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martedì 4 settembre 2018

Dal carcere alla cucina gourmet:
ecco gli orti virtuosi di Rebibbia

L'Orto di Leopoldo
Capita che chef mitici come Heinz Beck o Massimiliano Alajm raggiungano in Sabina i terreni dell’Orto di Leopoldo per scegliere ortaggi ricercatissimi come il radicchio rosa e oro, lo snap sugar pea (pisello mangiatutto) o il pomodoro nero, giallo, arancio, bianco e viola.  
Prodotti non solo sani, buoni e dalle proprietà nutrizionali eccellenti, ma con un valore in più: molti di loro nascono in “cattività”, nell'ettaro di terra limitato dalle mura della casa di reclusione di Rebibbia,  coltivati da detenuti che ne curano i semi e i primi germogli sotto l’esperta guida di Luca Rando uno dei due ideatori dell’Orto di Leopoldo, così chiamato in onore, non a caso, di un frate cappuccino di piccola statura fisica e grande statura morale.
Le piantine vengono poi “liberate” e crescono negli ampi spazi verdi dell’azienda, tra la piana di Rieti e Leonessa, anche se una parte degli ortaggi coltivati nella tenuta interna di Rebibbia sono riservati al consumo dei detenuti e del personale. 

Il progetto si deve a una pittrice comasca, Musetta Mantero, e a Luca Rando, agronomo di Padova, immigrati in Sabina rispettivamente per arte e per amore. Oggi l’azienda vanta coltivazioni biodinamiche di grande varietà che non solo promuovono la fertilità del terreno senza l’utilizzo di concimi sintetici e pesticidi chimici, ma utilizzano mezzi d’irrigazione all’avanguardia per eliminare gli sprechi d’acqua. 
Fin qui una storia di un ritorno alla natura virtuosa come altre, cui però un’occasionale esperienza di Renda come formatore nei corsi regionali ENAIP per i detenuti ha aggiunto nuove motivazioni e obiettivi. L'attività specifica per il carcere è oggi organizzata dalla cooperativa sociale  "Le terre di Barbara" , presente anche come consulenza agronomica nella riorganizzazione delle coltivazioni e delle serre dell'istituto femminile di Rebibbia. 
 
I prodotti delle Terre di Barbara si aggiungono alle tante bio-coltivazioni che nelle carceri italiane offrono non solo un lavoro, ma anche una formazione qualificata ai detenuti. All’interno dell’ormai ricco campo dell’economia carceraria, i prodotti agricoli ed eno-gastronomici sono quelli di maggior impatto,  più apprezzati dai consumatori esigenti. Come lo zafferano di Ranza coltivato nella casa di reclusione di San Gimignano, l’olio extravergine delle case di lavoro di Vasto, Isili, Arbus e Isarenas, la pasta secca dell'Ucciardone di Palermo realizzata con grani perciasacchi da coltivazioni sperimentali o come il pregiato vino “Gorgona” Frescobaldi, prodotto  con le uve di un piccolo vigneto di terra e rossa e sabbia sul mare.

Progetti che oltre ad offrire un’opportunità lavorativa   potrebbero  avere una valenza educativa ulteriore per le persone in espiazione pena in quanto formano ad una cultura della qualità basata anche su principi d sostenibilità e su relazioni umane sane e solidali.
 
[AB]