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venerdì 29 aprile 2011

Carceri: il riscatto sociale passa soprattutto per il lavoro

Il direttore generale dei Detenuti e del Trattamento del DAP, Sebastiano Ardita, in un momento dell'intervista nella nostra redazione

Sono 14.174 i detenuti che lavorano. Rappresentano il 20,8% della popolazione carceraria: una percentuale ancora modesta, ma la prospettiva è quella di creare sempre più reali opportunità di inclusione socio-lavorativa. Lo scrive il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria nell'ultima relazione al Parlamento sul lavoro dei detenuti. Il lavoro penitenziario, infatti, è forse lo strumento principale grazie al quale il detenuto riesce a riacquistare una patente di credibilità sociale. Lo stesso riconoscimento costituzionale come uno dei principi fondanti della Repubblica rimanda alla funzione che il lavoro svolge nella società, come mezzo di produzione di ricchezza tanto materiale quanto morale per la persona: non come merce necessaria alla massimizzazione dei profitti, non come mero fattore di produzione, ma come realizzazione dell’individuo e delle sue aspirazioni materiali e spirituali, e quindi della società tutta. Ma mentre il lavoro per la persona libera è un’opportunità attraverso la quale trovare senso identitario e innescare meccanismi di riconoscimento sociale, in carcere esso è innanzitutto strumento di riscatto. La dimensione sociale prevalente resta quella di persona detenuta che però, attraverso il lavoro, può guadagnarsi mezzi e risorse derivanti dall’impegno e la volontà di uscire fuori dalla sua condizione di devianza.

In occasione della Festa dei lavoratori, abbiamo chiesto al Direttore generale dei detenuti e del trattamento del DAP, Sebastiano Ardita,  di analizzare e commentare per noi gli ultimi dati relativi ai corsi professionali e alle attività lavorative dei detenuti per l'anno 2010.


I dati 2010 evidenziano un leggero incremento dei detenuti che lavorano e un impegno maggiore dell’Amministrazione per favorire la nascita di nuove opportunità formative e/o professionali. A che punto siamo rispetto all’attuazione dei desiderata della legge, che prevede l’obbligatorietà del  lavoro carcerario come trattamento rieducativo?


Partiamo dal fatto che oggi in Italia il 20% della popolazione detenuta lavora. È un dato di media entità, che di per sé sembrerebbe modesto, tenendo conto del fatto che il lavoro dovrebbe essere una delle componenti fondamentali dell’attività di trattamento penitenziario, ma è più realisticamente accettabile se consideriamo che in Italia, dei 67 mila detenuti presenti, una grande parte è in transito dal carcere e non in condizione di stabile detenzione. La porzione di popolazione che ha una certa stabilità si attesta attorno ai ventimila unità, perché abbiamo una buona metà che sono soggetti giudicabili che entrano in carcere per periodi molto brevi (si consideri che il 50% degli arrestati resta in carcere per non più di trenta giorni) e che non avrebbero neanche il tempo di iniziare un’attività lavorativa. La porzione dei definitivi, che si attesta a poco più della metà dei presenti, in realtà poi presenta caratteristiche di stabilità in pochi casi:  quindi realisticamente possiamo dire che questo è un numero  legato alla scarsità di presenze stabili in carcere. Il carcere, infatti, assomiglia sempre più ad una caserma di polizia e questo è un aspetto che abbiamo più volte denunciato nel corso degli anni: è stato sottratto al suo scopo naturale, che è quello di servire alla rieducazione dei condannati e creare percorsi alternativi, ed è diventato uno strumento per tamponare dei momenti di difficoltà sociale. Ma la ragione per cui lavorano in pochi non è soltanto legata alla facile giustificazione della mancanza di un tessuto connettivo su cui intervenire, poiché ci sono anche attività lavorative che potrebbero essere svolte da detenuti che permangono per un breve periodo, come ad esempio i piccoli lavori di pulizia e manutenzione della struttura penitenziaria. La vera ragione, come si legge nella Relazione che abbiamo presentato al Parlamento nel gennaio scorso, è rappresentata dalla scarsità dei fondi che, dal 2006 a oggi, sono stati assegnati per il lavoro dei detenuti e con i quali dovremmo far funzionare le carceri, mantenere condizioni igieniche accettabili, gestire alcuni servizi interni come quelli della mensa. Siamo passati dai 71.400.000 euro del 2006 ai 49.664207 del 2011. Noi dobbiamo far fronte a una popolazione detenuta che dal 2006, anno dell’indulto, è cresciuta dalle 50mila unità alle attuali 70mila circa, con un aumento demografico di circa il 40% e una contestuale perdita di fondi pari al 30%. Le due curve si sono incrociate, mentre in realtà avrebbero dovuto seguire una linea coerente. Come risultato, abbiamo oggi una disponibilità pro capite dimezzata rispetto a quello che avevamo nel 2007 per far lavorare un detenuto.


