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Stati Generali dell'Esecuzione Penale

aggiornamento: 5 febbraio 2016

  Tavolo 17 - Processo di reinserimento e presa in carico territoriale

Il Tavolo si occupa di individuare strumenti legislativi e organizzativi utili ad avviare effettivi percorsi inclusivi che accompagnino il reinserimento sociale di chi ha scontato una pena, stabilendo rapporti continui con gli Enti e i servizi territoriali per facilitare sia la fase di preparazione al rilascio, sia quella di presa in carico esterna una volta che questo sia avvenuto.

Coordinatore Claudio Sarzotti, docente Università degli studi di Torino

Partecipanti / Gruppo di lavoro

  • Alessandro Bruni - Psicoterapeuta, psicoanalista
  • Cinzia Calandrino - Direttore ufficio rapporti con le regioni dipartimento dell'amministrazione penitenziaria
  • Lucia Castellano - Consigliere della Regione Lombardia
  • Eros Cruccolini - Garante diritti dei detenuti del Comune di Firenze
  • Riccardo De Facci - Rappresentante "Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza"
  • Daniela De Robert - Giornalista, presidente associazione "Vic-caritas onlus"
  • Antonietta Fiorillo - Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Firenze
  • Francesca Paola Lucrezi - Direttore istituto penitenziario Brescia Verziano
  • Tommaso Minervini - Capo area giridico pedagogica Bari e Altamura
  • Renato Vigna - Avvocato

Perimetro tematico

La fase della esecuzione penale è caratterizzata da una variegata serie di difficoltà, sia per la persona in esecuzione che per l'istituzione penitenziaria. Altre questioni importanti (lavoro, abitazione, assistenza sanitaria...) subiscono per contro una sorta di ibernazione, una vera e propria rimozione, salvo ripresentarsi in tutta la loro drammaticità all'approssimarsi del fine pena.
Se la pena deve tendere al reinserimento nella società occorre progettare e articolare tutta l'esecuzione penale in funzione di questo reinserimento, tracciando un percorso graduale che riesca ad anticipare e per quanto possibile risolvere i problemi che inevitabilmente sorgeranno nella fase post-penitenziaria e mettendo in campo tutte le risorse disponibili.
In particolare, occorre che il territorio di cui la persona tornerà a far parte sia consapevole dei suoi compiti e se ne faccia carico responsabilmente.
Il Tavolo esaminerà i problemi afferenti alla presa in carico della persona in esecuzione penale e nella fase immediatamente successiva alla pena, al fine di attuare politiche realmente inclusive e risocializzanti.
La legge 328/00 affida alle Regioni e agli Enti locali un ruolo di programmazione, coordinamento ed attuazione delle politiche sociali, per una rimozione degli ostacoli che impediscono la piena parità delle persone nella vita sociale, culturale ed economica. Questo ruolo spesso non viene assunto da chi ne avrebbe competenza.
Compito del Tavolo sarà, quindi, svolgere una ricognizione di tipo normativo per delimitare precisamente i campi d'azione dei vari attori sociali.
Si individueranno gli strumenti legislativi e organizzativi utili ad avviare percorsi di reale sinergia fra amministrazione penitenziaria, in particolare Esecuzione Penale Esterna, amministrazioni locali, rappresentanti del mondo economico e produttivo, delle realtà di terzo settore e del volontariato.
Particolare attenzione si dovrà dare alle persone che scontano l'ultima fase della pena, per operare un progressivo e sicuro reinserimento nella vita sociale.
Il Tavolo ipotizzerà anche percorsi di formazione congiunta e di confronto fra le varie professionalità concorrenti alla realizzazione del processo di reinserimento, ivi compreso il volontariato, ai fini di un più efficace conseguimento degli obiettivi individuati.
Si dovrà tenere particolarmente conto del fatto che sul tema affidato al tavolo insiste un criterio direttivo della legge di delega per la riforma dell'ordinamento penitenziario (art. 26, lett.f).
 

 

Abstract della relazione

Rispetto al perimetro tematico originariamente assegnato, il tavolo ha enfatizzato l’affermazione secondo la quale “se la pena deve tendere al reinserimento nella società occorre progettare e articolare tutta l’esecuzione penale in funzione di questo inserimento”. Di qui la scelta di affrontare temi che apparentemente sembrano esulare dalla stretta definizione di tale perimetro, ma che in realtà vanno a porre le premesse per efficaci percorsi di reinserimento sociale per le persone a fine pena.

Ciò che va ribadito è il principio secondo il quale la responsabilità della progettazione e della realizzazione di tali percorsi non è prerogativa della sola Amministrazione penitenziaria, ma deve essere posta a carico di tutti gli attori sociali (pubblici e privati) che operano sul territorio. Questo principio, se concretamente realizzato, potrebbe consentire di superare due orientamenti istituzionali e socio-culturali quanto mai deleteri per il raggiungimento degli obiettivi costituzionali della pena: da un lato, quello di chiusura e autoreferenzialità dell’amministrazione penitenziaria, storicamente avvezza a considerare tutto ciò che proviene dall’esterno come elemento di disturbo delle dinamiche infra-carcerarie, e, dall’altro, quello di indifferenza e disinteresse delle istituzioni locali e degli operatori economici, i quali tendono a non percepire come parte della loro mission organizzativa quella di contribuire alle attività di reinserimento sociale delle persone in esecuzione penale.

