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Sentenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo del 23 giugno 2016 - Ricorso n. 53377/13 - Strumia c. Italia

© Ministero della Giustizia, Direzione generale del contenzioso e dei diritti umani, traduzione eseguita dalla dott.ssa Martina Scantamburlo, funzionario linguistico, e rivista con Rita Carnevali, assistente linguistico.

Permission to re-publish this translation has been granted by the Italian Ministry of Justice for the sole purpose of its inclusion in the Court's database HUDOC
 

CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO

PRIMA SEZIONE

CAUSA STRUMIA c. ITALIA

(Ricorso n. 53377/13)

SENTENZA

STRASBURGO

23 giugno 2016

Questa sentenza diverrà definitiva alle condizioni definite nell'articolo 44 § 2 della Convenzione. Può subire modifiche di forma.
 


Nella causa Strumia c. Italia,
La Corte europea dei diritti dell’uomo (prima sezione), riunita in una camera composta da:
Mirjana Lazarova Trajkovska, presidente,
Ledi Bianku,
Guido Raimondi,
Kristina Pardalos,
Linos-Alexandre Sicilianos,
Robert Spano,
Pauliine Koskelo, giudici,
e da Abel Campos, cancelliere di sezione,
Dopo aver deliberato in camera di consiglio il 31 maggio 2016,
Pronuncia la seguente sentenza, adottata in tale data:

PROCEDURA

1. All’origine della causa vi è un ricorso (n. 53377/13) presentato contro la Repubblica italiana con cui un cittadino di tale Stato, il sig. Alessandro Strumia («il ricorrente»), ha adito la Corte il 2 agosto 2013 in virtù dell’articolo 34 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali («la Convenzione»).

2. Il ricorrente è stato rappresentato dall’avv. I. Saba del foro di Pisa. Il governo italiano («il Governo») è stato rappresentato dal suo agente, E. Spatafora.

3. Il 9 dicembre 2014, il ricorso è stato comunicato al Governo.

IN FATTO

I. LE CIRCOSTANZE DEL CASO DI SPECIE

4.  Il ricorrente era sposato con N.R. L’11 settembre 2004 la coppia ebbe una figlia, S. Il 1° maggio 2007 N.R. lasciò il domicilio famigliare con la minore e andò a vivere presso la sua famiglia a Piombino. Fin dalla sua partenza, N.R. manifestò una forte opposizione verso qualsiasi forma di relazione tra il ricorrente e S., che all’epoca aveva tre anni. Un procedimento civile (A) è stato condotto parallelamente a due procedimenti penali (B e C).

A. Procedura volta a stabilire le modalità di esercizio del diritto di visita del ricorrente nei confronti della figlia

5. Il 21 maggio 2007 N.R. presentò al tribunale per i minorenni di Firenze una domanda di adozione di misure urgenti riguardanti S., sulla base dell’articolo 333 del codice civile, affermando che la figlia era vittima di maltrattamenti da parte del ricorrente. Il 3 luglio 2007 N.R. sporse denuncia contro il ricorrente per violenza sessuale sulla minore.

6. Il ricorrente contestò la domanda, lamentando che N.R. desiderava che ogni contatto tra lui e S. fosse interrotto. Chiese al tribunale per i minorenni di stabilire un calendario di incontri in ambiente protetto in quanto non aveva potuto esercitare il suo diritto di visita fino a quel momento.

7. Il 15 novembre 2007 il tribunale ordinò che si tenessero degli incontri in ambiente protetto tra il ricorrente e la figlia.

8. Nel frattempo, il 21 settembre, il 1° ottobre e il 2 novembre 2007 il ricorrente, che lamentava un rifiuto di N.R. di far vaccinare la figlia, aveva presentato al tribunale per i minorenni una domanda volta a far ordinare che S. fosse vaccinata.

9. Il 27 novembre 2007 il tribunale ordinò ai servizi sociali di Pisa di organizzare gli incontri in ambiente protetto tra il ricorrente e S. e di valutare le capacità genitoriali del ricorrente e di N.R.

10. Secondo il rapporto emesso dai servizi sociali il 18 febbraio 2008, esisteva un forte legame tra il ricorrente e S., in quanto quest’ultima appariva felice di incontrare il padre e di giocare con lui. Secondo i servizi sociali, bisognava intervenire con urgenza allo scopo di preservare il legame tra S. e il ricorrente, ampliando il diritto di visita di quest’ultimo, a causa di una opposizione di N.R. agli incontri.

11. Nel frattempo, nel 2007 il ricorrente aveva chiesto al tribunale di Pisa la separazione legale e la custodia esclusiva di S.

12. Durante la prima udienza dinanzi al presidente del tribunale di Pisa per la procedura di separazione legale, tenuta il 3 marzo 2008, fu sollevata la questione della competenza del tribunale per i minorenni di Firenze.

13. Il 12 marzo 2008 i servizi sociali depositarono un rapporto dinanzi al tribunale per i minorenni di Firenze. Da tale documento emergeva che S. non aveva potuto incontrare il padre in quanto N.R. vi si era opposta, che quest’ultima manifestava ormai un comportamento ostile nei confronti dell’interessato e che N.R. non aiutava la figlia a superare le sue difficoltà con lui. I servizi sociali chiesero al tribunale di adottare misure concrete allo scopo di favorire le relazioni tra il ricorrente e S.

14. L’8 aprile 2008 il tribunale per i minorenni di Firenze si dichiarò incompetente e trasferì il fascicolo al tribunale di Pisa.

15. L’11 aprile 2008 ebbe luogo una seconda udienza dinanzi al presidente del tribunale di Pisa, che incaricò i servizi sociali di Piombino di organizzare degli incontri in ambiente protetto tra il padre e la figlia e degli incontri in ambiente non protetto tra i nonni paterni e la minore.

16. Queste prescrizioni non furono rispettate; il ricorrente poté incontrare S. soltanto in poche occasioni in luoghi pubblici.

17. Il 30 giugno 2008 si svolse una terza udienza dinanzi al presidente del tribunale di Pisa, che decise nuovamente che S. doveva incontrare più spesso il padre e i nonni paterni.

18. Considerate le difficoltà incontrate dal ricorrente nell’esercizio del suo diritto di visita, il 23 luglio 2008 il presidente del tribunale di Pisa chiese ai servizi sociali di aumentare il numero degli incontri.

19. Il 14 ottobre 2008 quest’ultimo affidò la custodia della minore congiuntamente ai due genitori e fissò la sua residenza presso N.R. Secondo il rapporto dei servizi sociali, durante gli incontri la madre era sempre presente e S. aveva un atteggiamento ostile e aggressivo nei confronti del ricorrente. Secondo gli assistenti sociali, il comportamento di N.R. denotava l’intenzione della stessa di escludere il ricorrente dalla vita della minore.