Questo cosa ha comportato?

Un grosso stop nell’attività di rilancio del lavoro penitenziario. Infatti nel dicembre 2001 – anno dal quale ricopro l’incarico di direttore generale - lavoravano 13.800 persone, di cui 2.000 per ditte esterne; alle soglie dell’indulto del 2006, ne lavoravano già 15.500, di cui 3.000 non alle dipendenze dell’amministrazione. Quindi era cresciuta del 50% la quantità di lavoro ‘vero’, quello cioè alle dipendenze di imprese esterne che comporta la messa in regola e la permanenza nell’occupazione anche dopo l’uscita dal carcere. Insomma i lavoranti nel 2006 erano pari al 30% della popolazione detenuta, rispetto al 20% di oggi. Poi è arrivato l’indulto, che ha colpito quella porzione di popolazione detenuta sulla quale era possibile fare il trattamento, lasciando invece intatta la porzione di quelli che possiamo definire transitanti. Un provvedimento che doveva accompagnarsi ad alcune riforme strutturali e che azzerando quel sovraffollamento doveva giovarsi di alcune riforme del sistema penale che non sono mai arrivate. Qui dobbiamo fare un’analisi un po’ più ampia. Noi facciamo lavorare persone che hanno infranto il patto sociale, quindi rieduchiamo persone che hanno imboccato una strada sbagliata; ma abbiamo un sistema che in certi casi ha finito per colpire persone che semplicemente vivevano dei disagi derivanti da una condizione di povertà, tossicodipendenza, esclusione sociale, non appartenenza al contesto sociale e culturale ed extracomunitari per i quali si è fatta una scelta che è ‘politica’, ma nella quale è rientrato anche il carcere. Il carcere come luogo dell’estrema ratio, in cui si rieducano persone che hanno violato gravemente il patto sociale e spesso pericolose, si è trovato a dover gestire anche la presenza di soggetti reclusi per illeciti e fatti bagatellari.


Perché è accaduto questo?

