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venerdì 18 novembre 2005

DAVIDE FERRARIO, regista, critico cinematografico e saggista

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Nei giorni scorsi, al Torino Film Festival, è stato presentato fuori concorso Ho visto Suzanne, documentario realizzato da Davide Ferrario e Claudio Montagna sullo spettacolo teatrale messo in scena nel giugno scorso dai detenuti del carcere delle Vallette (To).
Davide Ferrario, regista, critico cinematografico e saggista, lavora da anni con i detenuti degli istituti penitenziari. E per una volta si trasforma in fotografo d'eccezione. Dal 15 dicembre, al Museo della fotografia contemporanea di Cinisello Balsamo (Mi), è allestita la mostra Foto da galera, raccolta di 22 "capolavori d'inconsapevoli artisti del XX secolo".
E' lo stesso regista a raccontarci la sua esperienza nell'Editoriale di questa settimana.
FOTO DA GALERA

Durante l'estate del 2002, la direzione di San Vittore diede il via alla ristrutturazione del Quarto e del Quinto Raggio del carcere. In quel momento erano occupati da più di ottocento detenuti, contro una capienza prevista di 500. Si trattava di detenuti "giudiziari", vale a dire con condanna non definitiva o in attesa di giudizio.
Le intenzioni di questo enorme trasloco erano ispirate a principi positivi: trasformare una struttura fatiscente e malsana in una galera moderna, con celle a bassa capienza e servizi igienici decenti (la normale dotazione di una cella per sei prevede attualmente un unico locale largo un metro e venti e lungo cinque, che serve contemporaneamente da cucina, cesso e doccia). In pratica, lo spostamento dei detenuti diventò un esodo forzato nel quale i carcerati furono costretti, da un giorno all'altro, a sbaraccare le loro esistenze quotidiane per trasferirsi temporaneamente in altri istituti, spesso perdendo per un po' i contatti con la famiglia.

I due piani dei raggi rimasero vuoti e silenziosi. Chiesi alla direzione di poterli visitare. Entrando, un pomeriggio di settembre, la sensazione che provai fu quella della scomparsa repentina di un popolo colpito da un cataclisma. In mezzo al corridoio erano buttate masserizie destinate al macero, stracci, casse, sedie, vestiti intrisi di umidità. Le celle erano deserte, i letti a castello di ferro nudi, senza materassi. Restavano i muri. Quelli non c'era stato né tempo né ragione di ripulirli. E i muri raccontavano un sacco di storie. Agli scrostamenti "naturali" portati dal tempo si sovrapponevano i graffiti, le scritte, i disegni, i collages, le invocazioni di generazioni di uomini sofferenti che erano passati di lì. Molte celle offrivano ingegnosi riciclaggi di pacchetti vuoti di sigarette e di pasta che andavano a formare l'arredamento personale di ogni letto, l'ultimo residuo di privacy nel sovraffollamento.

Non sono un fotografo professionista. Ma il bisogno di fissare le immagini di quei muri mi prese immediatamente, quasi con angoscia. In quel luogo abbandonato sentivo che il carcere parlava, con un unico, strisciante mormorio prodotto dalla sovrapposizione di mille e mille esistenze senza una faccia. Non stavo ascoltando Tino, Marcelo, Vincenzo, Kenya, Marco o una delle mie conoscenze di San Vittore (che continuo a frequentare da volontario), ciascuno con il suo volto, la sua storia e i suoi guai ma comunque con un rapporto personale con me. No, qui c'era il senso arcano della galera; del dolore, della colpa e della ribalderia dei suoi abitanti.

Mi organizzai, chiesi il permesso di fotografare. Non mi portai dietro altro che la macchina. Non una lampada o un riflesso. Passai nei raggi abbandonati tutta una giornata, dalle nove di mattina fino a che non ci fu più luce per scattare. Due giorni dopo, l'impresa a cui era stato assegnato l'appalto per la ristrutturazione prese possesso dei locali. I muri che vedete in queste pagine scomparvero sotto le inevitabilmente giuste richieste della modernità e della decenza.

Confesso di non aver mai avuto il coraggio di fotografare la faccia di un detenuto: mi sembra che l'esposizione del dolore personale sia un ulteriore furto, un'altra beffa. Ma le donnine di carta stracciate, le liste della spesa, i messaggi scritti a se stessi, le improbabili carte geografiche annerite con l'accendino raccontavano le storie dei loro autori meglio di qualunque immagine neorealista.

Alla fine, per un momento, su quei muri stava appesa non solo la disperazione, ma anche la speranza.
 
Davide Ferrario
regista, critico cinematografico e saggista
18 novembre 2005