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lunedì 13 novembre 2017

Telemedicina in carcere: questione di privacy

Telemedicina


La Telemedicina, secondo la definizione contenuta  nelle Linee di indirizzo del Ministero della Salute, è il “ricorso a tecnologie innovative, in particolare alle Information and Communication Technologies (ICT), in situazioni in cui il professionista della salute e il paziente (o due professionisti) non si trovano nella stessa località”.

“Tuttavia la prestazione in Telemedicina” chiarisce subito il testo “non sostituisce la prestazione sanitaria tradizionale nel rapporto personale medico-paziente, ma la integra per potenzialmente migliorare efficacia, efficienza e appropriatezza”.
Una precisazione utile a fugare la diffidenza  verso la virtualità del contatto con il medico da parte di molti pazienti, liberi e detenuti, portatori spesso di esigenze che vanno oltre il bisogno di risposte strettamente mediche.

In realtà il ritardo nel ricorso alle ICT, in Italia non sembra oggi più dovuto a resistenze culturali, quanto ad ostacoli  organizzativi e giuridici.
Alcune ricerche dimostrano infatti che  sempre più pazienti e medici interagiscono tramite mail o whatsapp, strumenti informali che facilitano e personalizzano la relazione di cura, consentono una comunicazione più chiara e precisa lasciando una traccia scritta. D'altra parte le visite di follow up in ambulatori pubblici, sovraccarichi di utenti, si riducono spesso a incontri di pochi minuti dopo attese di ore.

I problemi hanno piuttosto a che fare con la sicurezza nella trasmissione di dati sensibili che riguardano la società “libera” e che assumono una peculiare complessità quando i pazienti sono anche detenuti per la conoscibilità di tali dati anche da parte dell’Amministrazione o di altri soggetti terzi.

Se l’introduzione di un Sistema Informatico di trasmissione dei dati sanitari dei detenuti e di servizi ad esso connessi è da oltre un decennio nelle linee programmatiche dell’Amministrazione Penitenziaria (il progetto di telecardiologia "Asclepio" negli istituti Milanesi risale al 2006), ciò è  dunque in buona parte dovuto anche ad ostacoli di natura giuridica.

Evidenti peraltro i motivi alla base di una  scelta che ormai si può definire obbligata. Da una parte razionalizzazione di invii nei centri clinici, risparmio di risorse umane (personale di polizia penitenziaria addetto ai trasporti in ospedale) ed economiche nonché vantaggi sul piano della sicurezza, dall'altra tempestività delle refertazioni, monitoraggi costanti di dati clinici, prescrizioni e farmaci in tempi brevi, continuità di cure e assistenza grazie al  diario clinico che segue la persona detenuta negli spostamenti sull’intero territorio.

In questi ultimi il progetto di introduzione di un sistema nazionale di Telemedicina in carcere ha segnato importanti passi avanti.
Il 22 gennaio 2015 la Conferenza Unificata Stato Regioni ha approvato un accordo per favorire modello innovativo di gestione della salute all’interno degli istituti di pena “anche attraverso il ricorso alle nuove tecnologie e alla telemedicina” Il Tavolo 10 degli Stati Generali dell'Esecuzione Penale ne ha sviluppato alcune linee di attuazione con la proposta al Ministero del “Diario clinico del detenuto”, progetto di Federsanità ANCI che“ prevede di semplificare quanto più possibile le modalità di interazione fra i diversi attori coinvolti, connettendo il mondo delle Carceri (in particolare i Presidi Sanitari interni a ciascun Istituto) con il mondo degli Ospedali attraverso un unico canale di comunicazione, i cui poli (HUB) sono rappresentati da un lato dal DAP (interconnesso con tutti gli Istituti di Pena) e dall’altro da Federsanità, potenzialmente connessa con tutte le Strutture Sanitarie operanti sul territorio, attraverso una specifica Piattaforma di Interoperabilità” (relazione conclusiva Tavolo10).

La proposta è stata assunta dal Ministero che ha promosso una convenzione tra i Dipartimenti dell’amministrazione penitenziaria, della  Giustizia minorille e la Direzione generale per i sistemi informativi automatizzati (DGSIA) con Federsanità ANCI, siglata il  4 agosto 2016 e  rinnovata per un biennio il 17 ottobre scorso.

La Convenzione  prevede una piattaforma informatica di trasmissione dei dati sanitari delle persone detenute sviluppata dalla DGSIA finalizzata alla gestione di un servizio di telemedicina in ambito carcerario, sia adulto sia minorile. Un progetto complesso oltre che per gli aspetti tecnici propri per quelli legati la tutela dei dati sanitari delle persone detenute che ha richiesto l’approfondimento da parte dell’Ufficio del Garante della Privacy ( tra le proposte del Tavolo 10, anche la previsione di una normativa per disciplinare l’accesso ai dati da parte di personale qualificato non sanitario).

Mentre si prospetta a breve l’avvio di una sperimentazione in Calabria, esperienze autonome sono state realizzate in alcuni istituti italiani.
La più recente nella casa circondariale di Lecce, struttura “favorita” dal disporre di un poliambulatorio ,di apparecchiature diagnostiche e personale sanitario adeguati. In carcere  un detenuto può oggi ,ad esempio, effettuare una radiografia, inviarla allo specialista in ospedale e ricevere il referto per via telematica. Un progetto costato 18 mila euro cofinanziato al 50 per cento dall'Asl e dalla direzione del carcere.

Da settembre è attivo un servizio di telecardiologia per la refertazione dei tracciati elettrocardiografici anche in nei due istituti di Civitavecchia. Il collegamento, reso possibile grazie all'accordo tra l’Asl Roma 4 e l'Ospedale S. Giovanni di Roma con il sostegno del Garante dei diritti dei detenuti del Lazio,  prevede il monitoraggio e il teleconsulto per le persone affette da problematiche cardiologiche che possono cosi’ contare sull'assistenza qualificata e costante del Dipartimento di cardiologia del nosocomio capitolino. Il servizio, avviato nella casa di reclusione di Via Tarquinia , terminati i lavori di cablaggio verrà esteso a breve anche al Nuovo complesso di via Aurelia dove sono presenti circa 450 detenuti.

Il San Giovanni di Roma è stata tra le prime strutture ospedaliere ad attuare la telemedicina con un istituto penitenziario. Risale al 2015 l’attivazione di un servizio di telemonitoraggio e teleconsulto a Regina Coeli, grazie ad un software realizzato in house dall’ICT dell’Ospedale in collaborazione con il Servizio di Telemedicina che da anni assicura  continuità assistenziale ai pazienti dimessi dall’Ospedale. Anche questo progetto è stato sostenuto dal Garante dei diritti dei detenuti della Regione Lazio che ne ha garantito il  primo finanziamento e il suo recente rinnovo.

Si tratta di iniziative isolate e condotte in autonomia, ma utili a confermare vantaggi e individuare eventuali criticità da superare in un’ottica di sistema. Lo strumento nazionale infatti potrà consentire rilevazioni epidemiologiche, programmare interventi in risposta i bisogni di salute della popolazione detenuta, garantire soprattutto un’omogeneità di accesso alle prestazioni di prevenzione, diagnosi e cura, in definitiva a completare il percorso di riforma della medicina penitenziaria. [AB]