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venerdì 26 novembre 2010

Don Chisciotte Collapse: teatro-carcere per imparare a scrivere, correre, battere i chiodi

Immagine dello spettacolo Don Chisciotte Collapse

Don Chisciotte Collapse: teatro-carcere per imparare a scrivere, correre, battere i chiodi

La compagnia del Pratello, che fa capo all’omonimo carcere minorile di Bologna, torna in scena anche quest’anno con una rivisitazione del capolavoro di Cervantes che non lascia spazio ai clichè.

È un Don Chisciotte sdoppiato quello che viene narrato: uno, invecchiato e cieco, accompagnato da un ragazzino, siede tra il pubblico per assistere alla messa in scena della propria vita. Ad interpretarlo è il comandante della Polizia penitenziaria Aurelio Morgillo. L’altro è uno dei giovani detenuti, esile e solo al centro della scena, che diviene bersaglio di farse e derisioni da parte di una fantomatica compagnia di comici.

L’obiettivo è quello di reinventare drammaturgicamente l’artificio letterario di Cervantes. Don Chisciotte, paradosso in sella a un cavallo sfiancato, cavaliere errante le cui peregrinazioni smontano l’idea stessa di cavalleria, è già vittima del suo stesso autore che descrive senza pietà la parabola del cavalleresco idiota la cui follia rivela la follia più grande dell’ideale cavalleresco. Un tema impegnativo, dunque, che rappresenta la degna conclusione di vari laboratori a cui hanno partecipato i detenuti per quattro mesi, dal laboratorio teatrale a quello di scrittura, da quello di illuminotecnica alla scenografia.

Un teatro, quindi, che diviene un non-luogo ideale attraverso il quale la pena detentiva si fa officina per la costruzione della libertà futura. Perché la cultura, intesa come valori condivisi e recupero di valori sociali accettati, è una delle precondizioni necessarie affinchè le persone possano uscire migliorate dal carcere.

Lo spettacolo, che ha debuttato ieri 25 novembre e andrà in replica fino all’11 dicembre presso lo stesso Ipm, ci è stato raccontato da due osservatori privilegiati. Di seguito riportiamo le interviste concesse dal regista, Paolo Billi, e da una delle attrici esterne che partecipano al progetto Botteghe Moliere, Antonella Sgobbo.
 



Da rapporto formativo a rapporto lavorativo. Il teatro-carcere secondo Paolo Billi

Come è cominciata questa esperienza di teatro-carcere, o meglio, cosa l’ha spinta ad entrare in contatto con il mondo carcerario?
In realtà non è stata una mia scelta. Nel 1998 fui chiamato dal Centro Giustizia Minorile dell’Emilia Romagna in relazione alla prima triennalità della L. 285/97 riguardante gli interventi per l’adolescenza e Bologna era una delle 12 città mandatarie. Mi chiesero, appunto, di fare un progetto teatrale rivolto ai minori ristretti nell’Ipm di Bologna. Quindi grazie alla l. 285/97 questo progetto è stato avviato, è stato rifinanziato per la seconda triennalità, poiché la prima era sperimentale. Al termine di questi due mandati sono scattate delle convenzioni con il Comune, la Provincia, il Centro Giustizia Minorile Emilia Romagna e la cooperativa Teatro del Pratello per quanto riguarda la gestione delle attività teatrali con i minori in carico ai servizi della Giustizia Minorile, quindi minori dell’area interna, ma anche quelli che fanno capo alla comunità ministeriale e tutti i ragazzi che sono seguiti dall’USSM, servizi sociali minorenni.

Qual è, dunque, il lavoro che viene svolto all’interno delle carceri? E quali sono le dinamiche che si instaurano, ovvero che tipo di rapporto viene a crearsi tra regista e ragazzi detenuti?