20. Trovandosi sempre nell’impossibilità di incontrare la figlia liberamente, il ricorrente chiese al tribunale di Pisa di intervenire e ordinare una perizia sullo stato psicologico di S.
21.  In data non precisata, il tribunale di Pisa ordinò ai servizi sociali di effettuare due perizie, una sullo stato psicologico della minore e l’altra sul suo stato di salute, allo scopo di determinare se le vaccinazioni che la madre rifiutava dovessero essere praticate.

22. Nel frattempo, N.R. aveva depositato un ricorso al fine di contestare la decisione del tribunale sulla custodia della minore. Il tribunale e la corte d’appello rigettarono tale ricorso.

23. Il 4 febbraio 2009 N.R. indicò ai servizi sociali che S. aveva subito delle molestie sessuali da parte del ricorrente.

24. Lo stesso giorno, i servizi sociali informarono il procuratore della Repubblica della situazione della minore.

25. Il 13 febbraio 2009 chiesero al giudice di ridurre il numero di incontri in ambiente protetto tra la minore e il ricorrente. Il giudice decise di limitare il diritto di visita di quest’ultimo, portando il numero di incontri a uno per settimana, e impose a N.R. l’obbligo di lasciare la minore da sola con il padre e gli assistenti sociali durante tali visite.

26. Il 12 marzo 2009 N.R., agendo senza autorizzazione, fece visitare S. da un ginecologo allo scopo di dimostrare che la minore aveva subito molestie sessuali da parte del ricorrente. Il 2 aprile 2009 N.R. presentò dunque una denuncia penale.

27. Nel frattempo, gli incontri si erano tenuti con difficoltà dovute al rifiuto di S. di vedere il ricorrente e alla presenza costante di N.R. durante le visite.

28. Il 12 giugno 2009 il ginecologo consultato da N.R. attestò che S aveva subito molestie sessuali. Di conseguenza, fu ordinata una perizia medica su S.

29. Successivamente, in un rapporto del 10 luglio 2009, i servizi sociali segnalarono al tribunale delle difficoltà nello svolgimento degli incontri. Chiedevano al tribunale di sospenderli in attesa dell’esito dell’inchiesta penale relativa alle presunte molestie sessuali.

30. Nell’ambito dell’inchiesta penale, fu fissata una visita ginecologica nel luglio 2009. N.R. non condusse la minore alla visita.

31. Il 13 agosto 2009 il tribunale condannò N.R. al pagamento di una multa di 1.500 euro (EUR) per aver sottoposto la figlia all’esame ginecologico realizzato nel marzo 2009.

32. Il 9 novembre 2009 la minore fu visitata dal ginecologo nominato dal tribunale. Secondo il rapporto depositato dal medico, S. non aveva subito alcuna molestia sessuale.

33. Il 18 novembre 2009 il tribunale di Pisa ordinò che S. fosse vaccinata.

34. Secondo il ricorrente, lo svolgimento degli incontri era sempre difficile in quanto, a suo parere, S. non voleva vederlo e lasciava la stanza in cui si svolgevano le visite quando egli arrivava.

35. Il 7 gennaio 2010 fu consegnato al tribunale un rapporto di perizia psicologica. Il perito concludeva che il comportamento di N.R. era stato pregiudizievole per S. in quanto avrebbe impedito a quest’ultima di stabilire una relazione con il ricorrente. Egli indicava che le dichiarazioni di S. ai servizi sociali erano il risultato di una manipolazione psichica esercitata dalla madre, precisava che non vi era ancora nella fattispecie la sindrome da alienazione parentale, ma che era necessario mettere in atto un sostegno psicologico per la minore. Il perito aggiungeva che S. viveva sempre con N.R. e che, di conseguenza, le misure adottate dal tribunale non erano effettive. Indicava infine che la soluzione sarebbe consistita nell’affidare la S. ai nonni paterni, e parallelamente nel mettere in atto il sostegno psicologico raccomandato.

36. Il 26 febbraio 2010 il tribunale di Pisa pronunciò la separazione legale tra il ricorrente e N.R. e dispose l’affidamento di S. congiuntamente ai due genitori. Tuttavia, la residenza principale della minore fu fissata presso N.R., dopo aver osservato che quest’ultima era la figura di riferimento per S. e che l’interesse della minore era di restare con la madre. Inoltre, osservando che il padre era in grado di esercitare il suo ruolo di genitore e di comprendere i bisogni di S., il tribunale ordinò che fosse esteso il diritto di visita e di alloggio del ricorrente e, a tale scopo, stabilì un calendario degli incontri. Infine, il tribunale sottolineò che, in caso di inosservanza di tali prescrizioni da parte della madre, l’affidamento della minore sarebbe stato dato esclusivamente al padre.

37. Il ricorrente non riuscì ad esercitare il suo diritto di visita a causa del comportamento di N.R., che si opponeva a qualsiasi contatto tra lui e la minore.

38. Il 3 agosto 2010 il ricorrente chiese l’esecuzione della sentenza del tribunale di Pisa. Con una decisione resa lo stesso giorno, quest’ultimo accolse la sua domanda e stabilì che l’interessato poteva richiedere l’aiuto della polizia per far rispettare il suo diritto di visita così come determinato nella sentenza in questione. Il tribunale ingiunse a M.R. di rispettare le sue prescrizioni.

39. N.R. interpose appello avverso la sentenza in questione e il provvedimento che lo rendeva esecutivo.

40. Il 22 ottobre 2010 il ricorrente presentò al tribunale per i minorenni di Firenze una domanda di decadenza dalla potestà genitoriale di N.R. in quanto egli non poteva esercitare il proprio diritto di visita e S. si trovava in una situazione critica.

41. Con una sentenza resa il 12 novembre 2010, la corte d’appello di Firenze riformò la sentenza del tribunale di Pisa del 26 febbraio 2010. Detta corte rammentava anzitutto che N.R. aveva sporto denuncia per abusi sessuali che non erano stati provati, che era stata sanzionata per aver sottoposto la figlia a un esame ginecologico, che non aveva voluto farla vaccinare – circostanza che aveva richiesto un intervento del tribunale – e, infine, che si era opposta agli incontri tra il ricorrente e la minore. Tuttavia, la corte d’appello riteneva che l’affidamento al padre non fosse nell’interesse della minore visto il legame molto stretto esistente tra quest’ultima e la madre. Di conseguenza, la corte dispose l’affidamento della minore ai servizi sociali e fissò la residenza principale di quest’ultima presso la madre. Inoltre, la corte ordinò che fosse messo in atto un sostegno psicologico per la minore, accordò un diritto di visita e di alloggio al ricorrente e ordinò ai servizi sociali di vigilare sul comportamento dei due genitori.

