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Inaugurazione anno giudiziario 2018 - Intervento del ministro Andrea Orlando alla Corte di appello di Catanzaro

aggiornamento: 27 gennaio 2017

Signor Presidente della Corte d’Appello,
Signor Procuratore Generale,
Signor rappresentante del Consiglio Superiore della Magistratura,
Autorità tutte,
Signore e Signori,

la Costituzione repubblicana, di cui celebriamo i settant’anni, è la stella polare dell’Amministrazione della giustizia, e ha guidato l’azione riformatrice di questi anni.

Il compito di illustrare i risultati dell’azione di Governo nell’Amministrazione della giustizia per l’anno giudiziario 2017 e gli intendimenti per l’anno 2018, coincide con la conclusione della legislatura.

Ho fortemente voluto essere qui a Catanzaro. Essere qui rappresenta per me il senso di un percorso di ascolto e di cambiamento. Nell’ottobre del 2015 iniziavo proprio dalla Calabria un tour dei tribunali italiani in difficoltà. Ho imparato molto da quell’esperienza, che è stata una preziosa occasione di interlocuzione col personale della giustizia e una costante fonte di ispirazione per il processo di riforma.

Ho sentito, Signor Presidente, nella relazione citare il tema dell’eccessivo turnover dei magistrati. Proprio sulla base di quella esperienza proposi una norma per allungare il tempo di permanenza dei nuovi magistrati che fu fortemente contrastata dall’Associazione nazione della Magistratura e poi fu modificata nei passaggi parlamentari. Penso che su quel tema, con il dovuto confronto, si debba tornare a riflettere e a discutere.
Vorrei ringraziare tutti coloro che operano qui, nel distretto di Catanzaro – i Magistrati, gli Avvocati e il personale tutto – per l’impegno che rende tangibile ogni giorno, in questo territorio, la presenza dello Stato.
Guardare le politiche della giustizia dalla Calabria non è una concessione retorica. È l’esigenza fondamentale della nostra vita democratica.
Siamo in Calabria perché qui si comprende la necessità dell’aggancio internazionale che ho voluto porre al centro di tutte le nostre politiche. La ‘ndrangheta, lo ricordano gli studiosi, non è folklore locale, è la rete criminale più internazionalizzata. È, cito ancora uno studioso, la “Davos della mafia” che prolifera nei lati oscuri della globalizzazione.

Siamo in Calabria perché qui “paga” l’investimento nella legalità, nella macchina della giustizia civile, nell’edilizia giudiziaria. E qui pesano di più l’inefficienza e l’assenza dello Stato. La debolezza delle Istituzioni porta altri soggetti, spesso fuori dalla legalità, a costruire intermediazioni improprie, a risolvere il conflitto fuori dalla legislazione, a sostituire ai valori costituzionali la legge del più forte.

E siamo in Calabria perché dobbiamo guardare la giustizia con gli occhi del Sud. Voglio ricordare che nella nostra Repubblica, la questione meridionale è stata forte quando non ha coinvolto solo i meridionali, quando ha accompagnato la lotta per l’inclusione e per la democrazia dell’Italia del dopoguerra, quando ha catalizzato le migliori energie culturali nell’impegno politico e nelle riviste, come le “Cronache meridionali” animate da Rosario Villari, il grande storico di Bagnara Calabra che ci ha lasciato pochi mesi fa. A settant’anni dall’entrata in vigore della Costituzione, non possiamo permetterci di considerare il Sud come una causa fondamentale.

Negli anni passati, in questa giornata, mi sono recato a Genova, a Palermo, a Milano. Ognuno di quei momenti ha inteso rappresentare il tassello di un percorso, per sottolinearne la coerenza complessiva: la necessità di investimenti per superare l’inefficienza, la rivendicazione dei cambiamenti apportati, l’indicazione delle sfide nazionali e internazionali. I processi avviati hanno dato risultati nel corso della legislatura, ma la coerenza di un percorso, che per molti versi è irreversibile, si misurerà, naturalmente, nel “tempo lungo” in cui vivono le Istituzioni.

