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sabato 25 giugno 2005

GINO FALLERI, vice presidente dell'Ordine dei giornalisti del Lazio e presidente dell'Unione giornalisti europei per il federalismo

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Giornalista: professione a rischio? Tante e diverse sono le opinioni espresse fin qui sul tema del diritto all'informazione. Anche in sede parlamentare si dibatte su diffamazione e libertà di stampa. Nella rubrica degli Editoriali ospitiamo il punto di vista di Gino Falleri, vice presidente dell'Ordine dei giornalisti del Lazio e presidente dell'Unione giornalisti europei per il federalismo
DIFFAMAZIONE, LIBERTÀ DI STAMPA E IL RISCHIO DEL GIORNALISTA

Per il numero degli aspiranti in costante crescita costituisce una attività professionale molto ambita. Fin qui tutto bene. Purtuttavia alla luce di quanto sta avvenendo nel mondo dell'informazione in buona parte del Pianeta qualche interrogativo viene posto. Ci si chiede, in particolare, se quella del giornalista non stia diventando una professione a rischio. Professione bersaglio, come qualcuno di recente l'ha definita.

E' la domanda che si sente formulare, con sempre maggiore frequenza, e non senza una ragione, durante convegni, seminari e tavole rotonde quando il tema conduttore è costituito dall'informazione. E' stata riproposta ancora una volta durante il recente convegno organizzato dal Consiglio dell'Ordine dei Giornalisti del Lazio, nella Sala del Refettorio di Palazzo San Macuto, sulle " Luci e ombre della nuova legge sulla diffamazione ".

Un convegno cui hanno partecipato rappresentanti del Governo, componenti della Commissione Giustizia della Camera, docenti di diritto, giornalisti, avvocati ed il Presidente emerito della Corte Costituzionale, Cesare Mirabelli. In appendice una tavola rotonda con i direttori dei giornali per conoscere la loro opinione sul testo della legge approvato dalla Camera dei deputati. Soprattutto sulla pena accessoria dell'interdizione dalla professione, che il legislatore assegna al giudice, sulla base di quanto già dispone il codice penale, mentre i giornalisti vorrebbero che fosse invece demandata all'Ordine professionale, e sul giudice competente. Se monocratico o collegiale. Quest'ultimo aspetto in quanto la diffamazione semplice rientra nelle competenze del giudice di pace.

Le consistenti richieste di danni per i contenuti " diffamatori " degli articoli, da più di dieci anni, costituiscono uno dei problemi più gravi che le istituzioni della categoria, Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti e Federazione nazionale della stampa, hanno dovuto affrontare senza una immediata soluzione, nonostante le sollecitazioni e le proposte. Che la professione di giornalista non fosse esente da rischi era già stato segnalato dall'Ordine di Roma, fin dal maggio del 1995, con un convegno sulla " Responsabilità civile e penale del giornalista " con le relazioni di Giuseppe De Rita, allora presidente del Cnel, Ernesto Stajano, già componente del Consiglio superiore della Magistratura, Giovanni Giacobbe, professore di Istituzioni di diritto privato alla Sapienza, Enzo Musco, ordinario di Diritto penale all'Università di Tor Vergata, e gl'interventi di Giuseppe Benedetti e Girolamo Buongiorno, docenti universitari di diritto, e Francesco Tirelli, magistrato.

Il convegno del 1995 mirava a richiamare l'attenzione su di un problema, quello delle azioni di risarcimento in sede civile per danni morali e materiali, non valutato allora come avrebbe invece dovuto essere, che poteva mettere in serie difficoltà il giornalismo. Condizionarlo, intimidirlo a suon di milioni e di miliardi. Richieste talvolta sproporzionate rispetto all'effettiva lesione dell'onore. Ma anche per sottolineare che la qualità dell'informazione, per via dei ritmi sempre più veloci per tenere dietro alle notizie, scadeva per l'uso disinvolto degli aggettivi o per l'attribuzione di fatti e comportamenti non adeguatamente controllati. Più tardi il Centro di Documentazione Giornalistica editava sull'argomento un libro dal titolo " Parole proibite ", i cui autori erano Celestina Dominelli e Aldo Fontanarosa.