Perché da anni in Italia la sanzione penale è diventata una sanzione meramente virtuale. L’arresto e la reclusione, la multa o l’ammenda, non ci sono altre possibilità in prima battuta: è chiaro che se tutte le persone che commettono reati finissero in carcere non basterebbero un milione di posti. Allora il carcere è divenuto una realtà virtuale, uno spauracchio: questi meccanismi, che rendono formale la sanzione, legati alla incensuratezza, alla scarsezza di entità del reato sono saltati per alcune categorie di imputati in base ad un criterio teoricamente corretto che è quello della recidiva, ma che praticamente diventa sbagliato perché nelle sanzioni penali che colpiscono il disagio la recidiva si fa, purtroppo, regola. Il fatto di commettere due o tre volte un reato con il quale un soggetto cerca di risolvere un problema esistenziale di fondo legato al disagio - mangiare, trovare un ricovero, un documento o un lavoro - è naturale. Anzi è fisiologico che si cada nella recidiva. Quindi, il recidivante che cerca di superare un disagio trova poi nella recidiva uno strumento che gli apre le porte del carcere e rende effettiva la sanzione virtuale. Noi ci troviamo detenuti definitivi che non hanno nessun tratto di pericolosità e hanno viceversa tutte le caratteristiche che servono a garantirne una facile rieducabilità. Un extracomunitario che ha commesso quattro reati bagatellari, che ha violato il permesso di soggiorno, ha tre volte l’obbligo di espulsione e ha venduto le collanine, se lo porto dentro e gli offro un lavoro vero, gli faccio una cortesia: non faccio nessun sacrificio e la rieducazione è automatica, ma l’errore sta a monte e sta nell’averlo portato in carcere. Con questo, non si deve sminuire il senso dell’obbligatorietà dell’azione penale, bisogna piuttosto pensare ad una sanzione diversa, perché quando una sanzione si inflaziona bisogna rivolgersi a sanzioni più dirette, immediate e meno coinvolgenti l’estrema ratio del sistema penale. Ora è chiaro che il carcere continua ad essere un presidio di legalità per alcune forme gravissime di criminalità grazie al quale arginiamo la presenza di criminalità organizzata di tipo mafioso ma anche la presenza di soggetti che compiono reati gravi, seppure non sono organizzati, criminali incalliti che hanno commesso una pluralità di fatti pericolosi. Però è anche vero che appesantire il sistema con la presenza di soggetti che non sono tali da giustificarne la presenza in carcere fa perdere il senso della stessa pena e si crea un pericoloso presupposto che è quello di far scarseggiare le risorse per tutti e di mettere in condizione, chi ha la responsabilità di gestire l’Amministrazione Penitenziaria, di non trovare criteri idonei, utili, validi per distribuire bene tali risorse. Si viene a creare una situazione nella quale la presenza di molti reati di poco conto fa pressione sul carcere e porta all’assunzione di provvedimenti di clemenza. A loro volta, i provvedimenti di clemenza che si agganciano ad un dato certo, che è la condanna definitiva, finiscono per avvantaggiare i detenuti che meno sono meritevoli di questo tipo di risultato e di rimedio.


E quindi?

Il problema è che a fronte di una crescita di fatti penalmente rilevanti, il carcere è rimasto un luogo nel quale le risorse sono sempre le stesse. Nessuno ha mai pensato che ad un aumento della popolazione penitenziaria consegue un aumento dei costi di gestione, cioè nessuno ha mai pensato che la variabile dell’aumento dei detenuti sia una variabile che incide sul bilancio economico, perché crea ulteriori esigenze trattamentali e di sicurezza. Attorno a tutto questo passa la problematica del lavoro penitenziario che è la più manageriale delle problematiche esistenti, cioè quella più legata anche alla dimensione retributiva della pena. Parliamo di un’attività che viene promossa in tutte le realtà penitenziarie, anche in quelle che negano i diritti del detenuto e dove la pena è concepita solo come afflizione e il lavoro come una conseguenza ulteriore di questa afflizione. Quindi parliamo di un elemento di base anche se il lavoro in Italia ha una sua forte derivazione costituzionale. È veramente un’attività di base, che si svolge con la testa, ma il carcere ha bisogno anche di cuore: per adesso senz’altro dobbiamo garantire il lavoro perché se non c’è questo non c‘è nemmeno speranza, ma ci sono anche attività che vanno svolte col cuore e che sono appunto quelle per la costruzione di modelli di trattamento rieducativo rispetto ai quali il lavoro è un tassello importantissimo e appunto basilare.


Da molte parti si polemizza sul fatto che in u momento di crisi economica così stringente, in cui è sempre più facile perdere il posto di lavoro e sempre più complesso trovarne uno, la società civile debba farsi carico di garantire un’occupazione ai detenuti?