Tenendo ben presente il faro della Costituzione, credo che tre caratteristiche determinanti dell’imponente attività riformatrice intrapresa siano state la spinta per l’innovazione, la continua considerazione della prospettiva internazionale, l’articolazione di un metodo condiviso e plurale.

Nel delineare in sintesi l’itinerario della legislatura, vorrei partire da un richiamo al metodo. Non a caso l’etimologia greca del “metodo” richiama la strada. Il metodo è la via che decidiamo di percorrere. Una strada percorsa grazie al costante impegno di tutti gli attori della giurisdizione e che ha voluto riportare fiducia, tanto nell’Amministrazione, quanto nell’utenza della giustizia.

Ho voluto che il sistema dell’autogoverno della Magistratura, l’Avvocatura, tutte le categorie professionali e i corpi intermedi ricevessero ascolto dal Ministero della Giustizia, e che, nel rispetto dei diversi ruoli e delle differenti opinioni, potessero fornire stimoli per le politiche pubbliche e per l’orizzonte culturale.

La nostra attenzione per il rapporto tra giustizia e società ha portato a numerosi interventi che hanno coinvolto il mondo professionale, a partire dall’Avvocatura. Penso all’introduzione dell’equo compenso per le prestazioni professionali degli avvocati, con la legge 4 agosto 2017, n. 124.

Per la nostra democrazia paritaria appaiono inoltre essenziali le innovazioni, contenute nella legge di bilancio 2018, volte a contemperare la tutela della gravidanza e l’esercizio della professione forense nel processo civile ed in quello penale.

Alla conclusione della legislatura, le emergenze sono state superate e i cambiamenti apportati risultano concreti e tangibili. La tematica della giustizia ha inciso sul piano quantitativo, riguardando in complesso il 30% dell’attività legislativa, ma soprattutto sull’orizzonte qualitativo.

Ricordo alcuni elementi particolarmente significativi. Si è introdotta una riforma organica della disciplina della crisi d’impresa e dell’insolvenza che abbandona la stigmatizzazione sociale legata alla tradizionale espressione ‘fallimento’, e che ha ricevuto ampio apprezzamento dalle Istituzioni internazionali.

Grande attenzione è stata dedicata al sistema delle misure di prevenzione e all’esecuzione penale. Grazie agli sforzi profusi, siamo in linea con gli obblighi di adeguamento alla normativa europea.

Sono state rafforzate le tutele delle vittime e dei soggetti deboli, all’interno di una “cifra” essenziale di una legislatura dei diritti in cui, tra l’altro, sono state approvate le leggi sulle unioni civili e sull’assistenza di persone con disabilità gravi prive del sostegno familiare, e in cui si è delineata una strategia complessiva contro la violenza di genere e contro il negazionismo.

Vorrei ricordare il lavoro compiuto contro lo sfruttamento del lavoro agricolo, con un pensiero per la figura di Fausto Gullo, costituente e Ministro nato a Catanzaro, che a lungo si è battuto nelle Istituzioni per la piena inclusione delle masse agricole nella nostra democrazia.

Un impegno di lungo corso, per imponenza e coerenza, ha riguardato l’innovazione informatica, con un sistema più sicuro, non più dipendente da soggetti esterni, un data warehouse pienamente operativo per il civile e in via di realizzazione per il penale. L’informatica io credo, e su questo concordo spesso con il procuratore Gratteri, sia la vera chiave di volta del futuro della giurisdizione. L’impegno congiunto del personale amministrativo, della Magistratura e dell’Avvocatura è stato fondamentale per consolidare il processo civile telematico.

L’investimento per l’informatizzazione dell’organizzazione giudiziaria, corrispondente a oltre un miliardo e trecento milioni per i prossimi quindici anni, apporta trasformazioni fondamentali a tutta la giurisdizione, così come la diminuzione delle pendenze e dei tempi dei giudizi, e la corrispondente riduzione del peso del debito Pinto.

Una nuova strategia sulle politiche del personale ha portato, finalmente, all’immissione di nuove energie per l’Amministrazione della giustizia in tutta Italia.
Non è una scelta neutra. Pone fine alla retorica delle riforme a costo zero. Ci tengo a sottolineare qui che tornare a investire nella giustizia significa ridurre le distanze tra la giustizia e i cittadini, ma vuol dire anche colmare i vuoti del presidio pubblico che rischiano di essere occupati da altre modalità di intermediazione, comprese quelle del crimine organizzato.