Un richiamo anche alle istituzioni professionali per sottolineare che sarebbe stato più opportuno approfondire la sentenza della Corte di Cassazione del 18 ottobre 1984 sul decalogo di comportamento, che i giornalisti avrebbero dovuto osservare quando facevano informazione, e l' " Analisi sulle sentenze pronunciate nel periodo 1988-1994 sulla lesione della personalità ", pubblicata nel 1995 dalla rivista trimestrale " Il diritto dell'informazione e dell'informatica ". Nello stesso tempo l'iniziativa dell'Ordine di Roma aveva un ulteriore scopo. Quello di segnalare che stava prendendo sempre maggiore consistenza la propensione degli editori di sottrarsi dal contribuire o dall'assumersi l'onere dei risarcimenti in crescita esponenziale, che potevano a lungo andare compromettere la stabilità delle stesse aziende. Questo doveva restare a carico dei giornalisti poiché loro erano i responsabili degli scritti e già c'erano esempi al riguardo. Gli editori se chiamati in giudizio avrebbero, a loro volta, citato l'autore del " pezzo " ritenuto diffamatorio. Si cautelavano.

L'esempio emblematico era fornito da Pier Luigi Franz, un autorevole rappresentante della categoria sempre molto attento ai molteplici problemi del giornalismo ed in particolare sulle richieste di danno, che era intervenuto nelle ultime battute del convegno. Il " Corriere della Sera " lo aveva chiamato in giudizio per rivalsa poiché a sua volta era stato citato, l'ultimo giorno utile prima della prescrizione quinquennale, per un suo articolo siglato ritenuto diffamatorio. I tre gradi di giudizio hanno sempre confermato le sue buone ragioni. Niente diffamazione e niente esborsi. In considerazione che il suo caso non è unico, nella storia quotidiana della professione di questi ultimi anni, al recente congresso della Fnsi di Saint Vincent, ha presentato un ordine del giorno sul tema della rivalsa ( manleva ), non compreso dalla maggioranza dei delegati mentre lo stesso argomento otteneva apprezzamenti in occasione del V congresso dell'Associazione della Stampa Romana, svoltosi due settimane prime di quello federale.

L'iniziativa dell'allora Consiglio dell'Ordine dei Giornalisti del Lazio e Molise aveva, qualche anno dopo, un seguito. Era il Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti, presieduto da Mario Petrina, ad organizzare un convegno su " Citazioni e miliardi " con la partecipazione di Giuseppe Ayala, sottosegretario alla Giustizia, Giovanni Verde, vice presidente del Consiglio superiore della magistratura, Mario Ciancio Sanfilippo, presidente della Fieg, e Lorenzo Del Boca, allora presidente della Fnsi. Il giornalista diventava sempre più il soggetto passivo di azioni risarcitorie da far tremare i polsi e di conseguenza occorreva prendere iniziative volte a fronteggiarle.

La relazione introduttiva era affidata a Roberto Martinelli, già vice direttore de " La Stampa " ed autorevole esperto dei problemi della giustizia, che, oltre a disegnare il quadro della situazione, quantificava le richieste di danni. Si aggiravano intorno ai 3.500 miliardi di lire. Riferiva pure, a mò di esempio, che una banca americana aveva citato in giudizio due direttori di telegiornali nazionali e di un quotidiano regionale per 400 milioni di dollari mentre un magistrato aveva chiesto cinque miliardi. C'era pure una consistente tendenza di dare appuntamento dinnanzi al Tribunale tramite citazioni notificate negli ultimi giorni della prescrizione per il risarcimento del danno, fissata in cinque anni. E questo costituiva per il giornalista un limite al suo diritto alla difesa e un deterrente di non poco conto. Un vulnus alla sua autonomia. A cinque anni dal momento in cui è stato scritto un articolo, ritenuto diffamatorio, non sempre il suo autore ha carte ed elementi da frapporre a sua difesa.

Martinelli è stato anche l'autore di una successiva, interessante e propositiva relazione in occasione del convegno sul tema " Libertà di espressione e tutela dell'onore ", organizzato all'inizio del 2004 sempre dal Consiglio nazionale, ora guidato da Lorenzo Del Boca, con la quale faceva il punto della situazione a cinque anni dall'altro. Un convegno, con la partecipazione del presidente del Senato, per sollecitare l'attenzione del legislatore sulla necessità di un suo inderogabile intervento per riscrivere le pene dei reati di ingiuria e diffamazione, che stavano condizionando non poco la libertà di stampa. Una spada di Damocle sul diritto dei cittadini ad essere informati.

