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venerdì 13 gennaio 2006

PIERLUIGI MOTTIRONI, medico cardiologo del Senato

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Sul tema delle emergenze cardiocircolatorie, la Società Italiana di Cardiologia ha organizzato, il 26 gennaio prossimo presso il Chiostro del Convento di S. Maria sopra Minerva a Roma, un convegno dal titolo La defibrillazione elettrica cardiaca in Italia: normativa attuale e sviluppi futuri. Tra i relatori, il direttore dell'ufficio detenuti e trattamento del DAP, Sebastiano Ardita, che analizzerà il tema e le problematiche connesse alle urgenze cardiocircolatorie negli istituti penitenziari.
Già nel dicembre 2004, un corso per soccorritori-istruttori di rianimazione cardiopolmonare e defribillazione elettrica si rivolgeva ai medici delle strutture carcerarie della regione Lombardia. L'iniziativa, curata da Pierluigi Mottironi e Giancarlo Roscio, due medici del Gruppo per l'intervento nelle emergenze cardiologiche, ha formato 15 istruttori in grado, a loro volta, di addestrare alla rianimazione cardiopolmonare personale sanitario non medico e personale non sanitario di sorveglianza. Obiettivo del progetto: fornire un'adeguata assistenza rianimatoria di primo livello in caso di arresti cardiorespiratori all'interno di strutture penitenziarie.

L'iniziativa ha contribuito a generare un successivo interesse per un'indagine sull'incidenza della suddetta patologia all'interno delle carceri, al fine di introdurre correttivi dell'operatività che possano portare a un miglioramento della prognosi. Sull'argomento Pierluigi Mottironi e Giancarlo Roscio hanno moderato un simposio svoltosi il 30 settembre 2005 a Milano nell'ambito del congresso
La metamorfosi della medicina penitenziaria: l'etica delle cure.
Pierluigi Mottironi, medico cardiologo del Senato e componente del comitato tecnico organizzatore del convegno, ci introduce ai temi oggetto dei lavori.
Le malattie cardiovascolari sono al primo posto, nei paesi industrializzati, per morbilità e mortalità. L'arresto cardiocircolatorio colpisce circa 40.000/50.000 pazienti/anno in Italia. Tali eventi accadono, nella maggioranza dei casi, in soggetti apparentemente sani, più frequentemente al di fuori delle strutture ospedaliere (proprio domicilio, luoghi di lavoro, strutture ricreative, luoghi pubblici, ecc.).
Spesso alla base dell'arresto di cuore vi è la malattia coronarica (misconosciuta o asintomatica!), ma anche altre patologie del cuore o di altri organi possono evolvere improvvisamente e inaspettatamente in questa complicanza letale, così come l'uso o l'abuso di alcuni farmaci e droghe.
La causa più frequente dell'arresto cardiocircolatorio è una aritmia ventricolare (fibrillazione ventricolare) che interrompe istantaneamente la funzione di pompa del cuore e determina l'arresto della circolazione, lesioni cerebrali e la morte nel giro di pochissimi minuti. Questa aritmia è spesso suscettibile di cura purché attuata nel giro di una manciata di minuti: la defibrillazione elettrica, eventualmente coadiuvata dalle manovre rianimatorie di base (massaggio cardiaco e ventilazione) e successivamente da quelle avanzate.
Ove attuato correttamente e tempestivamente, questo tipo di soccorso permette una sopravvivenza del 15-20% o più contro lo 0% della sopravvivenza spontanea. Essendo il risultato fortemente influenzato dal fattore tempo, il mondo sanitario si è sempre sforzato di studiare ogni soluzione per portare la defibrillazione nel territorio e aggredire l'aritmia nel più breve tempo possibile.
Purtroppo, fino alla fine del 2000, l'uso del defibrillatore era riservato esclusivamente ai medici: ciò comportava evidentemente una notevole limitazione nella diffusione dei defibrillatori stessi e quindi delle possibilità di intervento tempestivo fuori dall'ospedale. In realtà già dagli anni '80 esistevano ampie dimostrazioni dell'efficacia, in termini di salvataggio di vite umane, dell'utilizzo di particolari defibrillatori (semiautomatici) da parte di personale non sanitario, opportunamente addestrato. Questi strumenti sono in grado di analizzare autonomamente il ritmo del cuore e, in caso di fibrillazione ventricolare, si predispongono automaticamente ad erogare la scarica elettrica necessaria ad interrompere la fibrillazione ventricolare.
Nel 2001 la sensibilità dei nostri legislatori, stimolati e supportati dal mondo sanitario, ha condotto all'emanazione di una legge (n° 120 del 7 marzo 2001) che ha permesso l'utilizzo dei defibrillatori semiautomatici esterni in sede extraospedaliera anche da parte di personale non medico e non sanitario, ponendo l'Italia all'avanguardia in questo settore; tale legge è stata poi seguita da altra (n° 96 del 25 febbraio 2004) che ne ha concesso l'uso anche in ospedale, paradossalmente escluso dalla legge 120.
La legge 120 prevedeva inoltre l'emanazione da parte del Ministero della Salute di normativa relativa alle modalità di addestramento, certificazione e controllo delle persone alle quali affidare il defibrillatore; purtroppo tale normativa non è stata emanata ed il Minstero ha delegato le Regioni a dotarsi di propria regolamentazione.
Ciò ha comportato e comporta tuttora non pochi problemi riguardanti le responsabilità della certificazione dei soccorritori addestrati ed autorizzati all'uso del defibrillatore che andrebbero risolti, verosimilmente, se non con leggi, almeno con direttive uniformi sul territorio nazionale.
Si sta inoltre verificando un grave fenomeno che comporta uno sperpero di denaro anche pubblico: l'assegnazione degli strumenti a strutture, enti e istituzioni che ne fanno spesso un uso improprio o, talora, un totale disuso, ponendo i defibrillatori là dove le probabilità di utilizzo sono notoriamente molto basse.
Sarebbe quindi senz'altro opportuna l'emanazione di normative nazionali riguardanti i luoghi dove tali strumenti debbano essere posti, al fine di ottenere un migliore rapporto costo/beneficio rispetto a quanto non accada allo stato odierno.
Nonostante le difficoltà indicate e la complessità dell'organizzazione della macchina dei soccorsi che è sulle spalle del sitema di emergenza "118", si sono cominciati a raccogliere i primi risultati in termini di vite umane salvate, soprattutto nelle realtà territoriali ad inurbamento intermedio, ove non esistono problemi di traffico (grave impedimento alla tempestività dei soccorsi nelle grandi città) e le distanze da percorrere non sono grandi (limitazione presente nelle zone rurali o insulari).
Al miglioramento della prognosi ha contribuito e contribuisce tuttora anche il supporto fornito alla macchina organizzativa dall'affidamento dei defibrillatori alle forze di polizia, di soccorso e di controllo del territorio.
Pierluigi Mottironi
cardiologo del Senato
13 gennaio 2006