In questa legislatura, risorse aggiuntive per oltre 1 miliardo e 850 milioni sono state dedicate, dal 2015 al 2017, al potenziamento dei servizi della giustizia. Lo stanziamento complessivo per la giustizia, all’interno della legge di bilancio 2018, è di oltre 8,2 miliardi di euro, in crescita di 325 milioni rispetto al 2017.
Ma non c’è stato solo un aumento di spesa, c’è stata una razionalizzazione della spesa. Nel 2014 quando la gestione degli uffici giudiziari era imputata ai comuni la spesa complessiva per quella attività era 500 milioni di euro. In quell’anno il passaggio al governo ha visto una previsione, che a noi preoccupava molto, di soli 400 milioni di euro. Quest’anno la spesa per gli investimenti in quegli uffici è di 230 milioni di euro e credo che non si sia registrata una caduta verticale del funzionamento degli uffici giudiziari nel passaggio dai Comuni al Ministero. Da questo punto di vista c’è da riflettere se spesso modalità di spesa che non responsabilizzano non siano la vera causa di un dilapidarsi delle risorse pubbliche che va sempre più contrastato.
C’è stato inoltre grande impegno sui risparmi e sulla riqualificazione della spesa. Penso ai risultati del piano straordinario varato per l’abbattimento del debito derivante dalla c.d. “Legge Pinto”. Misure che nel dicembre 2017 hanno condotto alla chiusura di 1.747 procedure da parte della Corte di Strasburgo. Penso al nuovo modello di gestione delle spese di funzionamento degli Uffici che ho richiamato.

La giustizia non può che partire dal capitale umano, dalle competenze di quella spina dorsale che la fa vivere ogni giorno. Nel corso della legislatura, per invertire nettamente la tendenza di un sistema completamente fermo da quasi vent’anni, siamo intervenuti su tutti i principali ambiti: le risorse per il personale, le assunzioni, il concorso per assistenti giudiziari, la riqualificazione e valorizzazione del personale in servizio, la riapertura delle relazioni sindacali.
Il reclutamento, attuato attraverso diverse linee di azione ha trovato un momento essenziale nel 2017 con il concorso pubblico per l’assunzione di 800 assistenti giudiziari.

Questa stessa procedura ha fornito un’illustrazione delle innovazioni apportate dal nostro sistema, perché l’uso delle tecnologie informatiche ha consentito di gestire e portare a termine in soli 13 mesi – possono sembrare tanti, non lo sono per lo svolgimento di un concorso -  una procedura con oltre 300.000 candidati e circa 79.000 partecipanti effettivi.
È un concorso che ha portato a un risultato di grande rilievo per il distretto di Catanzaro, con l’assegnazione di 25 nuovi posti.

Complessivamente, anche grazie all’assunzione di ulteriori 1.000 unità mediante scorrimento di graduatorie di concorsi, si giungerà a immettere in organico complessivamente 5.118 unità, garantendo la copertura del 50% delle scoperture rilevate.
In merito al personale di magistratura, è proseguita l’attività di ridefinizione complessiva degli organici degli Uffici giudiziari, che nel 2017 ha riguardato le piante organiche degli Uffici di secondo grado. Secondo il nuovo schema, il distretto di Catanzaro ha acquisito 6 nuove unità per la funzione requirente e 15 nuove unità per la funzione giudicante. Sulla copertura delle vacanze, sono stati banditi cinque concorsi dal 2014 per 1.380 posti. È stato avviato l’iter di una ulteriore procedura concorsuale per 250 posti. Tali azioni, e il turn over dei prossimi anni, concorreranno a una copertura totale degli organici che si dovrebbe realizzare alla fine del 2018.