42. N.R. presentò ricorso per cassazione, contestando la motivazione della sentenza del 12 novembre 2010.

43. Il 24 gennaio 2011 i servizi sociali depositarono dinanzi alla corte d’appello un rapporto di valutazione riguardante i genitori e la minore. In tale rapporto, essi indicavano che la situazione era peggiorata a causa della mancanza di collaborazione da parte di N.R. alla psicoterapia, e affermavano che iniziava a profilarsi una sindrome da alienazione parentale. I servizi sociali sottolineavano che S. viveva in un ambiente ostile al ricorrente e che, di conseguenza, bisognava proteggerla.

44. Il 27 settembre 2011, dopo aver preso in considerazione la situazione in cui si trovava la minore – ritenuta pericolosa per quest’ultima – e il rapporto depositato dai servizi sociali, il tribunale per i minorenni di Firenze dispose due perizie, una relativa alla capacità del ricorrente e di N.R. di esercitare il loro ruolo genitoriale e l’altra sullo stato di S., allo scopo di determinare se quest’ultima avesse sviluppato una sindrome da alienazione parentale.

45. N.R. si oppose a tale provvedimento: essa depositò un ricorso dinanzi al tribunale per i minorenni di Firenze, chiedendo che fossero riformulati i quesiti posti al perito. La domanda fu respinta.

46. N.R. interpose appello, chiedendo una sospensione del lavoro del perito in attesa della decisione della corte d’appello sul merito della causa.

47. Il 16 febbraio 2012 il presidente della corte d’appello di Firenze accolse la domanda di N.R.

48. Con una decisione del 4 aprile 2012 la corte d’appello dichiarò il ricorso di N.R. inammissibile; il perito, di conseguenza, poté riprendere il lavoro.

49. Il 20 novembre 2012 fu compilato e consegnato al tribunale per i minorenni di Firenze un rapporto di perizia psicologica. Secondo tale rapporto, la famiglia si trovava in una situazione di «triangolo perverso» nella quale prevalevano la denigrazione e il rifiuto del genitore ingiustamente accusato di molestie sessuali (paragrafi 66-70 infra). Secondo gli psicologi, N.R. aveva un atteggiamento difensivo molto rigido. Sempre secondo loro, la minore era da parte sua vittima di un abuso emotivo e, peraltro, il legame simbiotico esistente tra lei e la madre le impediva di avere uno sviluppo adeguato e comprometteva così l’evoluzione delle sue relazioni con il ricorrente.

50. Di conseguenza, i periti consigliavano una ripresa immediata dei contatti tra S. e il ricorrente allo scopo di salvaguardare lo sviluppo della minore.
Essi raccomandavano anche che N.R. si sottoponesse a una terapia psicologica allo scopo di normalizzare il legame tra lei e la figlia. Il rapporto concludeva suggerendo di collocare S. presso i nonni paterni per permettere alla minore di riavvicinarsi al padre e stabilire relazioni più equilibrate con la madre. In caso contrario, secondo gli psicologi, l’unica soluzione sarebbe stata far decadere la madre dalla potestà genitoriale.51.  Il 22 gennaio 2013 il procuratore chiese al tribunale per i minorenni di Firenze di disporre che la minore fosse affidata ai nonni e di prevedere degli incontri in ambiente protetto con i due genitori.

52. Con un provvedimento emesso il 16 aprile 2013 il tribunale per i minorenni constatò anzitutto che S. non poteva crescere né superare tutte le tappe dello sviluppo liberamente. Secondo il tribunale, la situazione durava da troppo tempo e i pericoli per S. erano molto elevati. Il tribunale decise tuttavia di non dichiarare la madre decaduta dalla potestà genitoriale, e ciò allo scopo di non traumatizzare la minore, disponendo che quest’ultima dimorasse presso la madre e che fosse seguita da psicologi e dai servizi sociali per permettere un ripristino della relazione con il padre. Il tribunale ingiunse a N.R. di rispettare queste prescrizioni: in caso contrario sarebbe stata disposta nei suoi confronti la decadenza dalla potestà genitoriale e la minore sarebbe stata data in affidamento. Inoltre, il tribunale chiese ai servizi sociali di redigere un rapporto entro sei mesi. Non fu data alcuna indicazione per quanto riguarda gli incontri con il ricorrente.

53. In una data non precisata, il ricorrente interpose appello avverso questo provvedimento.

54. Secondo un rapporto dei servizi sociali del 2013, tra il ricorrente e la minore ebbero luogo vari incontri. Da tale rapporto risultava che il ricorrente aveva tentato di dare un regalo alla figlia in occasione del suo compleanno ma non vi era riuscito, e ciò malgrado la collaborazione della madre e, in questa occasione, la minore aveva iniziato a gridare e aveva chiesto di andarsene.

55. Tra ottobre 2013 e gennaio 2014 ebbero luogo alcuni incontri, ma la minore non parlava mai spontaneamente del padre.

56. Con un provvedimento emesso il 25 febbraio 2014, la corte d’appello confermò anzitutto la propria competenza, contestata da N.R., in ragione tra l’altro della gravità della situazione della minore, che durava da molto tempo.
La corte esaminò poi la situazione suddetta, osservando che, dopo i due incontri del 2008, la minore aveva iniziato a rifiutarsi di vedere il ricorrente e a utilizzare un linguaggio molto aggressivo nei suoi confronti. Inoltre, faceva notare che, secondo il perito incaricato nel 2010, la minore era in stato di stress emotivo. La corte osservava anche che i diversi periti nominati dai giudici non avevano potuto incontrare la minore da sola a causa di una opposizione della madre e che quest’ultima aveva sviluppato un legame simbiotico con la minore proiettando su di lei le proprie paure e angosce. Osservava infine che, secondo un altro perito la minore era ostacolata nel suo sviluppo psichico.

57. La corte d’appello ordinò di conseguenza ai servizi sociali di adottare misure nell’interesse della minore, ivi compreso di procedere all’allontanamento della minore dal domicilio della madre se necessario. La corte dispose anche la sospensione dalla potestà genitoriale della madre, ritenendo che quest’ultima non fosse in grado di assicurare alla figlia uno sviluppo psichico adeguato a causa della manipolazione che essa esercitava su quest’ultima e della costante negazione della figura paterna da lei praticata. Secondo la corte d’appello, la sospensione della potestà genitoriale era una misura sufficiente per permettere ai servizi sociali di prendersi cura della minore. Oltre alla sospensione della potestà genitoriale della madre, la corte d’appello dispose che fossero organizzati incontri tra il ricorrente e la figlia.

