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giovedì 7 dicembre 2006

LUIGI MANCONI, sottosegretario alla Giustizia

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11 dicembre 2006
Task force per l'esecuzione penale. Così titola Italia Oggi del 7 dicembre scorso a proposito della commissione nazionale di consultazione e di coordinamento composta da rappresentanti dei ministeri della Giustizia, della Sanità, del Lavoro, della Solidarietà sociale, degli Interni, delle regioni e del volontariato. L'iniziativa, che si prefigge lo scopo di arrivare entro un anno alla prima conferenza nazionale in materia di esecuzione penale, è del sottosegretario alla Giustizia Luigi Manconi. Che, su Giustizia Newsonline, ne spiega finalità e filosofia.
A quattro anni dall'ultima convocazione, ma a soli sei mesi dall'insediamento del nuovo Governo, è tornata a riunirsi - con la significativa partecipazione dei ministeri per gli Affari regionali e le autonomie locali, dell'Interno, del Lavoro, della Salute, della Pubblica Istruzione e della Solidarietà sociale - la Commissione nazionale di consultazione e coordinamento con le Regioni, gli Enti locali e il volontariato, istituita - nella sua prima composizione - con Decreto del Ministro di Grazia e Giustizia nel lontano 1978.
Già da allora, con grande lungimiranza e nel pieno spirito di una riforma penitenziaria che andava nella direzione della 'territorializzazione' della pena rieducativa voluta dalla Costituzione, il Ministero della giustizia - a seguito della istituzione delle Regioni e del primo trasferimento ad esse di competenze già prerogative dello Stato - si è posto il problema del coordinamento della propria responsabilità istituzionale, nel trattamento delle persone private della libertà, con quelle delle Regioni e degli Enti locali sul territorio. Il tempo, le modifiche legislative e costituzionali succedutesi, il consolidarsi di esperienze istituzionali e del volontariato, hanno negli anni fatto crescere la rilevanza di questa sede di confronto tra tutti gli attori a diverso titolo coinvolti nella esecuzione penale.

Come già ha avuto modo di dire il Ministro, a partire dalle comunicazioni alle Commissioni parlamentari sul programma di Governo, siamo perfettamente consapevoli di non essere sufficienti a noi stessi nella piena attuazione delle prescrizioni costituzionali in ordine alla qualità e alla finalità della pena detentiva e della privazione della libertà per motivi di giustizia. Avvertiamo la necessità, e auspichiamo la praticabilità, della massima sinergia tra istituzioni statali, regionali e locali, tra istituzioni e società civile, per poter conseguire quegli obiettivi di reinserimento sociale, di riduzione della recidiva, di prevenzione della devianza e di sicurezza dei cittadini che la Costituzione ci assegna e l'opinione pubblica ci chiede.

Fuori dalle polemiche strumentali e alla giusta distanza dai fatti, dobbiamo fare tesoro dell'esperienza post-indulto. Tutti insieme abbiamo affrontato quella che si prospettava come una 'emergenza' e che - grazie al concorso di tutti - è stata affrontata nel migliore dei modi possibili. Il Ministero della Giustizia ha immediatamente sollecitato le Prefetture e le proprie articolazioni periferiche, gli Enti locali hanno predisposto servizi e il volontariato ha affiancato gli operatori istituzionali nella delicata opera di accoglienza e accompagnamento delle persone dimesse dagli istituti penitenziari. Nelle settimane e nei mesi successivi, le Regioni, il Ministero della Giustizia, il Ministero del lavoro e quello della Solidarietà sociale hanno stanziato fondi e promosso bandi per il reinserimento delle persone scarcerate.
Non abbiamo fatto tutto quello che sarebbe stato necessario, ma abbiamo fatto molto, più di quanto sia mai stato fatto a beneficio delle persone scarcerate. Se riusciamo a riconoscere il valore di quanto è stato fatto e a vedere lo scarto con quanto altro sarebbe stato utile fare, possiamo da una parte apprezzare il valore della collaborazione tra istituzioni e tra istituzioni e società civile, e dall'altra individuare la carenza di progettazione e di intervento da colmare nella quotidianità del lavoro di accompagnamento e di reinserimento sociale.
Nel particolarissimo mese di agosto che abbiamo alle spalle, sono uscite dal carcere quindicimila persone; ogni anno in Italia ne escono, una dopo l'altra, tra ottanta e novantamila. Da oggi, anzi da ieri, dovremmo far tesoro dei problemi che quei quindicimila ci hanno posto per far fronte a quelle ottanta-novantamila che giorno dopo giorno escono dal carcere.

A dispetto dei molti critici, il provvedimento di indulto approvato nel luglio scorso offre un'occasione storica per ripensare il carcere e il sistema penale. Non capitava da molti anni che il numero di detenuti fosse inferiore alla capienza regolamentare degli istituti di pena. Ad oggi, abbiamo circa 39000 detenuti per una capienza regolamentare di 43226 posti. Una contingenza straordinaria, frutto di un provvedimento straordinario, i cui esiti però, ne siamo consapevoli da prima e ben più dei nostri critici, se non avranno seguito in interventi strutturali di riforma del sistema penale e penitenziario, potranno essere vanificati nel giro di pochi anni. Questo è quindi il tempo per pensare a un piano di riforme capace di contenere strutturalmente le spinte di crescita della popolazione reclusa e di assicurare un trattamento penitenziario conforme al dettato costituzionale.