Io opero all’interno dell’Ipm con un ruolo preciso che è appunto quello di regista teatrale. Non entro nel carcere con un ruolo di educatore o di operatore che conduce un’attività ricreativa o ludica con i ragazzi. Con i detenuti lavoro in media 4 mesi l’anno, con un lavoro quotidiano di tre ore il mattino e tre il pomeriggio, per 5 giorni a settimana. Di conseguenza il mio lavoro, per quei 4 mesi all’anno, è l’attività cardine di tutte le altre funzioni che si svolgono all’interno dell’Ipm. Ha, insomma, una sua centralità e il rapporto che io vado a stabilire con i ragazzi è frutto di un’adesione volontaria da parte loro: è un rapporto formativo che si trasforma, poi, in un vero e proprio rapporto lavorativo, in quanto lo spettacolo che si realizza va poi in replica per quindici volte. Questo è un fatto unico in Italia poiché lo spettacolo non è più inteso come mero saggio finale di un corso, ma diventa una vera e propria rassegna teatrale con 100 spettatori a sera. Quindi, a conti fatti, dentro al carcere quest’anno entreranno circa 1500 persone che vanno a teatro per vedere uno spettacolo fatto dai ragazzi, non più come i primi anni in cui si entrava dentro l’istituto per vedere i ragazzi fare teatro. Questo è il grande cambiamento avvenuto in questi anni nella percezione, tra pubblico cittadino e carcere: chi entra dentro al carcere adesso viene a vedere uno spettacolo teatrale realizzato in tutte le sue componenti dai ragazzi. Significa che il progetto teatrale non prevede solamente un’attività di recitazione bensì parte da attività manuali, messinscena tecnica, falegnameria, carpenteria per realizzare sia lo spazio del pubblico che quello scenico. Si sviluppa poi in laboratori di attrezzeria dove si costruiscono gli oggetti che servono, laboratori di sartoria, fino ad arrivare alle attività espressive quali danza, ritmo e recitazione. Quindi al ragazzo viene offerto un percorso complesso che parte dal lavoro manuale fino ad arrivare al lavoro attoriale, divenendo proprietario di tutti i passaggi fondamentali.

E qual è la differenza tra un attore-detenuto e una figura tipica professionale? Quali sono le peculiarità del teatro-carcere?
La peculiarità del mio teatro-carcere è quella di chi si trova di fronte a ragazzi che perlopiù non sanno cos’è il teatro, per la maggior parte sono stranieri e non hanno vocazioni di questo tipo. Il mio atteggiamento è quello di chi tenta di fare emergere in loro potenzialità che molto spesso non conoscono, di affrontare la propria emotività all’interno di un fare artistico che ha delle sue regole ben precise. Spesso si pensa che il fare artistico sia improvvisazione: è tutt’altro, c’è necessità di regole e di tecniche ben precise. Di conseguenza, i ragazzi affrontano il problema del rispetto delle regole attraverso una pratica quotidiana concreta, conoscono il rispetto degli altri, il rispetto verso se stessi e la responsabilità. Tutti i momenti di un processo pedagogico che, nel fare teatro, sono attraversati mediante la pratica quotidiana.

In tutto ciò lei ravvisa dei limiti o degli stimoli alla creatività?
Sono certamente stimoli. Ma la creatività è qualcosa che deve sempre essere delimitata: non esiste per me creatività libera, essa ha bisogno di tecniche, limiti e definizioni e soltanto quando si sono create queste condizioni ecco che può sorgere l’altro lavoro che io con i ragazzi faccio e cioè affrontare il discorso della ripetizione. Una replica in teatro è un momento assai faticoso anche per un attore professionista ma è l’essenza stessa del teatro. Tutte le sere fare la stessa cosa, nella maniera più precisa possibile e soprattutto con la stessa intensità e lo stesso coinvolgimento emotivo.

Un lavoro che arricchisce i ragazzi ma anche i professionisti che, come lei, gravitano attorno a questo mondo?Certamente. Io mi reputo fortunato, e lo sono da anni, perché pur essendo arrivato casualmente dentro ad un carcere minorile ho potuto ritrovare necessità e ragioni per il mio fare teatro. Sicuramente il mio non è un teatro di intrattenimento, né di sterile sperimentazione intellettuale ma è un teatro che coinvolge delle persone come attori e che può coinvolgere gli spettatori in base allo spettacolo che si va a costruire, perché fatto di forti contenuti che siano civili e artistici insieme.