58. N.R. presentò ricorso per cassazione avverso la decisione della corte d’appello.

59. Da parte sua, il ricorrente depositò un nuovo ricorso dinanzi al tribunale per i minorenni allo scopo di chiedere la decadenza dalla potestà genitoriale di N.R.

60. Il tribunale per i minorenni sentì il ricorrente e N.R. all’udienza del 10 giugno 2014.

61. La minore fu sentita il 24 ottobre 2014, e dichiarò che non voleva parlare con il padre e che ricordava episodi traumatici della sua infanzia.

62. Un rapporto dei servizi sociali che esponeva la situazione della minore tra settembre 2014 e gennaio 2015 fu depositato dinanzi al tribunale per i minorenni. Da tale rapporto risultava che la minore aveva accettato la psicoterapia ma rifiutato di vedere il padre, che gli unici due incontri che si erano svolti nel dicembre 2014 e nel gennaio 2015 erano stati difficili a causa della reazione di rifiuto manifestata dalla minore nei confronti del ricorrente e che i servizi sociali raccomandavano di intensificare gli incontri e le sedute di psicoterapia.

63. Il 10 marzo 2015 fu depositato un altro rapporto, da cui risultava che si era svolto un solo incontro e che la madre vi aveva assistito. Secondo tale rapporto, durante l’incontro la minore, singhiozzando, aveva chiesto al padre di scusarsi con lei per gli abusi che aveva subito quand’era più piccola.
Tra marzo e aprile 2015 ebbero luogo nove incontri in presenza della madre, durante i quali la minore poté incontrare i nonni paterni.

64. Il 31 luglio 2015 i servizi sociali segnalarono al tribunale per i minorenni che la situazione era improvvisamente cambiata. L’ultimo incontro, svoltosi il 20 luglio 2015, sarebbe stato disastroso: la minore avrebbe rifiutato ogni contatto con i nonni e con il padre, e non sarebbe voluta scendere dalla macchina per incontrarli. Secondo gli psicologi, la migliore soluzione per la minore sarebbe consistita nel suo affidamento a un istituto, allo scopo di sottrarla all’influenza materna e rimediare all’impossibilità per la madre di accompagnare la figlia nel processo di riavvicinamento con il padre.

65. Nell’intervallo, con una ordinanza del 25 febbraio 2015, la Corte di cassazione aveva rigettato il ricorso presentato da N.R. contro la sentenza resa il 25 febbraio 2014 dalla corte d’appello di Firenze.
Inoltre, in seguito al ricorso presentato da N.R. contro la sentenza pronunciata il 12 novembre 2010 dalla corte d’appello di Firenze (paragrafo 41), con una ordinanza del 22 aprile 2015, la Corte di cassazione aveva rinviato la causa per un esame in pubblica udienza. Dal fascicolo risulta che questo procedimento è tuttora pendente.

B. Procedimenti penali a carico del ricorrente

66. Come sopra indicato, il 3 luglio 2007 N.R. mosse nei confronti del ricorrente delle accuse di violenza sessuale, maltrattamenti e sequestro.

67. Il 4 maggio 2012 il tribunale assolse il ricorrente.

68. N.R. interpose appello avverso tale sentenza. Con decisione resa il 20 luglio 2015, la corte d’appello di Firenze rigettò il ricorso di N.R. in quanto manifestamente infondato, e assolse il ricorrente.

69. Nel frattempo, il 2 aprile 2009 N.R. aveva presentato denuncia per molestie sessuali sulla figlia.

70. Il 23 febbraio 2011 il giudice per le indagini preliminari aveva archiviato la denuncia.

C. Procedimento penale a carico di N.R.

71. Dal fascicolo risulta che, in seguito a una denuncia penale presentata dal ricorrente nel 2013 e secondo un’indagine approfondita N.R. aveva seriamente ostacolato lo sviluppo psicologico della figlia e inficiato la relazione tra quest’ultima e il padre.
Per questi motivi N.R. fu rinviata a giudizio per i delitti di mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice (articolo 388 del codice penale) e di maltrattamenti in famiglia o verso fanciulli (articolo 572 c. 1 del codice penale).

72. La prima udienza ebbe luogo il 6 luglio 2015. Il procedimento è tuttora pendente.

II. IL DIRITTO INTERNO PERTINENTE

73. Una parte del diritto interno pertinente è descritta nella sentenza Errico c. Italia, n. 29768/05, §§ 23-26, 24 febbraio 2009.

74. Il decreto legislativo n. 154 del 28 dicembre 2013 ha introdotto nel codice civile nuove disposizioni relative all’esercizio della potestà genitoriale in seguito a una separazione, a un divorzio o all’annullamento di un matrimonio. Queste disposizioni si applicano anche nell’ambito delle controversie riguardanti figli nati fuori dal matrimonio.

75. Ai sensi dell’articolo 337ter, in caso di separazione la potestà genitoriale viene esercitata da entrambi i genitori. Il giudice può modificare le modalità di affidamento e prendere atto dei vari accordi intervenuti tra le parti. Il giudice può stabilire le modalità dell’affidamento e l’importo dell’assegno alimentare.

76. Secondo l’articolo 337quater, il giudice può disporre l’affidamento dei figli a uno solo dei genitori qualora ritenga che l’affidamento all’altro genitore sia contrario all’interesse del minore. Ciascuno dei genitori può anche, in qualsiasi momento, chiedere l’affidamento esclusivo. Il genitore che ha l’affidamento esclusivo del minore esercita anche la potestà genitoriale esclusiva. Salvo indicazione contraria, le decisioni di maggiore interesse per i figli sono prese congiuntamente dai genitori.
Il genitore cui i figli non sono affidati ha il diritto e il dovere di vigilare sulla loro educazione, e può ricorrere al giudice quando ritenga che siano state prese decisioni pregiudizievoli al loro interesse.

77. Secondo l’articolo 337quinquies, i genitori possono in qualsiasi momento chiedere la revisione delle modalità concernenti l’affidamento dei figli e l’attribuzione della potestà genitoriale.