Penso che proprio la netta inversione di tendenza sull’investimento nella giurisdizione debba portare a una rinnovata apertura e, ove necessario, anche autocritica da parte della magistratura. Una riflessione di alto profilo sul ruolo della magistratura nella società, sulla professione – e “vocazione” – di magistrato. Lo affermo con chiarezza perché ritengo che la chiusura del conflitto tra politica e magistratura, di fatto operata nel corso di questa legislatura, non ha avuto e non deve avere niente a che fare con un’abdicazione dal ruolo di “custodia dei custodi”. Con tale spirito abbiamo rivisto le norme sulla responsabilità civile e abbiamo contribuito alla costruzione di un sistema disciplinare più attento alla sanzione di condotte deontologicamente inappropriate. Occorre, a mio parere, segnalare il rilievo della riflessione in corso sulle modalità di accesso alla magistratura ordinaria: a tal fine nel dicembre scorso è stata istituita una Commissione di studio, composta anche da rappresentati delle Magistrature, dell’Avvocatura e del MIUR. All’oggetto della Commissione c’è la valutazione sull’opportunità di rimodulare il concorso in magistratura come concorso di primo grado, anche attraverso un approfondimento critico degli attuali percorsi pre-concorsuali.

Vorrei sottolineare anche l’importanza della riforma della magistratura onoraria.
Penso che il settore civile, forse più di ogni altro, fornisca una adeguata cartina di tornasole degli sforzi delle riforme, che dopo un lungo oblio hanno condotto la sua efficacia al centro dell’azione e dell’attenzione delle Istituzioni.
Ne sono testimonianza risultati di grande rilievo, che hanno portato l’apprezzamento degli osservatori e degli investitori internazionali per un ambito considerato decisivo per la competitività del Paese. Ma al termine della legislatura, qui a Catanzaro, voglio dire con chiarezza che l’efficienza del settore civile non è affatto una “materia esterofila”, perché riguarda la capacità dei nostri territori, in particolare al Mezzogiorno, di fornire un’infrastruttura essenziale per la crescita economica, per lo sviluppo sostenibile, per la legalità.
Si è registrata una notevole riduzione delle pendenze (circa un milione e mezzo in meno rispetto al dato del 2013) e un significativo calo della durata media dei procedimenti, al 30 giugno 2017 pari, secondo la valutazione con il metodo Cepej, a 360 giorni e a 981 giorni, considerando il contenzioso civile ordinario.

Il Presidente Introcaso ha giustamente ricordato la laboriosità dei giudici del distretto della Corte d’Appello di Catanzaro. La situazione dell’arretrato civile registra, dal 2014 ad oggi, una notevole diminuzione passando da circa 120.000 cause a circa 100.000: circa il 15% delle pendenze in meno, con punte di eccellenza fino ad una diminuzione di quasi il 30% al Tribunale di Crotone e al Tribunale di Lamezia, dove mi sono recato nel mio viaggio dell’ottobre 2015. Il lavoro dei magistrati merita una particolare gratitudine, perché sono risultati ottenuti in presenza di un aumento degli afflussi in entrata. Anche le cause penali registrano una costante diminuzione dal 2014 ad oggi.

Un orizzonte strategico della legislatura ha riguardato le misure di contrasto della corruzione e della criminalità organizzata. Alle nuove forme di criminalità di tipo mafioso è stato dedicato il percorso degli “Stati generali della lotta alle mafie”, che hanno trovato un importante momento di sintesi a Milano il 23 e 24 novembre 2017.
Qui a Catanzaro voglio sottolineare quanto numerosi e profondi siano i riferimenti alla ’ndrangheta all’interno del nostro lavoro e alla dimensione “criminogenetica” che sottolinea il Presidente Introcaso: quando indaghiamo il rapporto tra mafie e globalizzazione, tra mafie e circuiti economici, è essenziale analizzare l’evoluzione della ’ndrangheta e soprattutto ascoltare le forze dello Stato che la combattono ogni giorno e le forze sociali che presidiano il territorio, contrastando ogni forma di infiltrazione. È su questo terreno, e in questo territorio in particolare, che si misura la nascita di una “antimafia sociale”, impegnata in un progetto complessivo di rigenerazione istituzionale.

