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Stati Generali dell'Esecuzione Penale

aggiornamento: 5 febbraio 2016

   Tavolo 7 - Stranieri ed esecuzione penale

Il Tavolo si occupa delle condizioni degli stranieri in carcere e del loro effettivo accesso a quanto previsto dalle norme. Attenzione specifica sarà dedicata alle difficoltà di attuazione di percorsi trattamentali e di reinserimento e al necessario coinvolgimento delle istituzioni territoriali, anche per prevenire forme di autoesclusione e di radicalizzazione.

Coordinatore Paolo Borgna, procuratore aggiunto tribunale di Torino

Partecipanti/ Gruppo di lavoro

  • Marco Borraccetti - Ricercatore Facoltà di Scienze politiche Università degli studi di Bologna
  • Leopoldo Grosso - Vice presidente del "Gruppo Abele"
  • Rosanna Lavezzaro - Dirigente Questura di Torino
  • Elena Nanni - Commissario capo della Polizia penitenziaria
  • Valter Negro - Sostituto commissario Polizia di Stato – Sezione di polizia giudiziaria Procura della Repubblica di Torino
  • Maria Teresa Pelliccia - Funzionario del Dipartimento della giustizia minorile e di comunità
  • Luisa Ravagnani - Garante diritti dei detenuti del Comune di Brescia
  • Antonella Reale - Direttore istituto penitenziario Padova
  • Arturo Salerni - Avvocato
  • Stefania Tallei - Rappresentante della "Comunità di Sant'Egidio"

Perimetro tematico

Il tavolo dovrà analizzare le caratteristiche della presenza degli stranieri negli Istituti Penitenziari alla luce della mutata situazione giuridica ma anche politica e internazionale (ad es. cessato reato di clandestinità – nuovo regolamento dei CIE e nuovo quadro geopolitico) e dei mutamenti dei flussi migratori.
Il tavolo dovrà affrontare le criticità derivanti dai frequenti trasferimenti cui sono sottoposti maggiormente i detenuti che non effettuano colloqui, alle difficoltà di stabilire rapporti con i consolati e le ambasciate, ad usufruire dei diritti previsti dall’ord.penit. (ad es. le telefonate con i familiari in patria o l’inserimento in comunità terapeutica). Andranno esaminati gli ostacoli a predisporre percorsi trattamentali e di riabilitazione individuando possibili azioni per garantire l’esercizio dei diritti e dei doveri del detenuto straniero e la sua partecipazione al trattamento rieducativo.
Il tavolo tratterà anche le problematiche inerenti alla presenza di stranieri malati in carcere (acuti e cronici) o con problemi di dipendenze che pongono il problema dell’accesso a percorsi di cura e riabilitazione e alla conseguente presa in carico.
Particolare attenzione dovrà essere dedicata ai problemi di applicazione delle misure di esecuzione penale esterna e al coinvolgimento degli enti locali.
In considerazione della presenza nelle carceri italiane, di cittadini di fedi diverse il tavolo si occuperà del problema della libertà religiosa e dei fenomeni di radicalizzazione, che possono trovare facile terreno nell’isolamento in cui vivono i detenuti stranieri.
 

 

Abstract della relazione

I detenuti stranieri in Italia (al 30 ottobre 2015) sono 17.330: il 33% del totale. Il triplo rispetto alla fine degli anni ’80 (dopo che, nel 2007, avevano sfiorato il 50% del totale).
Da queste cifre emerge la vastità del tema Stranieri ed esecuzione penale. Dalle caratteristiche che presentano questi detenuti (difficoltà linguistiche; assenza, nella maggior parte dei casi, di legami con la famiglia e con ambienti esterni al carcere) si comprende perché tutti gli aspetti critici normalmente presenti in carcere siano, per gli stranieri, amplificati. Per questo, nell’essere stranieri in carcere c’è una peculiarità: la maggiore difficoltà a vedere applicati gli elementi del trattamento e le regole previste da un ordinamento penitenziario scritto in un’epoca in cui la quasi totalità dei detenuti era italiana. La scommessa delle Istituzioni deve essere di tendere ad applicare, anche nei confronti dei detenuti stranieri, i principi della riforma del ’75 e l’ispirazione dell’art. 27 Cost.
Dunque: individuare e analizzare gli ostacoli; tentare di individuare soluzioni; diffondere “le buone pratiche” a macchia di leopardo, nell’universo carcerario italiano, valorizzando il volontariato in carcere, diffondendo la presenza dei mediatori culturali come parte integrante dell’Amministrazione, mirando a consolidare e ampliare i corsi di alfabetizzazione (già ampiamente presenti); estendendo il lavoro interno; utilizzando, con la maggior ampiezza possibile e usufruendo dei nuovi mezzi tecnici (nel rispetto delle esigenze di sicurezza), i colloqui telefonici con i familiari; stabilendo, in collaborazione con le istituzioni locali, capacità di accoglienza esterna al carcere che consentano l’applicazione, anche agli stranieri, di misure alternative al carcere. Ma anche applicando, più incisivamente e con saggezza, gli strumenti legislativi che consentono un’ulteriore diminuzione del sovraffollamento carcerario: l’espulsione come sanzione sostitutiva e alternativa alla detenzione (art.16 d.lgs. 286/98); il trasferimento al Paese di origine per l’esecuzione della pena (convenzione di Strasburgo del 1983 e Decisione Quadro 2008/909/GAI).

