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venerdì 6 ottobre 2006

SEBASTIANO ARDITA, direttore generale ufficio detenuti e del trattamento del DAP

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Il teatro come luogo di rappresentazione della vita e come occasione di conoscenza critica della realtà. Come luogo di denuncia, ma anche di riscatto per chi, separato dalla società, vuole farvi ritorno attraverso un percorso trattamentale che può passare - anche - per la strada della drammaturgia. Dal direttore generale dei detenuti e del trattamento del DAP, Sebastiano Ardita, una riflessione sul teatro e il carcere.
Nell'esperienza penitenziaria conosciamo il teatro come luogo privilegiato di rappresentazione della vita e delle sue contraddizioni, ma anche come occasione di denuncia di disuguaglianze sociali che spesso costituiscono, senza per nulla giustificarlo, il percorso individuale che conduce al delitto.

Teatro come ipostasi della vita dunque, ma anche come occasione di conoscenza critica della realtà e dell'esistenza; come rinuncia alla soluzione dei conflitti secondo l'istinto di natura e come accettazione di una dimensione culturale delle relazioni umane che promuove la persona e riconosce diritti anche e soprattutto nella diversità, nella disabilità, nel disagio.

E' questo il teatro dell'era contemporanea del carcere, della fase post-manicomiale, dell'epoca della detenzione sociale. Il teatro che rispecchia un mondo mescolato di uomini che hanno effettuato scelte di criminalità estrema ed altri che hanno subito l'ultima delle possibili retrocessioni sociali. Esistenze che recano con sé storie di immigrazione, che portano i segni della diffidenza ritratti sulla pelle, insieme alle tracce dell'eroina e dell'inchiostro dermocompatibile.

Ogni carcere esprime il suo vissuto, la sua idealità, il suo teatro. Il nostro teatro fotografa un carcere ridondante, attribuito non sempre in funzione della grandezza del male che è nell'uomo, ma a volte in relazione alla debolezza di chi sta fuori dalle regole. E per ciò è più ricco di esistenze da raccontare, di contraddizioni da appianare, di giustizia che non sempre tiene dietro alle leggi degli uomini; di contenuti che vanno ben al di là della dimensione del crimine e dalla dannazione, che hanno dato materia a tanta letteratura.

Intendiamoci. Non è teatro tutto ciò che tale viene comunemente definito. Vogliamo sforzarci di distinguere il messaggio critico, la rappresentazione di sé, la denuncia, come luogo di meditazione e di comunicazione privilegiato dalle piccole comunità - così come nella tradizione ellenistica - dall'intrattenimento, dalla necessità di occupare lo spazio diacronico, nel tentativo di superarne gli effetti devastanti sull'uomo privato della libertà. Anche questo ha una sua funzione, ma non rende l'uomo detenuto protagonista di ciò che accade. Non pone a frutto l'occasione di quella sofferenza per un riscatto, per compiere un balzo al di là del muro, per raggiungere e superare quanti, senza particolari meriti morali, alimentano il pregiudizio verso chi ha sbagliato.

E' per questo che nell'ordine degli obiettivi da raggiungere, il primo è l'emersione di una creatività teatrale, di una raccolta di testi, di storie da sceneggiare da parte degli stessi protagonisti della vita autori della creazione letteraria, nel modo più aderente al vissuto che vi corrisponde. Siamo consapevoli che gran parte della drammaturgia abbia conosciuto il carcere, nella esperienza degli autori o dei protagonisti, e per ciò stesso intendiamo far sì che questo patrimonio non venga disperso. Questo teatro del riscatto è il più coerente tra i contenitori di trattamento penitenziario, non necessita di essere introdotto o spiegato, semplicemente si presenta da sé. Offre allo spettatore spaccati esistenziali mai conosciuti prima sotto la medesima luce, e lo pone nella condizione di accogliere la diversità ricusando il pregiudizio. Per la rappresentazione passa l'oblio dei vivi senza nome e la sconfitta di quella dannazione.

Sebastiano Ardita
Direttore generale dei detenuti e del trattamento del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria
6 ottobre 2006