L’apparato normativo penale di contrasto alle mafie si è arricchito proprio nel 2017 con l’approvazione del nuovo Codice Antimafia che ha riguardato numerosi ambiti, quali l’introduzione di nuove forme di prevenzione, la revisione della disciplina delle confische e della gestione dei beni confiscati, le modalità di scelta degli amministratori giudiziari e la modifica del procedimento per l’applicazione delle misure di prevenzione.

L’internazionalizzazione delle mafie impone un salto di qualità nella cooperazione giudiziaria, secondo quella bussola internazionale che ha informato tutta l’attività della legislatura, ottenendo importanti risultati. Sottolineo il dato più recente: per il quarto anno consecutivo si è ridotto il nostro contenzioso presso la Corte europea dei diritti dell’uomo, con una riduzione del 67% rispetto alla disastrosa situazione del 2013.

Ma la bussola internazionale riguarda un’esigenza ancor più capillare. Oggi il linguaggio del diritto, che come insegnano i giuristi “è la grande forza degli Stati”, per avere efficacia deve necessariamente guardare oltre lo Stato. Rinchiudere le questioni di giustizia entro i soli recinti nazionali è una limitazione da superare con una “diplomazia del diritto” in grado di corrispondere a sfide che travalicano i nostri confini.

Nel Discorso sullo Stato dell’Unione dello scorso settembre, il Presidente Juncker ha sottolineato, per combattere più efficacemente il terrorismo, l’esigenza di allargare i compiti della Procura europea ai reati di terrorismo transfrontaliero. Si è trattato di un importante riconoscimento della posizione che fino ad allora era sostenuta soltanto dal nostro paese.

Nel prossimo futuro sarà opportuno un forte presidio del Ministero, in sintonia con il CSM, al fine di apportare un contributo specifico dell’Italia ai primi passi della Procura europea, per garantire gli interessi nazionali attraverso una adeguata rappresentanza per evitare che la normativa europea meno avanzata della nostra possa in qualche modo influenzare negativamente quel tipo di strumento.

La riforma del sistema penale, in particolare con la legge n. 103 del 23 giugno 2017, ha toccato diversi ambiti sostanziali e processuali, in un disegno coerente volto a recuperare certezza dei tempi, adeguatezza e proporzionalità della risposta penale, allo stesso tempo potenziando le garanzie. Si può discutere sui diversi interventi. Si può essere più o meno d’accordo. C’è un fatto specifico che non può essere negato: il giorno dopo l’approvazione di quella legge è stata chiusa la procedura di osservazione che era stata aperta dall’Ocse sul nostro paese per l’inadeguatezza dell’istituto della prescrizione rispetto ai reati di corruzione.
Ulteriori innovazioni giungeranno dai decreti legislativi delegati in via di perfezionamento.

La riforma delle intercettazioni ha voluto affrontare un tema annoso della nostra democrazia conseguendo risultati concreti, laddove in passato i tentativi di intervento avevano portato a tensioni tra magistratura, politica e mondo dell’informazione. Abbiamo voluto conciliare l’esigenza dell’efficacia investigativa e le esigenze di tutela della riservatezza e del diritto dell’informazione. Rivendico l’equilibrio raggiunto come una cartina di tornasole del metodo adottato, e auspico che la concreta attuazione delle innovazioni apportate possano darne conferma.

Nel 2016 si sono conclusi i lavori degli “Stati Generali dell’esecuzione penale”. Dal punto di vista metodologico e culturale hanno guidato la riforma del sistema penitenziario che non è un’attenuazione delle pene, ma la costruzione di pene più intelligenti, cioè pene che tengano conto dell’effettivo comportamento del condannato, del detenuto all’interno del percorso di riabilitazione. Superamento degli automatismi e costruzione di un’effettiva responsabilità con misuratori di responsabilità nell’esecuzione della pena.

Con il protocollo d’intesa “Liberi di Scegliere” abbiamo scelto di sostenere e di sviluppare, proprio qui, in Calabria, e con una stretta collaborazione degli uffici giudiziari, una rete di accoglienza e di protezione che possa permettere ai minori di non distaccarsi interamente dal proprio contesto familiare e territoriale di appartenenza.