Il problema è di grande complessità e quindi merita una risposta articolata. Il lavoro previsto dalla Costituzione, infatti, è un lavoro pensato per persone libere e che hanno voglia, possibilità e necessità di svolgere un’attività conforme alle inclinazioni personali, quindi un lavoro ispirato dalla condizione di libertà. Il lavoro penitenziario, invece, per quanto non sia uno strumento di afflizione, è soltanto una parte del progetto definitivo che si vuole realizzare, dal momento che è la società l’ultimo e il principale soggetto beneficiario. Deve essere un’attività remunerata finalizzata a creare un percorso di rieducazione. Uno dei nostri obiettivi prioritari, infatti, è quello di garantire che i detenuti vengano sciolti dal pervicace legame con l’attività criminale ritornando a una condizione di civiltà e di rispetto delle regole che comporta conseguenze anche in termini di più ampia sicurezza sociale. È chiaro allora che, il sacrificio rappresentato dall’impiego di risorse economiche e la garanzia di un accesso privilegiato al lavoro, conformemente al dettato della legge Smuraglia, è un sacrificio soltanto apparente. C’è poi da affrontare un’altra questione. Mentre il cittadino comune ha diritto in senso programmatico a che la Repubblica gli garantisca le condizioni che favoriscono il lavoro, il detenuto ha diritto a ricevere l’indicazione di un criterio oggettivo per il superamento della sua condizione di perversione, depravazione e violazione delle regole, insomma, della sua ‘cattiveria’ nel senso criminologico del termine. Al carcerato viene proposto un programma e questi deve aderirvi con l’impegno che il patto trattamentale comporta. È chiaro, allora, che le polemiche sugli aspetti economico-sociali del lavoro dei detenuti non hanno fondamento salvo che si vogliano investire risorse in attività di prevenzione, polizia e cancelli automatici, sistemi di protezione passiva che dal punto di vista economico comporterebbero un dispendio di gran lunga più elevato e rappresenterebbero un’operazione insensata sia razionalmente che politicamente.


I lavoranti non alle dipendenze dell’Amministrazione e quelli dipendenti dall’Amministrazione penitenziaria sono in un rapporto di circa 1 a 10. Come si commenta questo dato? Non è forse il lavoro presso enti e imprese esterni all’Amministrazione penitenziaria la strada più utile al reinserimento sociale del detenuto?

Certo. Gli incentivi alle imprese sono compendiati in una tabella in cui sono riportati i fondi di cui disponiamo, sempre nel solco della legge Smuraglia, per offrire alle imprese crediti d’imposta e agevolazioni nel pagamento degli oneri di carattere contributivo. Si tratta di un capitolo gestito direttamente da Agenzia delle Entrate e Inps che inizialmente hanno seguito le procedure tipiche di autodichiarazione. Tale meccanismo, nel suo primo anno di attuazione, ha comportato un utilizzo improprio delle somme destinate e questo ha reso necessario un maggiore controllo da parte dell’Amministrazione Penitenziaria al fine di concedere benefici fiscali solo a fronte di un’effettiva fornitura di manodopera da parte delle ditte richiedenti. Secondo dato importante: i lavoranti dipendenti dal DAP svolgono un’attività che è indispensabile a far funzionare le strutture carcerarie. Ad esempio la pulizia, la manutenzione degli ambienti, la cucina dei detenuti sono attività che devono essere svolte in ogni caso, indipendentemente dal coinvolgimento degli stessi carcerati. Destinare i fondi al lavoro di questi ultimi, quindi, produce due effetti importanti: il primo è rappresentato dal regolare svolgimento della vita all’interno del carcere, il secondo, dall’opportunità di lavoro che si crea per i detenuti. Ecco perché la percentuale di dipendenti dall’Amministrazione Penitenziaria è sempre preponderante. Perché sostanzialmente copre servizi che altrimenti dovrebbero essere commissionati a società esterne.


Fino a che punto le attività lavorative riescono a concretizzare le finalità rieducative e di reinserimento sociale cui sono preposte? È possibile effettivamente sottrarre alla recidiva persone abituate a guadagnare illegalmente e facilmente grandi somme di denaro?

Il meccanismo della probation in Italia è legato essenzialmente alla possibilità di guadagnarsi un lasciapassare per il futuro mettendosi nella condizione di avere la possibilità, grazie al lavoro, non solo di migliorare la propria condizione economica ma anche di avere uno sconto di pena piuttosto che una possibile misura alternativa al carcere. Il lavoro, quindi, non è visto come fonte di mero guadagno economico quanto, invece, come fonte del più importante guadagno giuridico di una patente che consenta poi al detenuto di rivolgersi alla sorveglianza dicendo: “Io ho fatto questo cammino, mi è stato imposto questo percorso, l’ho fatto in modo aderente alla volontà dello Stato e oggi chiedo di uscire dal carcere quattro anni prima. Voglio essere semilibero”.


Per quanto riguarda l’occupazione femminile, l’Amministrazione Penitenziaria ha siglato un protocollo d’intesa con quattro cooperative sociali presso gli istituti di Lecce, Trani, Vercelli, Torino, Milano San Vittore e Milano Bollate. Come mai? Le donne sono più recettive a questo tipo di attività rispetto agli uomini?