Occorre abbattere, in altri termini, quelle mura che non sono solo materiali, ma anche e soprattutto culturali e istituzionali, che separano ancora l’esecuzione penale dalla società dei cittadini non sottoposti a sanzione penale. In tale prospettiva, è essenziale che rimangano attivi e siano potenziati tutti i canali di comunicazione tra interno ed esterno e che il campo dell’esecuzione penale sia continuamente contaminato da istanze provenienti dall’impegno della società civile nei processi di reinserimento sociale delle persone a fine pena. Si tratta di contaminare il sistema penitenziario con elementi di inclusione sociale che occorre sollecitare nell’ambito della società dei cittadini liberi. Come noto, l’attuale periodo storico non è certo favorevole a stimolare tali istanze inclusive, ma ciò non deve far recedere dalla necessità di favorirle e di farle crescere nel tessuto culturale del Paese prima ancora che in quello sociale ed economico.

Decisive, da questo punto di vista, tutte le iniziative che tendano ad incidere sui modi di percepire l’esecuzione penale da parte dell’opinione pubblica. Sappiamo come nell’attuale fase storica delle democrazie “mediatiche” il decisore politico sia (per certi aspetti anche giustamente) preoccupato del consenso e quindi degli orientamenti di quella che è stata chiamata “l’emozione pubblica”. Una politica penitenziaria che non voglia limitarsi ad uno sterile esercizio accademico sui principi trattamentali deve fare i conti con l’immaginario collettivo che riguarda l’esecuzione penale e più in generale le varie forme di criminalità.

Essenziale in tale prospettiva coinvolgere il pubblico dei non addetti ai lavori (in particolare le fasce di popolazione giovanile) con strumenti di comunicazione accattivanti (cinema, fiction televisive, fotografia, allestimenti museali interattivi, teatro, musica etc.), ma che al tempo stesso sappiano veicolare un messaggio culturale orientato a far conoscere correttamente e in tutta la sua complessità il mondo dell’esecuzione penale. Un modo diverso di presentare tale universo che sia in grado anche di inoculare nell’opinione pubblica elementi culturali in grado di immunizzare i cittadini dalla nefasta influenza di quelle campagne mediatiche di “panico morale” tanto frequenti in tempi di populismo penale.

La disapplicazione di molti articoli dell’ordinamento penitenziario che si è constatata non appare causata da carenze del testo normativo, ma da questioni che fanno riferimento a dinamiche istituzionali e socio-culturali che vanno affrontate con scelte mirate di politica penitenziaria. Di qui la scelta del tavolo di concentrare l’attenzione sui piani d’azione, nella prospettiva di fornire al decisore politico gli elementi per individuare i problemi e indicare le possibili scelte operative.

I nodi critici individuati fanno riferimento a questioni organizzative interne all’amministrazione penitenziaria, a questioni di cultura professionale degli operatori penitenziari e sociali (pubblici e del privato sociale), al superamento di dinamiche interistituzionali che perpetuano la separazione del carcere dalla società esterna. In particolare, si rileva la difficoltà del Dipartimento dell'Ammministrazione penitenziaria (nelle sue varie articolazioni territoriali) di agire attraverso il paradigma del lavoro di rete che, come noto, implica flessibilità organizzativa e apertura culturale da parte di tutti gli attori che fanno parte della rete stessa. Nella prospettiva di una nuova politica penitenziaria le modifiche normative vanno quindi realizzate non tanto a livello di principi giuridici da inserire nell’O.P., ma piuttosto a livello di quella micro-normatività interna al Dipartimento dell'Ammministrazione penitenziaria in cui si annidano le maggiori resistenze, di tipo culturale e corporativo, al mutamento. È in tale contesto, infatti, che occorrerà introdurre quegli elementi di innovazione organizzativa derivanti dal paradigma del cd. New Public Management che hanno negli ultimi anni profondamente mutato il profilo delle pubbliche amministrazioni di molti Paesi europei, ma che stentano ancora a penetrare nella cultura professionale dell’amministrazione penitenziaria italiana.

Obiettivi

  1. Disamina ordinamento penitenziario del 1975 e normative affini all’esecuzione penale
     
  2. 1. Ruolo degli Enti locali nelle politiche di reinserimento
    2. Progetti e percorsi virtuosi e disseminazione buone prassi
     
  3. Soluzioni normative e amministrative per maggior impulso agli Uffici esecuzione penale esterna
     
  4. 1. Percorsi di formazione congiunta
    2. Interventi economici a favore di iniziative di reinserimento sociale
     
  5. Incremento nell’opinione pubblica della percezione dell'esecuzione penale come fattore di sicurezza
     
  6. 1. Disponibilità del terzo settore, del privato sociale e del volontariato
    2. Contenuti normativi per un più ampio ricorso al volontariato e del privato sociale
     

Versione integrale della relazione