  • L’allontanamento degli stranieri dal territorio nazionale al termine della pena rischia di vanificare i percorsi di recupero intrapresi in carcere?
  • Bisognerebbe introdurre la possibilità di ottenere, all’uscita dal carcere, permessi di soggiorno premiali?
  • Oppure, tale possibilità sarebbe iniqua nei confronti di tutti gli altri stranieri che, pur essendo irregolari, rispettano le norme del codice penale, lavorano onestamente e, ciononostante, non riescono a ottenere un permesso di soggiorno?
  • Come far convivere percorsi riabilitativi e opera di risocializzazione con il principio di responsabilità e l’uguale rispetto della legge?

Di tutti questi temi ha discusso il Tavolo 7, cercando di offrire soluzioni e di indicare esperienze positive, anche dando conto delle diverse sensibilità su temi che rimangono aperti e dovranno ancora essere approfonditi.

Obiettivi

  1. Analizzare la attuale presenza e caratteristiche dei detenuti stranieri, per poterne individuare i bisogni relativamente alla partecipazione alla vita detentiva e al trattamento
     
  2. Verificare lo stato di attuazione della Raccomandazione 2012 del Comitato dei Ministri del Consiglio di Europa e proposte per la sua applicazione
     
  3. Costruire un percorso che consenta a coloro che lo desiderano di non rimanere in Italia e invece consentire a coloro che intendono reinserirsi nel nostro paese di farlo con le medesime opportunità concesse ai cittadini italiani, anche in considerazione del lavoro di rieducazione e reinserimento compiuto dagli operatori penitenziari, dagli Uepe e dai volontari nelle carceri del nostro paese
     
  4. Discutere la disciplina giuridica, il percorso formativo e le modalità di impiego dei mediatori culturali e istituire l’Albo dei singoli professionisti e l’Albo delle associazioni di mediazione interculturale con requisiti certi e omogenei
     
  5. Armonizzare le procedure previste per i cittadini stranieri che entrano in contatto con il sistema penale con le politiche generali dell’immigrazione con la finalità di agevolare il loro reinserimento sociale:
    • in Italia costruendo percorsi di accoglienza-integrazione condivisi con le realtà locali (istituzionali, economiche e sociali)
    • nel paese di origine rafforzando i legami di collaborazione con quei Paesi, anche mediante accordi diplomatici e contatti con agenzie e associazioni competenti.
       
  6. Sviluppare protocolli per il superamento delle criticità derivanti dai frequenti trasferimenti cui sono sottoposti i detenuti stranieri che non effettuano colloqui
     
  7. Facilitare i rapporti con i consolati e le ambasciate dei paesi di provenienza, e con le famiglie nei paesi di origine
     
  8. Individuare ostacoli e relative proposte che permettano ai detenuti stranieri di usufruire dei diritti previsti dall’ord.penit. concessi ai detenuti italiani e di accedere ai percorsi trattamentali e di risocializzazione facilitando anche la diffusione e la conoscenza della Carta dei diritti e doveri dei detenuti e degli internati del 2012
     
  9. Sviluppare protocolli di conoscenza e attenta osservazione anche quale presupposto per contrastare forme di radicalizzazione e proselitismo. Studiare percorsi di deradicalizzazione anche attraverso la presa in carico territoriale
     

Versione integrale della relazione