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martedì 13 giugno 2017

Donne in carcere: quando il teatro è “necessario”

Un'immagine dallo spettacolo "L''infanzia dell'alta sicurezza"

Sono circa 2400, poco più del 4% della popolazione detenuta,  le donne in carcere e negli ultimi dieci anni il loro numero, anche nei periodi più critici del sovraffollamento, non ha mai raggiunto le 3000 unità. Poche e non troppo “pericolose”, considerato che tre quarti circa delle condannate sconta pene inferiori a cinque anni e circa un terzo inferiore ai tre.

A fronte di tali “qualità” statistiche, le donne in carcere hanno tuttavia svantaggi derivanti in parte proprio dall’essere una minoranza in un universo in cui spazi e opportunità di formazione sono stati pensati per il genere maschile o per stereotipi di quello femminile. A lungo, infatti, alle detenute sono state destinate attività di cucina, cucito, bricolage e occupazioni tradizionali spesso non responsabilizzanti né spendibili dopo la pena al di fuori di altre mura, quelle domestiche.

E’ vero, tuttavia, che le donne in carcere sono discriminate anche da un altro fattore legato all’estrazione socio –culturale e al livello di scolarizzazione, più basso di quello maschile. Da un recente rilievo (v. allegato), risulta infatti che l’8,5 % delle donne detenute non ha un titolo di studio e, tra queste,il 5%  è del tutto analfabeta (contro lo 0,9 degli uomini), mentre di un 32,7% non si conosce il livello scolastico.

Tra le cause della scarsa scolarizzazione c'è senz'altro la rilevante presenza di donne non italiane, prive di competenze linguistiche, e la brevità del periodo detentivo che non permette il compimento di cicli di studi o una loro programmazione. Per questo motivo alcune offerte trattamentali di tipo artistico ed espressivo all’interno degli istituti o delle sezioni femminili, assumono un rilievo e un valore particolari perché offrono anche a chi non è padrona della lingua italiana o deve scontare una breve condanna un'opportunità di partecipazione alla vita comunitaria importante, in quanto "...soltanto attraverso la partecipazione – e quindi la responsabilizzazione - si può evitare che le detenute (…) trascorrano la maggior parte del loro tempo detentivo nell’ozio, a “ciacolare”, o a svolgere lavoretti carcerari del tutto insignificanti …” (Donatella Stasio, Stati Generali dell'Esecuzione penale - Tavolo 3 - Allegato 2)

Una breve panoramica su progetti e artistici e culturali riservati alle donne in carcere rivela in proposito iniziative degne di nota.

Come il progetto L’altra città - Un percorso partecipativo e interattivo nella realtà carceraria italiana curato, nella casa circondariale di Taranto, dal critico d’arte Achille Bonito Oliva e dal comandante della Polizia penitenziaria Giovanni Lamarca. Iniziato con un laboratorio sulla didattica dell’arte cui ha partecipato un gruppo di detenute della sezione femminile, il percorso è continuato con la trasformazione di alcuni ambienti dell’ istituto in vere e proprie installazioni artistiche e si è concluso con l’apertura del carcere al pubblico. Un’opportunità di espressione e crescita per le realizzatrici dell’opera ed un’occasione per i visitatori di conoscere in maniera diversa dalla narrazione mediatica i luoghi delle pena e le persone che li abitano.

Metà, Meditazioni sul Cantico dei Cantici è invece il titolo di un’opera dedicata all’affettività e alle sue privazioni realizzata al Lorusso Cotugno di Torino. Oltre ai meriti artistici, al regista dal regista Claudio Montagna va riconosciuto quello di aver  coinvolto per la prima volta , grazie anche alla disponibilità della direzione dell'istituto, nel laboratorio maschile  alcune detenute del corso di canto e recitazione corale, condotto dai musicisti Nicoletta Fiorina e Giovanni Ruffino.

Apprezzate da pubblico e critica altre produzioni di teatro in carcere al femminile come Di quel poco e del niente, liberamente ispirato a “Donne che corrono coi lupi” diretta da Claudia Calcagnile della compagnia Oltremura nella sezione femminile del Pagliarelli, portata sul palco del Teatro Biondo, a Palermo, e Amore maschile, femminile e neutro, esito del laboratorio condotto da Anna Solaro per il Teatro dell’Ortica con le detenute della casa circondariale di Pontedecimo, le scuole "Anna Frank" e "Don Milani" di Genova, andato in scena Teatro dell’Archivolto.

Virtuose per altri versi anche le iniziative destinate alle donne detenute in Alta Sicurezza che invece il tempo ce l'hanno ma, in quanto minoranza tra le minoranze, sono esposte a maggior rischio di esclusione ed isolamento. Meritato pertanto il successo del laboratorio condotto da Lucilla Falcone nella casa circondariale di Melfi e conclusosi con la rappresentazione di Ulisse…Sono io e dell’avventuroso percorso dell’Infanzia dell’Alta sicurezza interpretato da otto detenute dell’istituto di Vigevano dirette dal regista e drammaturgo Mimmo Sorrentino
Lo spettacolo vanta decine di repliche e migliaia di spettatori all’interno del carcere ma, soprattutto, rappresentazioni all’esterno (università, teatri, festival) grazie alla concessione di permessi “di necessità” da parte del magistrato che, come già accaduto in qualche caso in passato per manifestazioni di particolare valore, ha riconosciuto che il teatro per alcuni gruppi di persone detenute non rientri tra le premialità ma rappresenti, appunto, una necessità. [AB]
 

Allegato - Detenute presenti per titolo di studio