78. Ai sensi dell’articolo 337octies, prima di adottare le decisioni di cui all’articolo 337ter, il giudice può assumere mezzi di prova e avvalersi del parere di un esperto. Il giudice può inoltre: 1) procedere all’audizione di un minore che abbia compiuto gli anni dodici e anche di età inferiore ove capace di discernimento; 2) rinviare, dopo aver ottenuto il consenso delle parti, l’adozione dei provvedimenti di cui all’articolo 337ter e ordinare alle parti di seguire una procedura di mediazione famigliare per giungere a un accordo con riferimento alla tutela dell’interesse morale e materiale dei figli.

IN DIRITTO

I. SULLA DEDOTTA VIOLAZIONE DELL’ARTICOLO 8 DELLA CONVENZIONE

79. Il ricorrente lamenta una violazione del diritto al rispetto della sua vita famigliare in quanto non ha potuto esercitare pienamente il suo diritto di visita per sette anni, e questo nonostante esistessero varie decisioni del tribunale di Pisa, della corte d’appello di Firenze e del tribunale per i minorenni di Firenze che fissavano le condizioni dell’esercizio di tale diritto. Egli rimprovera ai giudici interni di non aver messo in atto misure che gli avrebbero permesso di preservare il legame con la figlia e di avere, di conseguenza, lasciato il tempo alla ex-moglie di istruire la minore contro di lui. Egli denuncia una inerzia delle autorità di fronte al comportamento di N.R., affermando che esse non hanno compiuto sforzi né adottato misure provvisorie per permettergli di esercitare il suo diritto di visita e impedire l’alienazione parentale che sarebbe stata riscontrata nella figlia. Invoca gli articoli 8 e 14 della Convenzione sostenendo di essere discriminato dai giudici in quanto padre.

80. Essendo libera di decidere della qualificazione giuridica dei fatti di causa, la Corte ritiene appropriato esaminare i motivi di ricorso sollevati dai ricorrenti unicamente sotto il profilo dell’articolo 8, il quale esige che il processo decisionale che porta a misure di ingerenza sia equo e rispetti come si deve gli interessi tutelati da tale disposizione (Moretti e Benedetti c. Italia, n. 16318/07, § 27, 27 aprile 2010; Havelka e altri c. Repubblica ceca, n. 23499/06, §§ 34-35, 21 giugno 2007; Kutzner c. Germania, n. 46544/99, § 56, CEDU 2002-I; Wallová e Walla c. Repubblica ceca, n. 23848/04, § 47, 26 ottobre 2006).

L’articolo 8 della Convenzione recita:
«1. Ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare (...).
2. Non può esservi ingerenza di una autorità pubblica nell’esercizio di tale diritto a meno che tale ingerenza sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, è necessaria alla sicurezza nazionale, alla pubblica sicurezza, al benessere economico del paese, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute e della morale, o alla protezione dei diritti e delle libertà altrui.»

81. Il Governo contesta le affermazioni del ricorrente.

A. Obiezioni preliminari

82. Il Governo ritiene che il ricorso sia irricevibile in quanto il ricorrente non avrebbe rispettato l’articolo 47 del regolamento, come modificato nel 2013 e in vigore da gennaio 2014, e afferma che la Corte non è stata regolarmente adita rispetto all’articolo 47 sopra citato in quanto il ricorrente non ha esaurito le vie di ricorso interne e non ha nemmeno fornito le informazioni e i documenti pertinenti riguardanti i ricorsi da lui proposti.

83. Il ricorrente si oppone alla tesi del Governo.

84. La Corte osserva che il Governo non ha indicato in che modo il ricorrente non avrebbe rispettato le istruzioni esposte all’articolo 47 del regolamento, e rammenta inoltre che le condizioni più severe per la presentazione di un ricorso sono state introdotte solo il 1° gennaio 2014 dal nuovo articolo 47 del suo regolamento. Nel caso di specie, essa constata che il ricorso è stato presentato il 2 agosto 2013 e che, di conseguenza, non vi sono motivi per considerare che il ricorrente non abbia rispettato le condizioni richieste dall’articolo 47 in vigore all’epoca dei fatti (Oliari e altri c. Italia, nn. 18766/11 e 36030/11, §§ 67-68, 21 luglio 2015 e Bondavalli c. Italia, n. 35532/12, § 52, 17 novembre 2015).

85. Pertanto, è opportuno non tenere conto degli argomenti del Governo su questo punto.

B. Sulla ricevibilità

1. Tesi delle parti

86. Il Governo eccepisce il mancato esaurimento delle vie di ricorso interne, e afferma a questo riguardo che, al momento della presentazione del ricorso, il ricorso per cassazione contro la sentenza della corte d’appello di Firenze del 12 novembre 2010 che riguardava l’affidamento della minore era ancora pendente e che anche il ricorso che sarebbe stato presentato dal ricorrente dinanzi al tribunale per i minorenni di Firenze era pendente.
Il Governo, che indica che le decisioni del tribunale per i minorenni possono sempre essere modificate, precisa che per questo servono elementi nuovi che, nel caso di specie, a suo parere non sussistevano.

87. Facendo riferimento al principio di sussidiarietà, il Governo afferma che il ricorrente avrebbe dovuto esaurire tutte le vie di ricorso interne prima di adire la Corte.

88. Il ricorrente contesta l’eccezione del Governo, facendo notare che egli lamenta una mancanza di protezione da parte dello Stato con riguardo alla figlia. Il ricorrente indica anche che il ricorso per cassazione contro la sentenza della corte d’appello è stato presentato da N.R. e che la relativa udienza è stata fissata quattro anni dopo. Egli aggiunge che la causa di separazione è ancora pendente a otto anni dalla sua presentazione e, inoltre afferma che il procedimento dinanzi al tribunale per i minorenni di Firenze in materia di sospensione della potestà genitoriale rientra nella volontaria giurisdizione. Aggiunge inoltre che tutte le decisioni sono state a lui favorevoli e che non aveva alcun interesse a impugnarle, precisando che, da una parte, tali decisioni riguardavano situazioni relative a diritti soggettivi e, dall’altra, che non erano di natura decisoria né erano passate in giudicato in quanto potevano sempre essere modificate.

2. Valutazione della Corte

89. La Corte osserva anzitutto che i motivi di ricorso del ricorrente riguardano la questione dell’attuazione del diritto di visita secondo le modalità fissate da varie decisioni e la dedotta inerzia delle autorità di fronte al comportamento di N.R., e non la sentenza di separazione legale. Essa osserva inoltre che il ricorso per cassazione è pendente da quattro anni e, di conseguenza, considerata anche l’influenza che, in questo tipo di cause, ha il decorso del tempo – che può produrre conseguenze irrimediabili per le relazioni tra il minore e il genitore che non vive con lui (Lombardo c. Italia, n. 25704/11, 29 gennaio 2013, e Nicolò Santilli c. Italia, n. 51930/10, 17 dicembre 2013) –, essa ritiene che l’eccezione di mancato esaurimento delle vie di ricorso per quanto riguarda il ricorso per cassazione non sia pertinente.