A proposito di contenuti, quest’anno avete messo in scena una sorta di farsa, una dissacrazione della figura di Don Chisciotte. Qual è esattamente il messaggio che intende trasmettere? Vuol dire lasciare poco spazio alle utopie oppure esasperare il paradosso di questa figura epica?
Pensarlo come farsa è un po’ riduttivo. Don Chisciotte è conosciuto per stereotipi, pochissimi hanno letto il romanzo originale: parto da questo dato di fatto. È un romanzo estremamente complesso all’interno del quale io ho colto un motivo che è stato evidenziato da una serie di critici, non mi sono sicuramente arrogato alcun diritto di invenzione. Il mio punto di vista è che Don Chisciotte è, nei confronti della società che gli vive intorno, una persona “diversa”, non ha tratti di normalità. Il cavaliere errante che si fa difensore degli oppressi contro le ingiustizie diventa una persona da deridere, vittima continua di violenze. Questa è la mia visione, non è una tesi: lo spettacolo può essere letto in tanti modi, io col mio punto di vista cerco di rispettare fedelmente l’originale perché anche nel romanzo è continuamente bastonato, preso a sassate, preso a pugni, torturato, preso in giro da una folla di personaggi. Don Chisciotte Collapse, (che letteralmente vuol dire collassare, ndr) perché in fondo questa figura nei tempi in cui viviamo giunge al collasso, cioè i nostri tempi non possono permettere di tenere in vita un Don Chisciotte.

Per concludere, qual è in genere il pubblico del teatro-carcere?
Per quanto riguarda il teatro del minorile qui a Bologna è un pubblico innanzitutto di giovani: sono tante le classi di scuole superiori, organizzate con genitori e insegnanti che vengono a vedere il lavoro che faccio con i ragazzi detenuti. Questo è un fatto per me molto importante che è sostenuto in maniera notevole da parte del Tribunale dei minori di Bologna che guarda a questa mia iniziativa in termini estremamente positivi. Diciamo che su 1.500 persone quest’anno probabilmente un terzo saranno studenti; poi in questi anni si è creato anche un pubblico di affezionati. Il mio sogno, ovviamente, è quello che gli spettacoli che realizzo con i ragazzi possano essere replicati fino a quando c’è richiesta.


La fatica come volontà e rappresentazione. Intervista ad Antonella Sgobbo

Antonella, ci racconteresti come sei arrivata al carcere del Pratello?
Io mi sono avvicinata al teatro 10 anni fa, per caso: frequentando l’università avevo conosciuto un gruppo studentesco con cui ho cominciato a livello amatoriale. Ho fatto un po’ di tutto negli anni, anche una scuola di recitazione, sempre contemporaneamente all’università. Al Pratello sono giunta l’anno scorso attraverso un annuncio su internet: c’era una sorta di selezione attraverso la quale sono arrivata a colloquio con il regista, Paolo Billi, a seguito del quale sono stata selezionata per prendere parte al progetto “Botteghe Moliere”, che costituisce il gruppo degli attori esterni. Noi siamo tra i cinque e i sei attori e rappresentiamo un elemento nuovo nel progetto del teatro-carcere. Paolo Billi lavora presso il minorile da più di 10 anni ormai, questo gruppo di esterni si è formato l’anno scorso: precedentemente si prestavano all’occorrenza alcuni collaboratori di fiducia del regista, un ballerino piuttosto che un tecnico luci, che lo coadiuvavano nella costruzione dello spettacolo. Ma attori esterni ci sono solo dall’anno scorso. Quindi, diciamo che il mio ingresso al Pratello è stato abbastanza casuale. Conoscevo Paolo Billi per fama, perché comunque qui a Bologna, ma anche a livello nazionale, è molto noto il teatro del Pratello e ne avevo sentito molto parlare come una delle poche esperienze di teatro-carcere in Italia.