Partiamo da un presupposto: il carcere non è in Italia un luogo femminile. Il carcere è maschile sia per quello che riguarda le sue caratteristiche strutturali, nel senso che il 95 % della popolazione carceraria è maschile, sia per le modalità dure di custodia, perché è ispirato a una capacità di contenimento che sottrae all’uomo energie fondamentali mettendolo in condizioni di sofferenza non indifferenti. Il carcere femminile è soltanto il 5 % del carcere totale in Italia a differenza di altri paesi in cui costituisce, invece, almeno il 20%. In termini assoluti le donne sono 3000 e gli uomini 65.000. Questo dà luogo a due esigenze. La prima è quella di venire incontro alle differenze di genere. Il carcere, infatti, come tutte le realtà istituzionali, è calato nell’ambito dei principi della Costituzione Repubblicana per cui, come ogni altra attività, deve essere avulso da discriminazioni di sesso, lingua, religione, cultura, il che ci rimanda al secondo comma dell’art. 3 della Costituzione. Alla luce dello stesso  vanno fissati i presupposti affichè le donne abbiano un carcere che è più uguale rispetto alle loro condizioni di partenza. Quindi non un carcere costruito al maschile con le logiche purtroppo negative che questo comporta anche in termini di contenimento muscolare. Proprio per questo abbiamo cercato di valorizzare gli aspetti più tipici dell’universo femminile. Primo fra tutti il problema, laddove c’è, della maternità. Il ruolo della donna, madre e detenuta. Qualcuno potrebbe ricondurre i termini della questione all’ambito di competenza dei servizi sociali esterni che si occupano dei bambini. Si tratta, invece, di un problema strettamente connesso alle donne perché non possono funzionare dei percorsi di rieducazione che non tengano conto della delicatezza di un momento particolare qual è, appunto, la maternità. A ciò si aggiunga anche lo stigma rappresentato dall’idea per cui vanno in carcere soltanto gli uomini, il che contribuisce a far vedere le donne in maniera ancora più negativa da parte della società. Tutti questi problemi ci hanno indotti a redigere un PEA (programma esecutivo d’azione) tarato sulla dimensione femminile che è stato presentato nell’ultima direttiva del ministro nel 2010.


Quanto alle differenze tra detenuti italiani e detenuti stranieri?

E’ una differenza legata più alle caratteristiche di partenza che alla condizione di extraterritorialità, di appartenenza a una cultura e a un territorio diversi. Sostanzialmente lo straniero, raggiunto dalla carcerazione per ragioni di disadattamento sociale, risponde quasi sempre positivamente all’offerta di trattamento. Anzi, diciamo che molte volte cerca il lavoro perché il lavoro che trova in carcere è un surrogato di quello che aspirava a svolgere altrove.  Fino a raggiungere l’estremo di situazioni nelle quali il detenuto, rispetto al fine pena, si trova  imbarazzato e scontento perché, pur ottenendo la libertà, sa di perdere, insieme alla carcerazione, il lavoro. Ma è chiaro che, anche dal punto di vista della popolazione carceraria nazionale, il detenuto avverte il bisogno di lavorare perché vede in questa forma di coinvolgimento uno strumento in grado di portarlo al di fuori di quella dimensione di noia e routine che rende intollerabile la condizione di non libertà.


Pochi giorni fa il ministro Alfano ha firmato un accordo interregionale per l’inclusione socio-lavorativa dei soggetti in esecuzione penale. Quali orizzonti si aprono, a suo avviso?

Il meccanismo dell’attenzione al carcere ha una dimensione prima di tutto locale quindi è assolutamente naturale che un territorio percepisca la realtà penitenziaria come di sua competenza. È giusto, quindi, che un Comune affronti il problema di pianificare le vite che si svolgono all’interno del carcere nel modo più coerente possibile rispetto ai fini costituzionali e a quelli che sono anche gli scopi dell’ente pubblico territoriale. Io vedo quindi con molto favore ogni tipo di incrocio, di incontro tra realtà che non vengono caricate di responsabilità politiche ma che sono legate alla buona gestione del territorio.

[CG - DL]