salta al contenuto

www.giustizia.it

venerdì 27 gennaio 2006

Su Giustizia Newsonline intervista esclusiva a Francesco Bruyere

image_15813
27 gennaio 2006
Su Giustizia Newsonline l'intervista esclusiva, firmata Raul Leoni, a Francesco Bruyere, judoka delle Fiamme Azzurre

Un raid degno di un autentico "kamikaze", ma incruento e a lieto fine. Meno di sessanta ore per andare dall'altra parte del mondo, conquistare il Giappone e tornare a casa: Francesco Bruyere ha compiuto l'impresa che mai era riuscita ad un judoka azzurro, quella di vincere la Jigoro Kano Cup, il trofeo intitolato al Padre del Judo.

Talento e forza fisica, aggressività e tecnica: la classe judoistica dell'atleta delle Fiamme Azzurre, proprio come il "vento divino", si è abbattuta sugli avversari - tutti campioni di primissima scelta, non a caso invitati al più classico appuntamento del calendario internazionale - e li ha sradicati dal primo all'ultimo, con il colpo di scena finale del vittorioso combattimento sul campione olimpico in carica della categoria 73kg, il coreano Lee Won-Hee.

"Sono arrivato a Tokyo praticamente alla vigilia del torneo, con addosso otto ore di fuso orario che si sono fatte sentire", rivela il 25enne torinese. E continua: "La mattina della gara non capivo se dormivo o ero sveglio: ho anche faticato a il peso per rientrare nella categoria, ero un paio di chili sopra e ho dovuto usare la sauna".
Sicuramente non una condizione ottimale per rivaleggiare contro i migliori del mondo: "Mi ha tirato su una cosa che ho visto su un giornale locale - riprende Francesco - C'era un lungo servizio sull'evento, e per ogni categoria erano indicati gli atleti da seguire: c'era anche la mia fotografia tra quelle dei protagonisti attesi e, anche se ovviamente non ho capito una virgola dell'articolo in giapponese, questa considerazione mi ha un po' rinfrancato".

Saltato il primo turno per sorteggio, il campione della Polizia penitenziaria ha poi trovato lo svizzero David Papaux: "Lo conoscevo abbastanza bene, l'avversario giusto per rompere il ghiaccio: anche perché non avevo nessuno con cui fare riscaldamento e mi ero dovuto arrangiare".

Nel prosieguo del torneo Francesco ha dovuto affrontare due campionissimi giapponesi: e da questo si capisce perché la Jigoro Kano Cup sia considerata più difficile da vincere di un'Olimpiade: "Mentre ai Giochi Olimpici può qualificarsi un solo giapponese, in questo torneo ce ne sono quattro per categoria, in rappresentanza di varie fazioni universitarie: tutti agguerriti, motivati e fortissimi", spiega il nostro atleta.

Bruyere ha passato un mese ad allenarsi in Giappone, alla fine della passata stagione, e il caso ha voluto che si trovasse di fronte nei quarti di finale il campione di casa Sonoda, già incontrato durante quello stage: "Tecnicamente un maestro, l'avevo già incrociato diverse volte in allenamento: sapevo che avrei dovuto cercare di rompere il ritmo dell'incontro, ma è stata dura lo stesso". Un match incredibilmente equilibrato, risolto di misura dall'azzurro.

In semifinale è arrivato un altro mito del judo nipponico, Yusuke Kanamaru, uno degli atleti più decorati della categoria: "A Tokyo l'ho affrontato per la prima volta in carriera, sentivo la pressione, anche perché il pubblico era foltissimo sulle tribune del Nippon Budokan e seguiva il combattimento con grande passione".
Anche qui un piccolo svantaggio in apertura, poi il recupero in extremis, per vedersi aperte le porte del paradiso di ogni judoka, la finale della Jigoro Kano Cup.
"Strano a dirsi, ma mi sentivo già in parte appagato - si schermisce Bruyere - Un po' quello che mi era successo prima della finale mondiale al Cairo con Braun: ma stavolta avevo davanti Lee, il campione olimpico di Atene, uno almeno quattro volte più forte dell'ungherese".
Dopo due incontri con i padroni di casa, tradizionalmente molto attenti ai canoni tecnici delle disciplina, l'atleta delle Fiamme Azzurre doveva radicalmente cambiare strategia: "I coreani hanno una forza fisica impressionante: mi sono allenato qualche volta laggiù e so che si sottopongono ad una preparazione atletica di intensità quasi sovrumana". Non poteva fare eccezione il campione olimpico, che però stavolta ha commesso un errore: "Una tecnica sbagliata, un piccolo sbilanciamento e gliel'ho fatta pagare".
Francesco sul tatami è una volpe, ha il "killer-istinct" del campione di razza, non poteva lasciarsi scappare l'occasione: "L'ho sorpreso con una tecnica di strangolamento, un "sankaku-jime": Lee non ce l'ha fatta ad uscire dalla presa, si è dovuto arrendere e ha battuto sul tappeto".

Il coreano è uscito in barella, un Ippon che il campione di Atene 2004 non dimenticherà molto facilmente. E neanche il nostro Bruyere: "L'ho visto lì, per terra, il pubblico si è alzato in piedi e ha cominciato ad applaudirmi: mi sembrava di sognare, in un attimo ho capito di aver fatto una grande cosa. Mi sono sentito le lacrime agli occhi".
L'umanità del fuoriclasse e la grandiosità dell'impresa: "Un impianto splendido, il Nippon Budokan: da un lato c'era una enorme fotografia di Jigoro Kano, sembrava che ci guardasse".
Anche la cerimonia di premiazione è stata toccante, officiata dai miti del judo, dalle autorità e dal nipote di Jigoro Kano: tutto avendo sullo sfondo l'immagine del grande avo. Una cornice degna dei protagonisti, la storia del judo da scrivere: a Tokyo c'è riuscito Francesco Bruyere.