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venerdì 3 novembre 2017

Roma - A Rebibbia  un murale per la libertà d'arte e di genere

Il murale realizzato dalle detenute della sezione transessuali

Fiori, vignette, cuori, un’emoticon ammiccante dalle lunghe ciglia, punti interrogativi e varie interpretazioni del simbolo più popolare, il cerchio con la freccia maschile e la croce femminile.Tanti colori – che ricordano la bandiera Arcobaleno, primo vessillo dell’orgoglio LGBT - vestono le quattro pareti del cortile per l’aria della sezione transessuali della casa circondariale Raffaele Cinotti di Rebibbia. Autrici del murale le transessuali detenute, quasi tutte di origine sudamericana, coinvolte nel progetto “Salviamo la faccia”, promosso dal Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio ed affidato in partnership, a Ossigeno per l’Informazione e al CPIA.

Non solo immagini, ma anche slogan: “L’arte è libertà di genere”, “Trans in jail e jail in trans”, e brevi riflessioni in un efficace quanto approssimativo italiano:“Non sono bene come vorrei ma neanche male come vorrebbero gli altri”.

Iniziato circa un anno fa, il murale è stato inaugurato il 27 ottobre alla presenza delle autrici, della direttrice dell’istituto Rosella Santoro, del commissario capo Luigi Arduini, dell’assessore capitolino Daniele Frongia, dei garanti dei diritti dei detenuti di Roma, Gabriella Stramaccioni e del Lazio, Stefano Anastasia e di rappresentanti delle varie realtà che hanno collaborato nella realizzazione del progetto.

La sezione per transessuali della casa circondariale di Rebibbia è una delle sei presenti in Italia. Le altre si trovano negli istituti di Belluno, Como, Firenze Sollicciano, Ivrea, Napoli Poggioreale, Rimini e contano 62 presenze (dati Dipartimento Amministrazione penitenziaria del 3 novembre 2017). In tutte le altre sedi le persone transessuali vengono destinate ai reparti isolamento o ai precauzionali (maschili, perché per l’anagrafe sono ancora uomini) insieme ai sex offenders, agli ex appartenenti alle Forze dell’ordine e ad altre tipologie di reclusi che potrebbero essere esposti ad aggressioni di vario genere dai compagni. Questo determina, di fatto, una qualità degli spazi inadeguata, un’esclusione o una forte limitazione nell’accesso ad attività comuni, formative e risocializzanti.

"Salviamo la faccia" può rappresentare in proposito un modello da replicare in quanto pensato oltre che per l’istituto femminile ( con la realizzazione di un cortometraggio e di altre attività), per la sezione transessuali. Il progetto si è articolato in diverse fasi, comprendenti l’espressione artistica, la formazione e il lavoro.  Per “ Made in jail”, ormai storica presenza nelle carceri romane con la produzione di felpe e magliette serigrafate, le detenute hanno realizzato 800 t-shirt, già in vendita nei mercatini natalizi. [AB]