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giovedì 19 luglio 2012

Paolo Borsellino: la sua morte, un sasso nello stagno della nostra coscienza.
 

Paolo Borsellino e Giovanni Falcone

19 luglio 1992-19 luglio 2012. Vent'anni fa il procuratore Paolo Borsellino assieme ad Emanuela Loi, Agostino Catalano, Eddie Walter Cosina, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina, la donna e gli uomini che componevano la sua scorta,  persero la vita nella strage mafiosa consumatasi in Via D’Amelio. 


Nel 1963, Borsellino vince il concorso in magistratura e diventa il più giovane magistrato d'Italia.Inizia ad occuparsi di questioni civili, per passare successivamente al penale. Dal  febbraio 1980 si dedica ad un’inchiesta sui rapporti tra mafia e politica negli appalti pubblici a Palermo e inizia a collaborare con Rocco Chinnici, Procuratore capo, che verrà ucciso nel 1983, nell’attentato di Via Federico Pipitone. Assieme a Antonino Caponnetto, che prenderà il posto di Chinnici, ai colleghi Giovanni Falcone, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta ed ai commissari di Polizia Ninni Cassarà e Giuseppe Montana, prosegue l’attività del pool antimafia che, nonostante i grandi risultati conseguiti, nel 1987 viene smantellato.
La sua vita e il suo impegno si fermano il 19 luglio 1992 quando, dopo aver pranzato a Villagrazia con la moglie Agnese e i figli Lucia, Manfredi  e Fiammetta, si sposta in via D'Amelio per andare a far visita alla madre, sempre accompagnato dai suoi angeli . Una Fiat 126, parcheggiata nei pressi dell'abitazione con circa 100 kg di esplosivo a bordo, esplode al passaggio del magistrato.


Una città stremata, una nazione costernata che non sanno in che direzione guardare per cercare risposte a quanto sta accadendo. Il cuore della democrazia che si spacca in mille schegge, uno stivale intero che sembra sbandare, travolto e offeso da un dolore insopportabile. Poi il mondo ritorna a posto, si chiudono le ferite nei palazzi e nelle strade sventrati dall’esplosione, ma il dolore rimane. Non guarisce e non sparisce.  E' il dolore della famiglia che ha vissuto assieme a lui la paura e la consapevolezza di quello che poi sarebbe accaduto; il dolore della moglie e  dei figli che avrebbero voluto invecchiare e crescere con lui,  perchè Borsellino era anche un marito e un padre. Manfredi Borsellino ricordando il padre scrive: "Ho iniziato a piangere la morte di mio padre con lui accanto mentre vegliavamo la salma di Falcone". E' la misura dello strazio che la sua famiglia, amandolo, ha portato dentro da quando il 22 maggio dello stesso anno, Giovannni Falcone, l'amico inseparabile, viene ucciso in una identica mattanza.  
E’ il dolore della gente che a lui aveva guardato, al procuratore Borsellino, come si guarda ad un uomo coraggioso e leale, capace di trovare la strada per restituire al Paese dignità e orgoglio. Come a colui che aveva deciso dopo la strage di Capaci di andare comunque avanti, perchè quello era il suo dovere. Un eroe, forse, nel tempo dei passi indietro, dei "nè con questo, nè con quello",  lui aveva scelto da quale parte stare e andava avanti per la sua strada; un eroe umano, che fumava tanto e aveva paura dell'aereo.


Ma la sua morte ci ha dato molto di più. Si è scagliata come un sasso nello stagno e ha iniziato a produrre cerchi sempre più ampi in un moto continuo e inarrestabile. Le nostre coscienze sono state investite da questo movimento ed è nata la consapevolezza e la voglia di conoscere la verità. Di esigere la verità. Ci piacerebbe poter dire come Manfredi Borsellino in una lettera al padre: “La nostra vita è cambiata”. Dirgli “Grazie, caro Paolo”.

[FEA]