90. Inoltre, la Corte rammenta che i provvedimenti del tribunale per i minorenni riguardanti in particolare il diritto di visita non sono definitivi e possano, pertanto, essere modificati in qualsiasi momento in funzione degli eventi legati alla situazione in causa. Perciò, l’evoluzione del procedimento interno è la conseguenza del carattere non definitivo dei provvedimenti del tribunale per i minorenni relativi al diritto di visita. Peraltro, la Corte osserva nel caso di specie che il ricorrente afferma di non essere stato in grado di esercitare pienamente il suo diritto di visita dal 2007 e di aver presentato il ricorso dinanzi ad essa il 2 agosto 2013, dopo aver adito più volte il tribunale per i minorenni che si era pronunciato sul suo diritto. La Corte osserva che il ricorrente aveva a disposizione questa via di ricorso interna per lamentare l’interruzione dei contatti con la figlia (Lombardo, sopra citata, § 63, e Nicolò Santilli, sopra citata, § 46).

91. Tenuto conto di questi elementi, la Corte ritiene che il ricorrente abbia esaurito le vie di ricorso disponibili e che l’eccezione sollevata dal Governo debba essere respinta.

92. Constatando che il ricorso non è manifestamente infondato ai sensi dell’articolo 35 § 3 a) della Convenzione e non incorre in altri motivi di irricevibilità, la Corte lo dichiara ricevibile.

C. Sul merito

1. Tesi delle parti

93. Il ricorrente indica che nel 2008 i servizi sociali hanno segnalato che la minore aveva un atteggiamento positivo nei suoi confronti ed era felice di giocare con lui, e aggiunge che, da una parte, a partire dal 2009 la minore ha continuato a vivere con la madre e non ha più voluto vederlo a causa di una manipolazione esercitata da quest’ultima, che sarebbe stata certificata dai vari periti incaricati dai tribunali e tollerata da questi ultimi, e che, dall’altra, le ultime mediazioni non hanno permesso di risolvere la situazione. Egli precisa a questo riguardo che i giudici hanno ritenuto utile lasciare che la minore vivesse con la madre, nonostante il contenuto dei rapporti dei servizi sociali che avrebbero riferito la manipolazione esercitata sulla minore.

94. Inoltre, il ricorrente aggiunge che i giudici nazionali hanno deciso di non dichiarare la decadenza dalla potestà genitoriale della madre, mentre invece il suo diritto di visita non veniva rispettato da anni, e afferma che il decorso del tempo ha avuto conseguenze molto gravi per la sua relazione con S., relazione che sarebbe ormai compromessa. Secondo il ricorrente la rottura dei contatti con S., seguita da una limitazione del suo diritto di visita che sarebbe derivata dal fatto che gli incontri non si erano tenuti, ha reso impossibile il consolidarsi di una relazione stabile tra padre e figlia.

95. Indicando che l’ultima decisione adottata nel 2014 ha dato in affidamento la minore ai servizi sociali e stabilito la sua residenza principale presso N.R., il ricorrente deplora che quest’ultima abbia potuto continuare ciò che egli definisce un’«opera di distruzione della figura paterna» e che i giudici non abbiano potuto fare altro che «constatare i danni».

96. Peraltro, il ricorrente afferma che dal 2008 i tribunali non hanno messo in atto alcuna misura che impedisse un’alienazione parentale e che la decisione del 2010 che gli aveva attribuito l’affidamento condiviso con la ex moglie non è stata eseguita.

97. Il ricorrente afferma che, per un certo periodo, i servizi sociali non hanno organizzato in maniera sistematica gli incontri in ambiente protetto, e aggiunge che gli stessi periti nominati dai tribunali hanno sottolineato varie volte che la madre aveva l’obiettivo di istigare la figlia contro di lui – il che sarebbe emerso dal suo comportamento – e nuoceva allo sviluppo psichico di quest’ultima. Egli aggiunge che la ex moglie lo aveva denunciato per abusi sessuali ed era stato assolto. Secondo il ricorrente, nonostante tutti questi elementi che avrebbero dimostrato l’inimicizia di N.R. nei suoi confronti, i giudici hanno continuato a mantenere la residenza della minore presso la madre, lasciando così la minore in un ambiente che l’interessato definisce ostile nei suoi confronti, e gli hanno accordato soltanto il beneficio di incontri in ambiente protetto, che non si sarebbero svolti correttamente.

98. Inoltre, il ricorrente lamenta che i servizi sociali abbiano permesso alla madre di essere presente durante alcuni incontri e abbiano ridotto la frequenza di questi ultimi a uno per settimana invece di due, aggiungendo che la figlia si è rifiutata di rivolgergli la parola durante tutti questi incontri, e indica che la corte d’appello aveva ordinato ai servizi sociali di allontanare la minore dal domicilio di N.R. qualora quest’ultima non avesse rispettato il suo diritto di visita e che, malgrado questa decisione, non è stato fatto nulla per proteggere la minore.

99. Il ricorrente lamenta anche la mancata esecuzione delle decisioni adottate inizialmente dai giudici e di quelle pronunciate successivamente. Egli contesta che i giudici abbiano lasciato la residenza principale della figlia presso la madre e abbiano permesso a quest’ultima di nuocere allo sviluppo della minore, e questo malgrado il parere di vari periti, il carattere mendace delle accuse di abusi sessuali mosse nei suoi confronti da N.R., la sospensione della potestà genitoriale di quest’ultima e la comparsa di una sindrome da alienazione parentale che sarebbe stata osservata nella minore.

100. Il ricorrente conclude che le decisioni contestate non sono state prese nell’interesse della minore, in quanto quest’ultima si troverebbe ormai in una situazione molto difficile e avrebbe subito un «blocco nella sua evoluzione» come sarebbe stato sottolineato dal perito nominato dal tribunale.

101. Il Governo contesta la tesi del ricorrente e afferma che le autorità hanno adottato tutte le misure necessarie per preservare la relazione tra il ricorrente e la minore e hanno tenuto conto a questo scopo della situazione di tensione esistente tra i genitori. I giudici pertanto si sarebbero comportati con diligenza.