Qual è il tuo ruolo nello spettacolo di quest’anno?
Essendo una rappresentazione alquanto particolare del Don Chisciotte, molto scarna come direbbe Paolo Billi, anche l’elemento femminile esce fuori molto poco, se non in una presa in giro della Dulcinea del Toboso. Io faccio il servo di scena e interpreto una mezza drag queen. Quest’anno la costruzione dello spettacolo è particolare poiché si tratta di una farsa, una presa in giro del Don Chisciotte davanti agli occhi dello stesso cavaliere anziano. Quest’anno per la prima volta il comandante del Carcere minorile partecipa alla rappresentazione teatrale e interpreta il Don Chisciotte anziano che dal pubblico guarda la messa in scena della sua presa in giro. Sulla scena, invece, ci siamo noi che siamo una compagnia di comici, fenomeni da baraccone, degli attori da quattro soldi che mettono su una rappresentazione burlesca dell’opera di Cervantes. Quindi è un teatro nel teatro. All’interno di questa compagnia io sono un servo di scena: faccio parte di quel gruppo che nella realtà è servo di scena, quindi segue la compagnia nella tournée e cerca però di irrompere sulla scena diverse volte. È uno spettacolo più da vedere che da raccontare, perché c’è tanta roba in scena: la scenografia è molto bella e molto ricca, interamente costruita dai ragazzi. La cosa particolare di questo teatro è che è accostato da altri laboratori che contemporaneamente vanno a completare quello teatrale. C’è il laboratorio di scrittura dove i ragazzi, insieme ad un collaboratore di Paolo Billi scrivono dei testi che poi verranno inseriti nel canovaccio finale sempre su tematiche che riguardano il Don Chisciotte però magari nei massimi sistemi, nei valori etc. Quest’anno ad esempio ci hanno ispirato molto le canzoni/poesie di Jacque Brel. Insieme alla scrittura poi c’è l’attrezzeria: il laboratorio dove i ragazzi costruiscono interamente la scenografia, quindi tutto quello che si vede è fatto dai detenuti, dagli oggetti di scena fino ad arrivare alla stessa struttura del palco. Ogni anno cambia e quest’anno il palco è costituito da una strada: discese e salite fino al fondo. Sullo sfondo, infine, è proiettato un video di nuvole.

Ci dicevi che nella drammaturgia sono confluiti testi scritti dai ragazzi stessi. Di cosa parla il brano finale?
Le favole. In realtà questo laboratorio di scrittura che porta alla produzione di testi che vengono inseriti all’interno del canovaccio finale è sotto forma di poesie. L’ultimo pezzo è appunto una poesia recitata da un ragazzo, molto triste. Quando ci sono testi dei ragazzi sono sempre dei momenti di grande tensione positiva, e di grande pathos. Il testo finale, appunto, parla di come le favole distruggono il mondo.

Più personalmente cosa pensi tu di questa esperienza?
Dal punto di vista teatrale è una vera e propria esperienza attoriale per me. Nel senso che non si tratta di semplice teatro sociale dove tutto è rivolto alla riabilitazione dei ragazzi. Io sono molto soddisfatta del mio lavoro dal punto di vista professionale, perché è un vero e proprio spettacolo teatrale, anzi forse è uno dei laboratori più duri a cui io abbia mai partecipato. Sia dal punto di vista fisico che in termini di tempo, perché è un lavoro che noi cominciamo dal primo settembre, tutti i giorni. Diventa anche difficile adattarlo alla propria vita quotidiana perché se lavori tutti i pomeriggi dalle 2 alle 5 dentro il carcere è una parte rilevante del tuo tempo. Dal punto di vista attoriale, come ti dicevo, sono molto soddisfatta perché lavorare con Paolo Billi mi piace molto: lui è molto esigente e grazie al lavoro che ci fa fare, nonostante sia molto rivolto ai ragazzi, comunque anche noi riusciamo a prendere quello che ci serve come crescita professionale. Anche dal punto di vista umano è un’esperienza senz’altro più completa perché lavorando con ragazzi del carcere c’è un’autenticità che io difficilmente trovo fuori. C’è una grande emozione, sotto lo spettacolo c’è un grande respiro unico, si crea un’unione particolare che di solito quando si lavora con degli attori “normali”, in altri contesti, c’è lo stesso però è più finalizzata allo spettacolo in sé. Dentro il carcere non puoi mescolare le cose perché tutto quello che concerne la tua vita quotidiana rimane fuori dalle sbarre: il dentro è tutta un’altra cosa ma non si sa perché spesso mi trovo più a mio agio là dentro che fuori. È la ricerca di cose vere, reali, autentiche: quando entri in carcere non hai bisogno di dimostrare niente a nessuno perché non importa a nessuno di chi tu sia. È tutto al presente, si vive momento per momento, non c’è la possibilità di pensare a niente.

