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venerdì 5 maggio 2006

SEBASTIANO ARDITA, direttore ufficio detenuti e trattamento del DAP

La copertina del libro
ESECUZIONE PENALE E TOSSICODIPENDENZA
(Introduzione al libro a cura di Sebastiano Ardita, Giuffrè Editore 2006)
 
Questo volume nasce nell'ambito dell'attività di ricerca svolta a supporto del progetto DAP Prima e vuole affrontare le problematiche connesse alla detenzione dei tossicodipendenti alla luce degli strumenti normativi oggi vigenti, che definiscono il regime cautelare e quello di esecuzione penale per gli autori di reato che vivano la realtà della dipendenza dalle droghe. Esso vuole costituire innanzitutto una guida per gli operatori, magistrati, avvocati, ma anche forze di polizia, consulenti tecnici, medici, psicologi, operatori di comunità terapeutiche, o semplici studiosi. Ma poi vuole anche attuare un momento di confronto sullo stato attuale della normativa sui tossicodipendenti detenuti, anche in vista dei possibili progetti di riforma della legge sugli stupefacenti. Si tratta infatti di inquadrare questa complessa materia - ove si intrecciano esigenze di difesa sociale, problematiche di disagio giovanile ed emergenze di natura sanitaria - nel più ampio dibattito sulla funzione del carcere nella società moderna, sul significato della sanzione penale, sulle effettive finalità di prevenzione della pena detentiva.
 
Lo studio parte da una analisi rigorosamente normativa della disciplina sulle droghe, che consente una sua immediata fruibilità nelle dinamiche del processo penale - tanto di cognizione quanto di esecuzione - per una applicazione che sia coerente sino in fondo con il progetto di recupero dalla realtà della dipendenza, unica reale ragione che legittima il giudice a disporre trattamenti diversi dalla ordinaria carcerazione.
 
La partecipazione al volume di soggetti che svolgono la propria attività quali addetti ai lavori nel mondo del carcere, delle istituzioni giudiziarie, della sanità, a stretto contatto con la realtà della tossicodipendenza, è servita a dare alla problematica un approccio realistico e vissuto. Il necessario corredo di dati e informazioni sulla realtà carceraria dei soggetti tossicodipendenti consentirà al lettore di giungere ad evidenti conclusioni, circa l'opportunità di ripensare tale tipo di detenzione secondo gli schemi del doppio binario penitenziario, che consente di privilegiare le esperienze di supporto psicologico, psichiatrico e trattamentale, rispetto al momento della mera retribuzione punitiva.
 
L'apporto delle necessarie cure e della dovuta assistenza, che costituiscono il bisogno prevalente del tossicodipendente, deve costituire il supporto immancabile di ogni possibile trattamento penitenziario, per soggetti spinti al reato il più delle volte unicamente dalla condizione di dipendenza patologica e dal disagio sottostante. Il mancato intervento sul disagio, nel contesto del processo e della punizione, finisce per offrire solo l'illusione di una effettiva lotta al crimine e qualche volta si risolve nella punizione tout court della emarginazione, che genera altre condotte illegali, nuocendo ulteriormente alla società. Umanizzazione della pena e sicurezza sociale, dunque, possono e devono percorrere la stessa strada.
 
Nel quadro frammentato di una legislazione troppo spesso ondeggiante tra le finalità di tipo repressivo e i propositi di recupero sanitario, si inserisce infine il tentativo di operare un raccordo stabile tra Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, Tribunali e Procure della Repubblica, e istituzioni sanitarie, per far sì che gli ingressi in carcere di tossicodipendenti - frequenti e con permanenze di breve durata - vengano accompagnati da una presa in carico degli stessi da parte dei servizi per le tossicodipendenze.
 
Sebastiano Ardita
Direttore ufficio detenuti e trattamento del DAP

5 maggio 2006