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mercoledì 13 ottobre 2004

SEBASTIANO ARDITA, responsabile della direzione generale dei Detenuti e del Trattamento

La campagna promossa dall'amministrazione penitenziaria per la prevenzione ed il pronto soccorso delle patologie legate ad eventi cardiaci è riuscita. Aderendo all'iniziativa della Sanità: '2004, anno del cuore', la direzione dell'amministrazione penitenziaria, 'detenuti e trattamento', ne ha fatto un obiettivo del suo programma d'azione per l'anno e ha chiesto alle strutture territoriali di dotare gli istituti penitenziari di defibrillatori semiautomatici, portatili, di piccole dimensioni e di facile utilizzo per assicurare l'immediato soccorso ai detenuti. La maggior parte dei provveditorati ha già acquistato alcuni macchinari e i corsi di formazione per l'adeguato utilizzo sono pronti. L'editoriale su salute e carcere da oggi in linea, consente di cogliere la portata dell'iniziativa e gli obiettivi che persegue il direttore dell'ufficio trattamento, Sebastiano Ardita, nell'occuparsi della cura dei detenuti.
 
La salute dei detenuti non è solo un "problema politico", e neanche una questione tecnica o medico-legale, ma il terreno su cui si misura e si confronta il livello di evoluzione di quel complesso di regole che va sotto il nome di sistema penale.
La pena detentiva è stata concepita dal nostro Costituente nel modo più dinamico e più geniale: ossia come una opportunità per risanare lo strappo che il reato ha provocato tra il singolo e la società. Il diritto penale italiano nasce infatti e si giustifica a tutela dell'uomo, dei suoi beni giuridici, della vita, della sua integrità fisica e morale, giungendo a prevedere anche legittimi momenti di sofferenza, - nella privazione della libertà personale - ma sempre nell'ambito di un progetto di cui sono parte il detenuto e la società. Una pena così finalizzata è una scommessa la cui riuscita è rimessa ad entrambi i protagonisti della vicenda penitenziaria. Essa non può, né deve, generare patimenti accessori che ne snaturino il significato, perché la società non può permettersi che si risolva in una sofferenza "inutile".
Per questa ragione siamo chiamati ogni giorno a proporre ai detenuti una offerta di trattamento che possiamo definire una opportunità di riabilitazione, riguardo alla quale ogni probabilità di adesione è legata al rispetto per la dignità della persona cui essa è rivolta. E quale persona potrà sentirsi rispettata nella sua dignità, ove riscontrasse disinteresse da parte dello Stato per le malattie che ne compromettono la salute, ne limitano l'autonomia e la funzionalità?
E' per questo che abbiamo concentrato ogni sforzo a tutela della salute dei detenuti, perché vorremmo comunicare un messaggio di speranza che vada al di là delle sbarre. Cinque PEA (Programmi esecutivi d'Azione) puntati sulla sanità; iniziative per i tossicodipendenti; sostegno psichiatrico e prevenzione dei suicidi; campagne di prevenzione per le malattie infettive e progetti per telemedicina, sono solo l'inizio di quanto ci ripromettiamo di attuare per dare senso al nostro impegno a tutela della salute di chi è recluso. Abbiamo unito la nostra forza e la nostra voce a quella dei medici penitenziari, degli infermieri, e di quanti, ogni giorno, operano in questo settore: la passione e la dedizione con cui essi agiscono esalta la professione sanitaria sino a farne una autentica missione.
Questa idea di rispetto del diritto alla salute non va però confusa con sentimenti di buonismo, di perdonismo o con concezioni che tendono a criminalizzare la società a fronte degli errori commessi da chi è detenuto. Perché questo modo di pensare farebbe torto tanto a chi sconta una pena, quanto alle Istituzioni ed alle vittime dei reati. La salute di chi è recluso va rispettata perché la sua tutela trova un fondamento nell'incrocio tra le esigenze del diritto e quelle della ragione, che ad esso inevitabilmente sottendono. Le prime richiedono di fare chiarezza rispetto alla confusione mediatica sul significato della pena, e di superare un retaggio di cultura ottocentesca, che tende a volte a far ritenere il carcere come un luogo ove si consuma la vendetta della società nei confronti di chi ha violato la legge.
Per questo motivo spesso diciamo che il grado di civiltà di un sistema si desume dalla capacità di riconoscere diritti, anche a coloro che hanno violato i diritti altrui. Ed è per la stessa ragione che proviamo indignazione quando si scopre un abuso nei confronti di chi si trova nella condizione di detenuto. Le esigenze della ragione spiegano quelle del diritto. Se vogliamo un carcere che insegni ad apprezzare la legalità, dobbiamo costruire un mondo penitenziario il più possibile privo di contenuti repressivi. Perché è la diffusione degli atteggiamenti costruttivi che determina mutamenti positivi nella società.
Abbiamo imparato a nostre spese che la violenza genera altra violenza, perché diffonde nella società sentimenti di odio e di rivalsa. Il carcere è un pianeta attorno al quale ruotano molti satelliti. Esso in primo luogo interagisce con le famiglie dei detenuti, che sono parte della società, e vivono la contraddizione di essere ad un tempo estranee alle colpe dei congiunti, ma di doverne condividerne al tempo stesso le sofferenze.
Non so a chi è mai capitato di incrociare lo sguardo di un bimbo che esce dal colloquio con il papà detenuto: è certo che in quegli occhi si coglie una sofferenza incolpevole. La consapevolezza che la salute e la dignità del proprio congiunto in carcere è rispettata funge da importante conforto per le famiglie, e al contempo orienta l'atteggiamento dei giovani verso lo Stato. E viceversa la trascuratezza, l'insensibilità alle problematiche personali, vengono intese come offese alla dignità e segnano un solco tra le Istituzioni e quella parte della società che condivide le sofferenze dei ristretti. Il carcere è anche un paradosso della società, perché è frequentato spesso da che ha violato la legge per bisogno e non da chi ha dato causa a quel bisogno. E di ciò in molti siamo consapevoli. "Esso è legittimato a togliere solo la libertà, ma a volte toglie pure qualcos'altro". Impedire che ciò avvenga è uno degli scopi dell'amministrazione penitenziaria, per garantire alla società una giustizia che funziona, - perché risana, riabilita e consentendo ai detenuti di continuare a sperare. Queste considerazioni bastano a far sì che la tutela della salute in carcere divenga presupposto irrinunciabile affinché lo Stato compia la sua parte nel conseguimento di quell'obiettivo di pacificazione - non formale - che è fondamento stesso della giuridicità.
Sebastiano Ardita
Responsabile della direzione generale dei Detenuti e del Trattamento
13 ottobre 2004