Una delle soluzioni poteva essere affidata alla rettifica, prevista dall'articolo 8 della legge del 1948 ( Disposizioni sulla stampa ) e già sottoposta nel 1981 ad una nuova formulazione con la legge sull'editoria, ben sapendo che finallora era stata un'arma a doppio taglio. Il giornalista poco alieno a riconoscere eventuali errori e non sempre rispettoso della personalità altrui. La ribattuta una costante, ora non più consentita. Di conseguenza doveva essere concepita in maniera diversa per la tutela dell'onore del diffamato ed evitare così le azioni risarcitorie.

Il reato di diffamazione, e quello dell'ingiuria, come tutti sanno comporta pene pecuniarie o detentive. Se commesso a mezzo della stampa aggrava la pena. A questo proposito, per esemplificare, si ricordi il caso di Giovannino Guareschi, direttore di " Candido ", incarcerato per aver diffamato Alcide De Gasperi allora presidente del Consiglio dei Ministri, e quello più recente del senatore Livio Jannuzzi, che dovrebbe scontare in carcere il periodo di detenzione irrogatogli dal giudice per articoli ritenuti diffamatori. I reati di opinione, definiti dal legislatore come " reati contro l'onore ", sono sempre stati e sono un problema per chi fa dell'informazione la sua professione. C'è sempre la probabilità di incapparvi.

Per questo motivo la Giunta della Fnsi guidata da Luciano Ceschia, dopo il congresso della Fnsi di Salerno, siamo nell'anno 1970, aveva sollecitato, senza successo e a più riprese, l'intervento delle forze politiche sui reati di opinione. Solo ora a più di cinquanta anni dalla promulgazione della Carta costituzionale ingiuria e diffamazione stanno per essere revisionate, sebbene sulla poltrona di ministro Guardasigilli si sia seduto anche Palmiro Togliatti, indiscusso leader del Pci, ed abbia legato il suo nome alla prima amnistia del dopoguerra. Quella che condonava i reati commessi dagli appartenenti al regime.

L'interrogativo se si è di fronte ad una professione a rischio per via dei risarcimenti miliardari, ora con l'introduzione dell'euro milionari, è così riecheggiato anche nel corso del convegno organizzato dall'Ordine di Roma sulle luci e sulle ombre della nuova legge. C'è comunque da ricordare, per fornire un preciso quadro, che i " guai " professionali per il giornalista possono nascere anche dalla pubblicazione di notizie vere, ma non gradite. Dalle rivelazioni del segreto d'ufficio a quello investigativo, ma anche per il reato di favoreggiamento. Guai in cui sovente incappano i cronisti, anche se frappongono il segreto professionale e si appellano alla Convenzione europea dei diritti dell'Uomo.

Un segreto che copre soltanto i " professionisti ", nonostante sia stato chiesto in passato, sia alla Fnsi che al Consiglio nazionale dell'Ordine, di intervenire anche sul versante dei giornalisti pubblicisti, subito dopo che uno di loro era stato incarcerato per ordine della Procura generale di Roma per non aver voluto rivelare le sue fonti. La richiesta non solo non è andata avanti, ma non è stata nemmeno oggetto di approfondimento. Anche questo costituisce - assieme al rapporto numerico delle rappresentanze tradotto a vantaggio dei rappresentanti dell'altro elenco dell'albo - una delle cause di disaffezione che gl'iscritti all'elenco pubblicisti hanno nei confronti del sindacato.

Le " notizie non gradite " possono pure portare a dirottare altrove la pubblicità, una risorsa indispensabile per i giornali. E' un altro modo, più diretto, per condizionare l'informazione. L'ultimo esempio è fornito dalla Telefonica spagnola che ha tolto a " El Mundo " la sua pubblicità per una inchiesta sui comportamenti del suo presidente, Cesar Alierta.

