 54 carceri dove si svolgono attività agricole e 22 fra cooperative ed aziende: in 17 di queste si applicano le tecniche dell’agricoltura biologica. Lavorare è importante per il detenuto, lo mette in condizione di riguadagnare consapevolezza di sé, autostima, dignità; dà la possibilità di pensarsi nella libertà come una persona portatrice di conoscenze e capacità lavorativa che potranno aiutarlo a non mettersi al margine della società, ma gli forniranno gli strumenti per entrare a buon diritto nella società e farne parte arricchendola con la propria partecipazione.

[FEA]