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giovedì 10 maggio 2007

CLEMENTE MASTELLA, ministro della Giustizia

Nella Sala Atti Parlamentari di Palazzo Minerva a Roma, il ministro della Giustizia Clemente Mastella partecipa al convegno La città di Abramo: valori religiosi e società civile in Italia. Pubblichiamo il testo integrale dell'intervento del guardasigilli.
Parlare di valori religiosi e di società civile, oggi, significa affrontare non solo un tema di grande attualità, ma un tema da considerare ormai ineludibile.

Nell'epoca della globalizzazione ma anche del relativismo, avere punti di riferimento chiari, che incidano profondamente nella coscienza e nell'agire umano, diventa infatti sempre più importante, per ognuno di noi e per la società nel suo insieme. Per la crescita della giustizia, della pace, della fratellanza, della tolleranza, del rispetto, dell'equità sociale, in una parola sola: della Democrazia.

Ora, noi viviamo in un'epoca nella quale il genere umano si unisce, giorno dopo giorno, in maniera sempre più stretta; nella quale aumentano sempre più i vincoli e cresce l'interdipendenza fra i popoli. Ciò accade per il movimento e le migrazioni di grandi masse di persone, per la facilità e la velocità con cui nel mondo di oggi si comunica, per gli scambi fra Paesi, per la politica, sempre più internazionale, per citare solo alcune di queste ragioni. Viviamo in un'epoca in cui anche il pluralismo religioso diventa sempre più evidente e cresce la conoscenza, almeno superficiale, di questa compresente diversificazione. E se, da cattolico laicamente impegnato in politica, sono chiamato da questa situazione, a prendere sempre più coscienza dei valori che contiene la mia fede e a praticarli nel quotidiano, dall'altra non posso che avvicinarmi con curiosità e rispetto a chi professa un credo diverso dal mio.
Già il Concilio Vaticano II e poi papa Giovanni Paolo II, ad Assisi nel 1986, ci hanno invitato al dialogo e alla collaborazione con le altre religioni. Ma un dialogo vero è possibile solo se coloro che si parlano si predispongono alla fiducia e al rispetto reciproco, convinti l'uno della buona fede dell'altro. E' possibile solo se si è intimamente convinti che nelle posizioni di chi ci sta davanti si trovino valori su cui confrontarsi, che possano essere fonte di arricchimento. E' possibile solo se coloro che dialogano, pur saldi nelle convinzioni, sono anche in grado di rispettare pienamente l'altro, nella sua identità. Apertura e accoglienza sono atteggiamenti fondamentali, anche se questo non significa tacere o prendere alla leggera differenze o anche contraddizioni.

Certo, tutto questo non è facile da praticare, ma è l'unica via perché persone diverse, con esperienze diverse, riescano a parlarsi e comprendersi, a convivere costruendo la pace e a lavorare, insieme, per il bene comune.

Il radicale cambiamento in direzione multipolare del mondo di oggi, ma anche il solo allargamento della Comunità europea, che oggi abbraccia ben 27 paesi, ci spingono a ragionare, insieme, in termini di dialogo e non più di scontro, collaborando perché sul piano sociale, politico economico, si diffonda la cultura della promozione e della difesa dei diritti di libertà e giustizia, diventati oramai anch'essi globali. Le religioni, per la loro stessa natura, non dovrebbero mai esser causa di guerre, ma causa di pace e se storicamente non è sempre stato così è solo per il fraintendimento di valori e principi, per i limiti dell'uomo, insomma. Le religioni, per la loro stessa natura, sono forza di giustizia e fraternità, sono capaci di rendere più umani i rapporti fra le persone, di renderli più giusti e, soprattutto, pongono la questione morale come priorità permanente. Anche in politica.

E' chiaro che non posso pretendere che tutti abbiano la stessa ispirazione nei comportamenti pubblici, ma forte delle mie convinzioni, posso, insieme a quanti come me credono e si adoperano all'applicazione di valori e principi, collaborare affinché tutti abbiano lo stesso rispetto per gli altri e per la comunità in cui vivono, consapevole che qualunque democrazia non può che poggiare su solide basi etiche.

Con questo spirito, come Popolari Udeur abbiamo presentato al Congresso del PPE, che si è tenuto a Roma a marzo dell'anno scorso, una risoluzione sulla politica europea di vicinato, come strumento per promuovere stabilità e prosperità nei Paesi a est del nostro continente e in quelli del Mediterraneo. Obiettivo principale era quello di creare un'area di scambio e cooperazione, per costruire zone di crescita condivisa, per sviluppare sempre di più l'attenzione ai bisogni dell'altro.

Mi piace ricordare due passaggi dei discorsi Papa Giovanni Paolo II ad Assisi, nella giornata mondiale di preghiera per la pace: rivolgendosi ai rappresentanti delle Chiese cristiane e comunità ecclesiali e ai rappresentanti delle religioni mondiali, il Santo Padre disse anche: "per la prima volta nella storia ci siamo riuniti da ogni parte, chiese cristiane e comunità ecclesiali e religioni mondiali (...) per testimoniare davanti al mondo, ciascuno secondo la propria convinzione, la qualità trascendente della pace. La forma e il contenuto delle nostre preghiere sono molto differenti, come abbiamo visto, e non è possibile ricondurle ad un genere di comune denominatore. Sì, ma da questa differenza abbiamo scoperto di nuovo forse che, per quanto riguarda il problema della pace e la sua relazione all'impegno religioso, c'è qualcosa che ci unisce. La sfida per la pace, come si pone oggi a ogni coscienza umana, comporta il problema della ragionevole qualità della vita per tutti, il problema della sopravvivenza per l'umanità, il problema della vita e della morte".
Di fronte a tale problema due cose sembrano avere "suprema" importanza: la convinzione che la pace va ben oltre gli sforzi umani ma anche "l'imperativo interiore della coscienza morale che ci ingiunge di rispettare, proteggere e promuovere la vita umana (&) in favore degli individui e dei popoli, ma specialmente dei deboli, dei poveri, dei derelitti: l'imperativo di superare l'egoismo, la cupidigia, lo spirito di vendetta".

E ancora, fu Papa Giovanni Paolo II, sempre ad Assisi, a dire ai capi religiosi che l'incontro mondiale di preghiera non implicava nessuna intenzione di ricercare un consenso religioso o di negoziare le convinzioni di fede di ciascuno, così come non andava letto come una concessione al relativismo nelle credenze religiose, ma attestava "che nel grande impegno per la pace, l'umanità, nella sua stessa diversità deve attingere dalle sue più profonde e vivificanti risorse, in cui si forma la propria coscienza e su cui si fonda l'azione di ogni popolo.

Io credo che nuove sfide attendano oggi le religioni e quanti le professano: quello di realizzare sempre più l'unità degli uomini nel rispetto e nella valorizzazione di ogni identità che eviti una guerra delle culture che non può in alcun modo costruire, ma anzi distrugge, il futuro della società.

Le religioni, parafrasando Giorgio La Pira, non devono alzare muri, ma costruire ponti e in questo ognuno di noi deve sentirsi impegnato in prima linea.

Clemente Mastella
ministro della Giustizia
10 maggio 2007