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venerdì 13 ottobre 2017

Ministre di culto contro il radicalismo in carcere

La Moschea di Instanbul

La  notizia è stata accolta con sorpresa da chi, come la maggior parte di noi, sa poco di islam, stampa compresa che ha fatto leva nei titoli  sull'accostamento di parole  come “donna”, “imam”, “carcere,”  evocative di un universo di stereotipi e allarmismi: donna velata e segregata, imam reclutatori di terroristi e carcere (o moschee) fucina di radicalismo.

Dunque Yamina Salah ,Soraya Houli, Fatna Ajiz e Fattum Boubaker, musulmane che in istituti penitenziari maschili predicano l’autentico Corano per combatterne interpretazioni pericolose, mettono in crisi i più diffusi luoghi comuni.

Eppure le quattro volontarie non sono certo le prime donne ad avere un ruolo importante nell’educazione spirituale dei credenti musulmani, anche se consentire alle imam, anzi imamh, di guidare donne e uomini nella salāt,  la preghiera obbligatoria, è ancora oggetto di controversia nel vasto ed eterogeneo mondo islamico.

Se in California Ani Zonneveld, fondatrice della Muslims for Progressive Values, associazione islamica progressista, guida la preghiera del venerdì per uomini e donne e celebra matrimoni interreligiosi, etero e omosessuali, l’orientamento prevalente delle scuole più ortodosse, sunnite e scite, ritiene che le donne possano guidare la preghiera solo di altre donne.

In realtà di ministre di culto islamico ne esistono in tutto il mondo anche da molti anni ( in una comunità cinese addirittura da secoli) mentre anche in Europa sorgono moschee solo femminili come la Marian di Copenaghen , dove a guidare la preghiera sono due donne, Sherin Khankan e Saliha Marie Fetteh. Qualcosa sta cambiando comunque anche nell’islam moderato dove si comincia a fare strada una corrente di pensiero che non riscontra nel Corano alcun un divieto per le donne di guidare nella preghiera gruppi promiscui.

Dal 2006 in Marocco esistono le mourchidat, che sono a contatto con i fedeli di entrambi i sessi benché non possano guidare la preghiera e corsi di formazione "misti" per per imam e guide religiose sono sempre più diffusi: a quello organizzato  di recente dal Centro culturale islamico di Milano Sesto è stata prevalente la partecipazione femminile.

Yamina Salah e Soraya Houli, Fatna Ajiz e Fattum Boubaker  svolgono funzioni di guide spirituali all'interno di istituti di pena maschili e il loro seguito crescente  dimostra che il progetto anti-radicalizzazione che ha incluso la loro presenza tra i  ministri di culto  ha una portata educativa anche per i detenuti musulmani più fedeli ad un’idea retrograda della donna che ai contenuti del Corano.

Fatna Ajiz, nata in Marocco e oggi cittadina italiana, nella casa circondariale di Verona – dove aveva già lavorato come mediatrice culturale – parla di “ un islam di pace, di accoglienza e convivenza” ed analoga  attività svolgono a Bollate Soraya Houli  eYamina Salah, e a Brescia Canton Monbello la tunisina Fattum Boubaker.

Il progetto è una delle azioni previste dal protocollo tra Dipartimento Amministrazione penitenziaria e l’Unione delle comunità islamiche d’Italia il 5 novembre 2015 per favorire l’accesso di mediatori culturali, volontari e ministri di culto  in via sperimentale in otto istituti (oltre a Milano Bollate, Brescia Canton Monbello e Verona, Torino, Cremona, Modena, Firenze Sollicciano, San Vittore a Milano) con un coinvolgimento di un migliaio sui circa undicimila detenuti; provenienti da paesi islamici.[AB]