102. Facendo riferimento alle sentenze Nuutinen c. Finlandia (n. 32842/96, CEDU 2000 VIII) e Glass c. Regno Unito (n. 61827/00, CEDU 2004 II), il Governo indica che l’articolo 8 della Convenzione non può autorizzare un genitore a far adottare misure pregiudizievoli per la salute e lo sviluppo del figlio. A questo proposito, il Governo è del parere che nulla può essere rimproverato alle autorità: queste avrebbero agito nell’interesse della minore. Il Governo precisa che quest’ultima versava già nel 2008 in una situazione difficile a causa delle tensioni esistenti tra i genitori e della denuncia per abusi sessuali sporta da N.R.

103. Secondo il Governo, considerati in particolare lo stato psicologico della minore e l’opposizione di quest’ultima a qualsiasi incontro con il padre non si può rimproverare allo Stato di avere mantenuto la residenza della minore presso N.R. e di avere fissato le modalità di esercizio del diritto di visita del ricorrente secondo un regime di incontri in ambiente protetto.

104. Inoltre, secondo il Governo, tutte le esigenze processuali sono state rispettate: durante il procedimento, il ricorrente avrebbe avuto la possibilità di presentare tutti gli argomenti in favore della concessione di un diritto di visita e avrebbe altresì avuto accesso a tutte le informazioni pertinenti sulle quali si sono basate le decisioni dei tribunali.

105. Il Governo indica che, nel 2010, i giudici hanno preso in considerazione le difficoltà relazionali tra il padre e la minore e, perciò, non hanno voluto dare al ricorrente l’affidamento esclusivo della minore per non aggravare lo stato psicologico di quest’ultima. Tuttavia, i giudici avrebbero sempre operato in favore di un riavvicinamento tra il ricorrente e la minore. A questo proposito, sarebbero state disposte misure di mediazione e sarebbe stato ordinato che la minore seguisse una psicoterapia.

106. Il Governo afferma che i giudici non hanno dato la minore in affidamento al ricorrente, nonostante il comportamento della madre, allo scopo di proteggerla, ed hanno agito in tal modo nell’esclusivo interesse della stessa.

107. Il Governo sostiene che, anche se il sistema italiano non prevede misure che avrebbero permesso di imporre un’esecuzione della decisione relativa al diritto di visita del ricorrente a N.R., a quest’ultima è stata inflitta una multa per aver fatto fare una visita ginecologica alla minore, per aver ostacolato i contatti tra quest’ultima e il padre e per avere esercitato pressioni psicologiche sulla minore. Per di più, esso fa notare che vi è un procedimento penale pendente a carico di N.R.

108. Il Governo ritiene che il ricorrente abbia potuto avere dei contatti con la figlia grazie ai servizi sociali e che, se le visite non si sono svolte correttamente, ciò è dovuto al fatto che la minore si è rifiutata di vedere l’interessato. A suo parere, le autorità non potevano forzare la minore a incontrare il padre.

109. Il Governo sostiene, per concludere, che le autorità hanno agito esclusivamente nell’interesse della minore e questo, a suo parere, dopo aver proceduto a un bilanciamento di tutti gli interessi in gioco, e invita la Corte a rigettare il ricorso in quanto manifestamente infondato.

2. Valutazione della Corte

a) Principi generali

110. Come la Corte ha più volte ricordato, se l’articolo 8 della Convenzione ha essenzialmente lo scopo di premunire l’individuo contro le ingerenze arbitrarie dei pubblici poteri, esso non si limita a imporre allo Stato di astenersi da simili ingerenze: a questo impegno piuttosto negativo possono aggiungersi obblighi positivi inerenti a un rispetto effettivo della vita privata o famigliare. Tali obblighi possono implicare l’adozione di misure volte al rispetto della vita familiare, incluse le relazioni reciproche fra individui, tra cui la predisposizione di strumenti giuridici adeguati e sufficienti ad assicurare i legittimi diritti degli interessati, nonché il rispetto delle decisioni giudiziarie ovvero di misure specifiche appropriate (si veda, mutatis mutandis, Zawadka c. Polonia, n. 48542/99, § 53, 23 giugno 2005). Tali strumenti giuridici devono permettere allo Stato di adottare misure idonee a riunire genitore e figlio, anche in presenza di conflitti fra i genitori (si vedano, mutatis mutandis, Ignaccolo-Zenide c. Romania, n. 31679/96, § 108, CEDU 2000 I, Sylvester c. Austria, nn. 36812/97 e 40104/98, § 68, 24 aprile 2003, Zavřel c. Repubblica ceca, n. 14044/05, § 47, 18 gennaio 2007, e Mihailova c. Bulgaria, n. 35978/02, § 80, 12 gennaio 2006). La Corte rammenta altresì che gli obblighi positivi non implicano solo che si vigili affinché il minore possa raggiungere il genitore o mantenere un contatto con lui, bensì comprendono anche tutte le misure propedeutiche che consentono di giungere a tale risultato (si vedano, mutatis mutandis, Kosmopoulou c. Grecia, n. 60457/00, § 45, 5 febbraio 2004, Amanalachioai c. Romania, n. 4023/04, § 95, 26 maggio 2009, Ignaccolo-Zenide, sopra citata, §§ 105 e 112, e Sylvester, sopra citata, § 70).

111. La Corte rammenta anche che il fatto che gli sforzi delle autorità siano stati vani non porta automaticamente a concludere che lo Stato si è sottratto agli obblighi positivi derivanti per lui dall’articolo 8 della Convenzione (Nicolò Santilli, sopra citata, § 67). In effetti, l’obbligo per le autorità nazionali di adottare misure per riunire il figlio e il genitore con cui non convive non è assoluto, e la comprensione e la cooperazione di tutte le persone interessate costituiscono sempre un fattore importante. Se le autorità nazionali devono sforzarsi di agevolare una simile collaborazione, un obbligo per le stesse di ricorrere alla coercizione in materia non può che essere limitato: esse devono tenere conto degli interessi e dei diritti e delle libertà di queste stesse persone, in particolare degli interessi superiori del minore e dei diritti conferiti allo stesso dall’articolo 8 della Convenzione (Voleský c. Repubblica ceca, n. 63267/00, § 118, 29 giugno 2004). La massima prudenza si impone quando si tratta di ricorrere alla coercizione in questo ambito delicato (Mitrova e Savik c. l’ex-Repubblica jugoslava di Macedonia, n. 42534/09, § 77, 11 febbraio 2016; Reigado Ramos c. Portogallo, n. 73229/01, § 53, 22 novembre 2005). La questione decisiva consiste dunque nello stabilire se le autorità nazionali abbiano adottato, per agevolare le visite, tutte le misure necessarie che si potevano ragionevolmente esigere da loro (Nuutinen, sopra citata, § 128).

b) Applicazione di questi principi nel caso di specie

112. Passando ad esaminare i fatti della presente causa, la Corte osserva in primo luogo che, nella fattispecie, non viene contestato che il legame tra il ricorrente e la figlia rientri nella vita famigliare ai sensi dell’articolo 8 della Convenzione.