Quello nella Sala del Refettorio di Palazzo San Macuto è stato un appuntamento quanto mai interessante. Non solo per l'autorevolezza dei partecipanti, ma anche per gli argomenti portati alla valutazione ed attenzione dell'uditorio. E' stato fatto un approfondito excursus del nuovo testo di legge, sottolineando le difficoltà incontrate e come queste sono state risolte e quali le innovazioni rispetto allo stato attuale. Protagonisti Gaetano Pecorella e Guido Calvi della Commissione giustizia. E' stato pure riferito che le categorie interessate sono state ascoltate e valutati i loro suggerimenti. D'ora in avanti, se il testo sarà confermato dal Senato, è già al suo esame, niente più pena detentiva, ma soltanto pecuniaria. Nessuna discrezionalità da parte del giudice. Contributi sono stati portati anche da Anna Finocchiaro, Enzo Carra, Grazia Volo, Lorenzo Del Boca e Jole Santelli, che rappresentava il governo.

La non convergenza è sulla pena accessoria e sul giudice, se monocratico o collegiale. Nello stesso tempo esiste pure una certa preoccupazione sulle richieste di danno. Considerata la minore entità della pena prevista, da 3 mila a 8 mila euro, queste potrebbero non arrestarsi e poggiare sul danno all'immagine. E' comunque la pena accessoria a tenere in fibrillazione le istituzioni della categoria.

Di obiezioni alla richiesta se ne possono contrapporre più di una. Riconoscere all'ordine professionale, attraverso i Consigli regionali, una sua competenza non significherebbe altro che doverla riconoscere anche agli altri ordini professionali per il rispetto del principio di equità. La seconda si riferisce alla non esistenza di un criterio unico di giustizia. La terzietà, la qualità fondamentale per chi giudica. Ciascun Consiglio si muove secondo proprie logiche poiché si ritiene autonomo nell'applicazione delle norme. Per averne cognizione è sufficiente analizzare se nell'adottare i provvedimenti di accesso all'albo si applica quanto stabilisce la legge sull'Ordinamento della professione, si fa riferimento nei casi dubbi alle sentenze interpretative della Cassazione, si osservano gl'indirizzi del Consiglio nazionale, anche se arditi soprattutto nell'interpretazione del regolamento di esecuzione, o si fa invece ricorso all'autonormazione non attribuita dal legislatore con la legge 69/63. La giustizia intra moenia ha i suoi limiti.

La nuova legge sulla stampa, che la Camera ha approvato nella seduta del 26 ottobre 2004, deve essere considerata nel suo complesso non negativa. S'interessa pure della posizione del direttore responsabile, che finora ha risposto per la culpa in vigilando. Modifica il concetto di " omesso controllo ". Oggi i quotidiani viaggiano oltre le quaranta pagine ed i settimanali vanno al di là delle duecento. E' arduo controllare riga dopo riga. Quindi la responsabilità deve essere considerata in maniera diversa e di conseguenza ripartita tra più livelli ( vice direttori, redattori capo ). Il legislatore, oltre ad applicare la legge ai siti internet aventi natura editoriale, ha anche fissato un tetto di 30 mila euro per il danno non patrimoniale, la riduzione ad un anno del termine di prescrizione per l'azione civile, la condanna del querelante per " lite temeraria ", in favore della cassa ammende, la previsione dell'interdizione dalla professione come pena accessoria, la trasmissione della sentenza di condanna all'Ordine ed il diritto del giornalista di pretendere che il direttore pubblichi la rettifica ricevuta.

Fin qui tutto bene. Tuttavia occorre dare una risposta alla domanda iniziale. Se siamo di fronte ad una professione a rischio. L'interrogativo nasce dalla realtà quotidiana. Da quanto si viene a sapere non solo dai vari fronti giudiziari, ma soprattutto da quelli dove si spara veramente o dai paesi dove la libertà d'informazione è soltanto una utopia. Dalle difficoltà che gl'inviati debbono superare per scrivere i loro servizi o per trasmettere due minuti di immagini, legate anche al rapporto con le fonti ufficiali ed alla necessità di reperire fonti attendibili indipendenti per i riscontri. Ad aggravare si è aggiunto il nuovo codice penale militare, che limita l' attività del giornalista e le pene per la diffusione di notizie riservate sulle missioni italiane, comprese quelle di pace, sono quanto mai pesanti. Vanno da cinque a venti anni.