Occorre ricordare, davanti a chi manipola il disagio sociale attraverso una propaganda distorsiva, quale sia la realtà della sicurezza nel nostro sistema: i tassi di recidiva crollano dal 68,4% al 19% per chi ha fruito di pena alternativa, per ridursi all’1% tra coloro che sono stati inseriti nel circuito produttivo. La riconnessione sociale è quindi un investimento irrinunciabile per la sicurezza nel nostro Paese, al quale la riforma dell’ordinamento penitenziario ha affiancato un nuovo sistema di regole all’interno del carcere e la valorizzazione della professionalità della polizia penitenziaria, sia nei compiti di custodia intramuraria, sia in merito al controllo nella esecuzione penale esterna.

Il lavoro della legislatura che – lo ricordo – si era aperta con la sentenza “Torreggiani”, ha portato a risultati concreti sulla riduzione dell’indice di sovraffollamento carcerario, passato dal 146% del 2013 all’attuale 114%, non solo per una diminuzione dei detenuti, sono 8 mila quelli in meno, ma anche per un aumento di posti detentivi. Sono 5 mila quelli in più.

L’inaugurazione odierna coincide con il Giorno della Memoria, nell’anno in cui ricorrono gli ottant’anni dall’infamia delle leggi razziali.
L’esercizio della memoria è parte integrante della responsabilità della giustizia e della stessa responsabilità democratica, che oggi richiede un supplemento di vigilanza, nelle piazze fisiche e in quelle virtuali.
In questo tornante storico, dobbiamo guardare con preoccupazione i segnali di disaffezione verso la democrazia. Bisogna parlare chiaro, senza infingimenti, come ha fatto il Presidente della Repubblica, tanto sull’antisemitismo quanto sul fascismo. I giovani del Paese, e i giovani della Calabria, debbono fare tesoro delle sue parole.
La strada tracciata dai Costituenti, la strada della democrazia dell’inclusione, si pone in netto contrasto con ogni “nostalgia dell’uomo forte” e ci impone di contrastare, con tutti gli strumenti presenti nel nostro ordinamento anche grazie alle innovazioni apportate durante la legislatura, ogni rigurgito di fascismo, di autoritarismo o di negazionismo.
Ricordare il Giorno della Memoria, negli ottant’anni delle leggi razziali, vuol dire riconoscere che la sottovalutazione e l’indifferenza possono essere complici delle peggiori tenebre della storia dell’umanità. Vuol dire impegnarsi a fondo nel contrasto ai reati d’odio e alla propaganda terroristica online, fenomeni cresciuti esponenzialmente negli ultimi anni, a testimonianza dell’aumento dell’intolleranza e del razzismo, che trovano nell’illecito uso del web un pericoloso canale di diffusione.

La fedeltà alla Costituzione è il presidio efficace dei nostri valori davanti a nuove sfide, anche per la giurisdizione. In tal senso, ho proposto alla Scuola Superiore della Magistratura, che ha recepito l’indicazione, di inserire nel programma un focus sul contrasto ai crimini d’odio, sul negazionismo. Nei settant’anni della nostra Costituzione, la formazione deve essere quindi laboratorio di democrazia e presidio dei diritti fondamentali.

Ho cercato di ripercorrere con voi alcune delle tappe essenziali del percorso compiuto in questa legislatura. Nel sottolineare ancora il mio ringraziamento e la mia gratitudine, concludo esprimendo una profonda convinzione: il rinnovato investimento delle Istituzioni nella giustizia, e la corresponsabilità della giurisdizione nei processi di riforma, costituiscono un’eredità cospicua per le sfide che il nostro Paese e credo che al di là delle maggioranze che si potranno formare alcuni filoni di fondo, come l’informatizzazione, l’investimento sulle risorse, come la costruzione di un sistema più efficiente di esecuzione della pena devono costituire degli elementi di continuità. Il nostro paese ha pagato anche spesso l’abitudine dell’azione di Penelope che spesso si determina quando si cambia un esecutivo. Io credo che su alcuni punti, quando ci sono degli indicatori che funzionano positivamente, sia importante proseguire e mantenere un’azione costante.

