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mercoledì 3 ottobre 2018

Canonizzazione giudice Livatino
Conclusa la fase diocesana

Il giudice Rosario Livatino

Un ragazzo con la toga, di cui si apprezzava lo spessore umano ancor prima delle indubbie capacità professionali. In realtà, un gigante. Si è svolta questa mattina, nella chiesa Sant’Agostino di Agrigento, la sessione pubblica di chiusura della fase diocesana del processo di canonizzazione del giudice Rosario Livatino, caduto ad appena 37 anni nel corso di un agguato mafioso messo in atto dalla Stidda, organizzazione criminale in contrasto con Cosa nostra, la mattina del 21 settembre 1990 sul viadotto Gasena lungo la SS 640 che collega la città dei Templi a Caltanissetta.


Livatino si stava recando con la propria auto, e senza scorta, al tribunale di Agrigento per svolgere l’ultimo giorno di lavoro prima di andare in ferie, a estate oramai terminata: una scelta volontaria, quella del magistrato, dettata dal proposito di cedere i periodi migliori ai colleghi con famiglia a carico o a quelli non residenti in Sicilia. Una persona schiva, poco avvezza agli interventi pubblici fuori dalle aule giudiziarie, intenta a lavorare e a servire in modo impeccabile lo Stato, occupandosi di delicate indagini antimafia, oltre che di corruzione e di criminalità comune. Il percorso professionale di Livatino comincia nel 1978, anno in cui entra in magistratura prestando servizio presso il tribunale di Caltanissetta. Nel 1979 diventa sostituto procuratore ad Agrigento, ricoprendo la carica sino al 1989, quando assume il ruolo di giudice a latere e della speciale sezione misure di prevenzione.


Non casuale la decisione di far ricadere l’appuntamento canonico nella giornata odierna: il magistrato, nato a Canicattì il 3 ottobre 1952, oggi avrebbe compiuto 66 anni. Nel corso del procedimento diocesano di beatificazione, iniziato il 19 luglio 2011 dopo la firma apposta sul decreto d’avvio dall’arcivescovo metropolita di Agrigento, Francesco Montenegro, 45 persone, tra cui Gaetano Puzzangaro, uno dei killer di Livatino, hanno reso testimonianza sulla vita e sulla santità del giudice. Un processo che parte da lontano: già nel 1993, infatti, l’allora vescovo di Agrigento, Carmelo Ferraro, aveva affidato a Ida Abate, insegnante del magistrato, il compito di raccogliere testimonianze per la causa di beatificazione del “giudice ragazzino”. In realtà, un gigante.

[GR]