Se mai ce ne fosse stato bisogno, l'applicazione del provvedimento di indulto e la scarcerazione di migliaia di persone segnate innanzitutto da un rilevante deficit di risorse economiche, sociali, culturali hanno riproposto il tema della prevenzione della devianza. L'esperienza ci insegna che la privazione della libertà raramente riesce ad adempiere a quella funzione rieducativa che la Costituzione le assegna. Né la ripetuta minaccia di una pena sempre più dura ha mai impedito il ripetersi di fenomeni criminali, anche gravissimi. Torna quindi la necessità di pensare a qualcosa di meglio del diritto penale, soprattutto per affrontare gravi questioni sociali, come l'immigrazione e la dipendenza da sostanze stupefacenti, ma anche la condizione anomica diffusa (non solo) nelle aree sociali e urbane del degrado e della marginalità. Si tratta, evidentemente, di pensare a obiettivi di coesione e di integrazione sociale che esulano dalle competenze di questo Ministero, ma che non possiamo omettere di indicare come obiettivi politici generali dell'azione di governo.
D'altro canto, al di fuori del sistema penale di giustizia, vanno incentivate le forme consensuali e le esperienze di giustizia riparativa che non mirino semplicemente a deflazionare il sistema di giustizia penale, quanto a contenere una altrimenti inesauribile domanda di giustizia, per privilegiare la soddisfazione materiale e simbolica della vittima nello scambio con l'autore di reato.
Sull'uno come sull'altro versante, come norme ed esperienze insegnano, qualcosa di meglio della giustizia penale si fa solo con il concorso determinante delle Regioni, degli Enti locali, del volontariato, di altre amministrazioni dello Stato.

Poi, certo, cercare, progettare, sperimentare qualcosa di meglio del diritto penale, non ci esime dal pensare e delineare un diritto penale migliore, attraverso una riforma del codice penale in direzione di un diritto penale minimo e della riduzione del carcere a extrema ratio della sanzione penale: alternative al carcere come pene alternative, comminabili anche in sentenza, riduzione dei massimi di pena, depenalizzazione di quelle norme e quelle fattispecie penali che producono migliaia di ingressi nel circuito carcerario, a partire dalle leggi sull'immigrazione e sulle droghe e dalla famigerata legge Cirielli sulla recidiva.
Tutte cose indispensabili che per essere efficaci e socialmente sostenibili, hanno bisogno di una rete di intervento e di politiche di coesione sociale condivise tra amministrazioni statali, regioni, enti locali e organizzazioni della società civile. Se si vuole il carcere come extrema ratio, occorre che sia pensato come tale, a partire dal pieno coinvolgimento delle Regioni, degli enti locali e delle risorse del privato sociale nella programmazione di interventi sul territorio capaci di ridurre effettivamente l'area della detenzione a quel nocciolo non altrimenti scalfibile.

E così, il carcere residuale non può che essere un carcere dei diritti e delle opportunità. Le finalità retributive e di prevenzione speciale che portano un condannato in carcere, laddove vi siano e siano utili, oltre che legittime, si esauriscono nella privazione della libertà e nella condizione detentiva per un tempo predeterminato dalla legge. A quel punto nascono le responsabilità e l'interesse della collettività e di chi, in suo nome, cura la esecuzione penale o la custodia cautelare in carcere, affinché i destinatari di provvedimenti restrittivi della libertà personale possano godere dei propri diritti fondamentali e delle opportunità utili al loro migliore reinserimento sociale.
Anche qui, anche in carcere e negli istituti penali per i minori, le competenze e le responsabilità del Ministero della giustizia non possono essere esclusive. A partire dalla tutela del fondamentale diritto alla salute delle persone detenute, fino all'offerta di istruzione, formazione, orientamento e inserimento lavorativo, l'Amministrazione della giustizia non può e non vuole pensarsi come una monade autosufficiente. Serve una programmazione di interventi che veda coinvolte tutte le amministrazioni interessate, per uscire dalla (spesso ottima) episodicità e dalle 'buone prassi', per approdare a una progettazione di sistema che abbia la dignità della persona detenuta e il suo percorso di reinserimento come bussola dell'azione concorrente di una pluralità di enti e istituzioni.

Con questo spirito, la Commissione ha deciso di avviare da subito il confronto in gruppi tecnici di approfondimento su cinque-sei temi, su cui fare un censimento delle attività in corso e delle risorse impegnate da ogni amministrazione e da tutti i livelli di governo, per definire poi progetti e linee-guida operative su cui far convergere l'operato di tutti gli attori istituzionali e del privato-sociale. Cominceremo dall'annosa questione dell'assistenza sanitaria in carcere (su cui c'è già una direttrice di marcia fissata dalla Riforma Bindi), dai problemi dell'istruzione di base e superiore, della formazione professionale e del lavoro, delle politiche sociali e dai problemi specifici della popolazione detenuta di nazionalità extra-comunitaria. Da sempre la Commissione ha posto attenzione al lavoro degli operatori e, sin dalla prossima riunione, con gli opportuni aggiornamenti, potranno essere licenziate le linee guida per la formazione congiunta degli operatori delle amministrazioni statali, regionali, locali e del volontariato che già erano state definite - anni addietro - in un apposito tavolo tecnico.

Infine, questo lavoro di confronto e progettazione inter-istituzionale, potrà avere una occasione pubblica di discussione in una Conferenza nazionale sull'esecuzione penale e la privazione della libertà che, sul modello della Conferenza nazionale sulle droghe, costituisca la sede periodica di confronto e di indirizzo più ampio, che veda il concorso degli operatori, delle competenze professionali e scientifiche, delle esperienze diffuse sul territorio.
Luigi Manconi
Sottosegretario alla Giustizia
11 dicembre 2006