Cosa ti piace esattamente del teatro-carcere con Paolo Billi?
Una cosa che mi piace molto del suo teatro sono i suoi 3 punti fermi che ha sempre sia con i ragazzi che con noi. Prima di entrare in carcere si organizzano degli incontri per gli esterni, dei laboratori residenziali: due o tre giorni di vero e proprio addestramento durante i quali ci allena secondo il suo teatro. La cosa fondamentale che io amo di quest’esperienza è la fatica. Per Billi è assolutamente importante sentire la fatica fisica in qualsiasi circostanza, mentre dici una battuta o quando dai una mano nell’allestimento. Forse la fatica per noi esterni è una cosa che ci aiuta a livellarci con i ragazzi, perché attraverso la fatica ci spogliamo di qualsiasi costume, qualsiasi cosa che ci riporta alla nostra vita quotidiana: è come un togliersi le scarpe quando entri in una casa, la fatica ci rende tutti uguali perché ti spogli di ogni orpello o decoro che ti rende identificabile. Lui ci fa correre in maniera disperata. Fisicamente è abbastanza forte come esperienza. Una cosa che mi è rimasta impressa e che poi dopo ho sperimentato con il teatro di Paolo Billi. La prima volta che ci siamo visti mi disse “per me ci sono tre cose importanti che un attore deve saper fare: saper scrivere, saper correre e battere i chiodi”. Scrivere è una cosa che anche a noi esterni ha fatto fare diverse volte, sapere anche magari creare in pochissimo tempo un pensiero su una semplice parola. La fantasia, l’attività della mente sempre pronta a buttar giù qualcosa. Poi il correre, perché porta fatica e quindi annullamento. Infine, battere chiodi per costruire la scenografia. Attori che sappiano montare il proprio teatro. Non vai a recitare in un teatro dove tutto è già pronto. La scenografia, saperla costruire con martello e chiodi alla mano è già teatro perché sei tu che ti stai costruendo il tuo spazio dove fai qualcosa che crei tu stesso. Questo secondo me fa la differenza, anche metaforicamente parlando.

Qual è l’allegoria che tu leggi nello spettacolo di quest’anno?
Partendo dal romanzo che tutti conosciamo del Don Chisciotte che vive una vita da folle e muore saggio. Questa lotta continua della sua vita dove tutti lo credono pazzo, in realtà lui non lo è secondo me. Mi piacerebbe se in questo mondo più persone vivessero un po’ come Don Chisciotte. Vedere cose che in realtà non esistono semplicemente in virtù di un credo più profondo, un’immaginazione che non è soltanto un desiderio continuo che le cose siano diverse ma è un sentirle davvero in maniera diversa. Oggi siamo sempre abituati a vedere le cose in maniera negativa, a cercare chissà che cosa, a desiderare, ma a non fare mai niente per personificare questo desiderio. Invece Don Chisciotte era effettivamente convinto, ha fatto della sua vita la sua fantasia: ha visto una contadina come una bellissima donna, ha visto un compagno di ventura rozzo e popolano come il suo scudiero. È molto affascinante perché mi piacerebbe che la gente imparasse ad andare aldilà di quello che è lo schermo iniziale. In questo spettacolo lui effettivamente viene picchiato, martoriato, preso in giro. Probabilmente per mettere a nudo questa verità. Per rendere più evidente il messaggio.

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