Non si deve dimenticare il tributo in caduti che il mondo dell'informazione paga affinché si possa informare in maniera completa. Ci sono lutti che ci hanno colpito direttamente. Da Ilaria Alpi a Maria Grazia Cutuli, assassinate rispettivamente in Somalia ed in Afghanistan. E senza tralasciare l'agguato, sempre in Somalia, di cui è stata vittima Carmen Lasorella, nel corso del quale ha perso la vita Hrovatin, l'operatore di ripresa. Da ricordare anche Antonio Russo, ucciso in Kosovo, e Mauro de Mauro, Giuseppe Fava, Mario Francese e Mauro Ristagno eliminati per le loro inchieste sulla Mafia.

Da quanto precede discende che in questo inizio del Terzo Millennio, ma anche prima, fare informazione, essere interpreti delle trasformazioni, delle esigenze della società contemporanea e raccontare cosa accade nei vari fronti di guerra, o segnalare alla comunità internazionale cosa succede nel proprio paese, significa anche correre dei grandi rischi. Per rendersene conto è sufficiente dare una scorsa, ogni settimana, ad una apposita rubrica del periodico Internazionale o leggere, a fine di ciascun anno, il rapporto che l'Associazione reporter senza frontiere dedica allo stato di salute dell'informazione mondiale ed in particolare alla libertà di movimento che hanno i giornalisti. Nel 2003 in Medio Oriente 14 giornalisti sono stati uccisi mentre in Asia si vive una situazione drammatica sulla libertà di stampa. Corea del Nord, Cina, Iran, Birmania e Vietnam i paesi maggiormente chiusi ed inflessibili con i giornalisti.

Il quadro che emerge è allarmante. Una libertà di stampa assoluta non esiste. C'è sempre qualcosa, o qualcuno, che ne limita l'esercizio o vuole limitarlo. Non solo condizionamenti diretti ed indiretti, che esistono sotto varie sofisticate forme, ma intercettazioni, perquisizioni, incriminazioni, minacce, uccisioni, arresti, detenzioni, il caso più recente è quello di tre intellettuali cinesi imprigionati dalla polizia di Pechino, ed uccisioni. Non si pensi che il nostro Paese sia esente da doglianze. Spesso non si rispetta la Convenzione e le sentenze della Corte di Strasburgo. I casi William Godwin e Robert Roemen insegnano. Grava inoltre sull'informazione di casa nostra il rapporto della Federazione europea dei giornalisti. Ci sono molte ombre.

Non è comunque la sola " Associazione reporter senza frontiere ", la cui sede è a Parigi, a monitorare la situazione. Ci sono anche il " Comitato per la protezione dei giornalisti " (Cpj), che ha sede a New York, ed il " Centro di giornalismo " di Mosca, diretto da Oleg Panfilov, che disegna nell'ex Unione Sovietica una situazione a dir poco allarmante e alimenta l'altra definizione che si sta dando al giornalismo: " professione bersaglio ".

Sempre il Comitato per la protezione dei giornalisti, oltre riferire che nel corso dell'anno passato 54 giornalisti sono " caduti per servizio ", sottolinea, non senza preoccupazione, che " sono morti nel fuoco incrociato mentre seguivano una guerra molto pericolosa in Iraq, ma la maggior parte sono stati assassinati per rappresaglie dirette contro il loro lavoro, in particolare nelle Filippine, dove gli assassini di giornalisti non vengono portati di fronte alla giustizia ". Per la completezza si può ancora dire che a luglio 2004 erano stati arrestati 43 giornalisti, 135 soggiornavano in carcere, 76 erano stati minacciati ed aggrediti mentre 12 giornali erano stati censurati.

Professione bersaglio, dunque. Ambita, ma rischiosa nello stesso tempo. Il giornalista può essere scomodo. Toglierlo dalla sua posizione di " scolta " posta alladifesa delle istituzioni democratiche, come amava dire e ripetere Joseph Pulitizer, uno dei grandi giornalisti americani, può diventare vantaggioso. Condizionare o depistare l'informazione sotto sotto ci provano tutti. Anche negli Stati Uniti, dove la libertà di stampa è un munito ed invalicabile caposaldo costituzionale. Il Watergate ne è un esempio emblematico.

Gino Falleri
vice presidente dell'Ordine dei giornalisti del Lazio e presidente dell'Unione giornalisti europei per il federalismo
25 giugno 2005