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lunedì 21 gennaio 2013

Bollate: solidarietà e profitto. Sicuri che siano inconciliabili?

Call center carcere di Bollate

Al carcere milanese di Bollate, dove alta è la percentuale di detenuti ammessi al lavoro, da qualche tempo è stato aperto un call center, oltre ad una lavanderia che al momento impiega quattro detenuti e soddisfa le esigenze interne della struttura penitenziaria, oltre che qualche cliente esterno. Nel call center sono impiegati settanta detenuti, che prima di essere avviati effettivamente al lavoro sono stati formati esattamente come accade ai loro colleghi all’esterno.

L’esperienza viene raccontata a due voci: da una parte Jose Nitti, vice presidente della Cooperativa Outsider, che da anni collabora con l'istituto del capoluogo lombardo, dall’altra Umberto Costamagna, creatore ed amministratore della Call&Call, quinto gruppo nazionale nel settore dei call center.

Nitti, per la cooperativa Outsider, crede profondamente nel lavoro come chiave per ridurre il sovraffollamento. I detenuti che hanno la possibilità di lavorare, riacquistano dignità personale, consapevolezza nelle proprie capacità, acquisiscono nuove conoscenze e imparano mestieri che potranno aiutarli nella vita civile, una volta liberi. I detenuti avviati al lavoro possono aiutare a ridurre il costo di mantenimento che lo Stato sostiene per loro: dalla paga, gestita dal direttore, viene infatti detratta una piccola parte in conto spese. I detenuti che hanno diritto a svolgere un lavoro all’esterno, possono uscire dal carcere anche se, però, pochi lo fanno perché non sempre sono in grado di sostenere il costo di un affitto. Nitti ritiene che, se lo Stato sostenesse e finanziasse l’affitto per piccoli gruppi, si potrebbe risparmiare sul costo mensile che si sostiene per ciascun detenuto, pari  -servizi e sorveglianza compresi- a € 4.500. Insomma, sembra proprio che il lavoro, meglio degli indulti e delle amnistie, aiuti lo svuotamento delle carceri e inibisca il fenomeno delle cd. “porte girevoli”.

Costamagna, imprenditore e come tale con approccio differente a questa realtà, ci spiega che la scelta di offrire lavoro ai detenuti del carcere di Bollate, mentre tutti i suoi colleghi delocalizzano in zone in cui il costo del lavoro e la politica fiscale incentivano l’attraversamento dei confini, deriva in parte dagli sgravi fiscali che anche la nostra normativa concede all’imprenditore che assume detenuti, pari all’80%, ma in misura importante anche dal fatto che il detenuto ha tutto l’interesse a dare il massimo nell'attività lavorativa. La persona ristretta in carcere che accetti di lavorare per il call center di Costamagna, verrà avviato a formazione esattamente come i suoi colleghi all’esterno, assunto a tempo indeterminato, come tutti i dipendenti della Call&Call, ed avrà la stessa retribuzione prevista da contratto. "Non siamo dame di San Vincenzo", dice Umberto Costamagna. Tanto si crede nel lavoro dei detenuti, che ultimamente è anche una cantante lirica è stata chiamata a dare suggerimenti sull’uso della voce.

Solidarietà dall’uno, business dall’altro, ma se invertiamo l’ordine dei fattori, siamo proprio sicuri che il risultato cambi? Un detenuto che abbia la possibilità di lavorare, di impegnarsi, sente di poter essere un uomo utile e migliore, dentro e fuori. In ogni senso.

[FEA]