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mercoledì 19 luglio 2017

Borsellino: una nuova stagione di antimafia politica e sociale

Paolo Borsellino e gli agenti della scorta

Sono passati venticinque anni dalla strage di via D’Amelio, dal brutale attentato mafioso che uccise Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Oggi la loro vicenda umana e professionale appartiene alla memoria del nostro Paese.

La cultura investigativa e processuale di Paolo Borsellino, la sua tenacia, il suo senso delle istituzioni nutrono la nostra vita pubblica e la interrogano. In questi venticinque anni, tantissimi giovani si sono richiamati all’insegnamento di Falcone e Borsellino. Nell’associazionismo, nel volontariato, nell’impegno sociale.

Quegli stessi giovani che, secondo un recente sondaggio, non hanno più la parola “speranza” nel loro lessico, hanno costantemente ritrovato in Falcone e Borsellino il senso dello Stato. Questo ci consegna il dovere, ancor più in un tempo di crisi della democrazia, di radicare l’antimafia nella società. In questi anni ho spesso insistito su un concetto: “la mafia non ha vinto”, ma non ha nemmeno perso.

Una generazione di magistrati ha pagato con la vita o con la vita offesa dalla perdita degli amici e dei colleghi. Lo stesso vale per le forze dell’ordine, che hanno dato e danno un contributo altissimo alla difesa della Repubblica e della democrazia.

Dobbiamo alle loro azioni e al loro sacrificio la nostra sicurezza.

Essere all’altezza di questa storia vuol dire fare fino in fondo della lotta alla mafia il movimento culturale per la libertà, e contro l’indifferenza e la complicità, che Paolo Borsellino auspicava.

Per queste ragioni, ho ritenuto di dover onorare la ricorrenza dei venticinque anni dalle stragi, non indugiando nelle commemorazioni, ma avviando un percorso di ascolto e di elaborazione, coinvolgendo un fronte largo di studiosi e operatori, di forze intellettuali, politiche e sociali a confrontarsi su questioni essenziali per la nostra convivenza civile, per il modo d’essere della nostra democrazia, per il modello di sviluppo che vogliamo perseguire.

Abbiamo chiamato questo percorso Stati generali della lotta alle mafie che ha visto e vedrà importanti momenti di approfondimento e confronto al Ministero della Giustizia.

Cosa vuol dire fare la lotta alla mafie, oggi?

Vuol dire concentrarsi su rischi e vulnerabilità del sistema istituzionale ed economico, perché non vi sono territori o settori immuni dalla mafia.

Vuol dire analizzare le nuove strategie economiche delle mafie e il loro potenziale corruttivo.

Vuol dire valutare gli strumenti esistenti e trovarne di nuovi, superando anche la logica emergenziale che ha caratterizzato il consolidarsi di un armamentario antimafia che stiamo provando ad aggiornare.

Negli ultimi mesi, questi pilastri hanno guidato l’azione degli Stati generali della lotta alle mafie, ben oltre l’attività istituzionale del Ministero, per allargare il campo della riflessione culturale e dell’iniziativa politica sul contrasto alle mafie vecchie e nuove nei diversi ambiti della vita economica, sociale e istituzionale In autunno organizzeremo un momento pubblico, aperto e partecipato: è tempo di condividere con l'opinione pubblica i risultati di questo percorso, e farne la base per una nuova stagione di antimafia politica e sociale.
 

Andrea Orlando
Ministro della Giustizia