Un’azione costante, e concludo davvero, che non può non fare i conti con un dato che pensavamo fosse congiunturale e invece è diventato strutturale, cioè il fatto che non esistono più maggioranze sulle politiche giudiziarie omogenee.

Noi in questi 5 anni abbiamo dovuto fare i conti con una maggioranza che si era costituita all’indomani del voto e che vedeva convergere forze politiche che avevano su questo tema dei programmi diametralmente opposti. Pensavamo che fosse un unicum, ma se guardiamo all’Europa ormai i sistemi bipolari sono esplosi quasi ovunque. E questo porta inevitabilmente a questo dato: la gestione quotidiana della mediazione che toglie ambizione, che può togliere respiro ma che non è un dato accidentale ma che rischia di essere un elemento con il quale dovremo fare i conti ancora almeno per molto tempo.

Non è più l’epoca, e non credo sia un caso per esempio, nella quale si realizzano grandi codificazioni. Una grande codificazione ha l’esigenza di avere alle spalle una visione omogenea del diritto penale o di quello civile. E una visione omogenea sarà sempre più difficile costruirla. Per questo il dialogo, per questo la capacità dell’ascolto, per questo anche la capacità di coinvolgere tutti i soggetti della giurisdizione non è soltanto un esercizio di bon ton, ma una condizione assolutamente essenziale se si vogliono fare le riforme in questo tempo. Che è un tempo complesso, frammentato, nel quale la razionalità si afferma attraverso percorsi paradossalmente tortuosi.
Ecco perché io credo che momenti come questo, in cui la giurisdizione trova occasione di coinvolgere tutti i suoi soggetti, siano momenti che debbano essere resi sempre meno celebrativi e sempre più occasione di riflessione a lungo termine.
Se c’è una cosa che rimpiango è di non aver inciso sufficientemente su momenti come questo che forse in futuro vanno immaginati in modo più moderno. Come un momento in cui si possa fare un bilancio e anche chiamare soggetti che sono utenti della giurisdizione a dire come ne avvertono il suo funzionamento.

In questo senso abbiamo fatto un lavoro che penso sia si un’eredità assolutamente irreversibile: mi riferisco all’analisi delle performance dei diversi tribunali. Quando ci siamo insediati sapevamo quanto fosse l’arretrato in tutto il paese e quanto durasse un processo in tutto il paese, ma non sapevamo quanto durasse un processo dei diversi tribunali e quanto arretrato ci fosse in ogni singolo tribunale. Oggi lo sappiamo.
Basta andare sul sito del Ministero della Giustizia. Non è un capriccio statistico. È la competizione tra i soggetti. È la possibilità di verificare l’effettiva capacità di un dirigente di migliorare le performance.

Di questo io credo si dovrebbe discutere in una fase anche di riflessione sul funzionamento del Consiglio Superiore della Magistratura. Come, per esempio, la valutazione di alcuni indicatori oggettivi possano incidere sulla scelta di chi guida gli uffici giudiziari. E lo dico perché questo è un tema che, proprio per quel quadro politico che richiamavo, non siamo riusciti ad affrontare e che - sono d’accordo con il richiamo che faceva il consigliere Palamara - invece è necessario prima o poi affrontare. Perché sono convinto del fatto che proprio lì sia una delle questioni fondamentali, cioè come noi riusciamo a selezionare dei capi degli uffici che non siano solo dei buoni giuristi, ma siano anche dei capaci organizzatori. Che siano anche soggetti in grado di promuovere un salto di qualità dal punto di vista delle performance nei diversi uffici. Perché altrimenti anche l’investimento in risorse che va comunque fatto, rischia poi di produrre degli effetti meno intensi di quelli che si può pensare si realizzino.

Ecco, con queste mie considerazioni qui a Catanzaro che considero un po’ le ultime di carattere generale nelle vesti di Ministro della Giustizia voglio augurare a questa Corte e all’insieme delle Corti che celebrano l’apertura dell’anno giudiziario, un buon lavoro e l’augurio di saper guardare sempre, mentre si lavora quotidianamente, al futuro, all’innovazione, alla capacità di cambiare le cose.

Grazie

Andrea Orlando
Ministro della Giustizia