113. Inoltre, essa ritiene che, dinanzi alle circostanze che le vengono sottoposte, il suo compito consista nel cercare di stabilire se le autorità nazionali abbiano adottato tutte le misure che si potevano ragionevolmente esigere da loro per mantenere i legami tra il ricorrente e la figlia (Bondavalli, sopra citata § 75) e nell’esaminare il modo in cui le autorità sono intervenute per agevolare l’esercizio del diritto di visita del ricorrente come definito dai provvedimenti giudiziari (Hokkanen c. Finlandia, 23 settembre 1994, § 58, serie A n. 299 A, e Kuppinger c. Germania, n. 62198/11, § 105, 15 gennaio 2015). Essa rammenta altresì che, in una causa di questo tipo, l’adeguatezza di una misura si valuta anche in base alla rapidità con cui la stessa viene attuata (Piazzi, sopra citata § 58) per evitare che il decorso del tempo possa, di per sé, avere conseguenze sulla relazione di un genitore con il figlio.

114. La Corte osserva che, a partire dal 2007, il ricorrente ha costantemente chiesto al tribunale l’organizzazione di incontri con la figlia, ma che ha potuto esercitare il suo diritto di visita solo in maniera molto limitata a causa dell’opposizione della madre della minore.

115. A questo proposito, essa constata che, già nel 2008, nel loro primo rapporto, i periti hanno osservato che esisteva un legame molto forte tra il ricorrente e la figlia e, in particolare, che bisognava intervenire in maniera urgente per proteggerla. Il rapporto successivo, anch’esso del 2008, ha posto l’accento sulle difficoltà del padre ad avere accesso alla minore e ha sottolineato che N.R. non aiutava la figlia a stabilire una relazione equilibrata con l’interessato. I periti hanno perciò suggerito al tribunale di adottare misure concrete per favorire le relazioni tra il ricorrente e S. Peraltro, la Corte osserva che, i tribunali hanno più volte ordinato ai servizi sociali di organizzare gli incontri (paragrafi 9, 11 e 17 supra) e alla madre di rispettare le loro decisioni (paragrafo 36 supra). Tuttavia, gli incontri tra il ricorrente e la figlia sono stati ridotti di numero e la loro organizzazione è stata difficile. Il procedimento penale condotto nei confronti di N.R., tra l’altro per inosservanza di una decisione giudiziaria, è tuttora pendente.

116. La Corte osserva poi che il perito incaricato dal tribunale nel 2010 ha sottolineato che il comportamento di N.R. aveva impedito alla minore di stabilire un rapporto con il padre – il che era già stato indicato nelle conclusioni dei rapporti di perizia redatti nel 2008 – e che egli ha suggerito al tribunale di dare la minore in affidamento ai nonni paterni. Il ricorrente ha denunciato varie volte il comportamento di N.R. chiedendo ai giudici di dargli in affidamento la minore per proteggerla dall’influenza della madre. Se la corte d’appello, nel novembre 2010, ha dato in affidamento la minore ai servizi sociali, la residenza principale di quest’ultima è stata tuttavia mantenuta presso la madre.

117. La Corte osserva anche che, successivamente, i rapporti di valutazione e di perizia depositati nel 2011 e nel 2012 hanno stabilito che la minore viveva in un ambiente ostile al padre ed era vittima di un abuso emozionale da parte della madre, e hanno suggerito che la stessa fosse data in affidamento ai nonni paterni. Quest’ultima proposta è stata reiterata anche dal procuratore nel gennaio 2013. Ora, anche se, nella sua decisione del 25 febbraio 2014, la corte d’appello ha accordato ai servizi sociali il potere di allontanare la minore dal domicilio della madre «se necessario» (paragrafo 57 supra), né tale corte né il tribunale per i minorenni, che si era pronunciato nell’aprile 2013, hanno ordinato un cambio della residenza principale della minore.

118. La Corte osserva che la situazione è perdurata in questo modo fino al 2013. In effetti, sei anni dopo la separazione dei genitori, la minore, che in assenza di una vera e propria relazione con il padre continuava a vivere in un ambiente a lui ostile, si rifiutava persino di parlargli. Inoltre, stando agli ultimi rapporti depositati dai servizi sociali, qualsiasi contatto tra il ricorrente e la minore risulta impossibile.

119. Di conseguenza, la Corte constata che l’unica soluzione ora prevedibile, secondo l’ultimo rapporto degli psicologi, sarebbe quella di collocare la minore in un istituto allo scopo di sottrarla all’influenza materna.

120. La Corte rammenta che non ha il compito di sostituire la sua valutazione a quella delle autorità nazionali competenti in merito alle misure che avrebbero dovuto essere adottate, in quanto tali autorità si trovano in linea di principio in una posizione migliore per procedere ad una valutazione di questo tipo, in particolare perché sono in contatto diretto con il contesto della causa e con le parti coinvolte (Reigado Ramos, sopra citata, § 53). Tuttavia, nel caso di specie essa non può ignorare i fatti precedentemente esposti (paragrafi 114-119 supra). Il ricorrente ha cercato di stabilire dei contatti con la figlia dal 2007 e, nonostante le numerose perizie e valutazioni in suo favore (che evidenziavano l’influenza nefasta della sua ex moglie e la necessità di intervenire per preservare il legame con la figlia), i giudici non hanno trovato soluzione. L’interessato non ha potuto esercitare il suo diritto di visita se non in maniera molto limitata a causa dell’opposizione della madre della minore, che ha così potuto istigare la minore contro di lui e far fallire qualsiasi progetto di riavvicinamento.

121. Certo, la Corte ammette che le autorità si trovavano di fronte, nella fattispecie, a una situazione molto difficile che derivava in particolare dalle tensioni esistenti tra i genitori della minore, e riconosce che il mancato esercizio del diritto di visita del ricorrente era imputabile soprattutto all’evidente rifiuto della madre, e poi a quello della figlia, da lei programmato. Tuttavia, una mancanza di collaborazione tra i genitori separati non può dispensare le autorità competenti dal mettere in atto tutti i mezzi che possano permettere il mantenimento del legame famigliare (Nicolò Santilli, sopra citata, § 74; Lombardo, sopra citata, § 91; e Zavřel, sopra citata, § 52).

122. In effetti, le autorità non hanno dimostrato la diligenza necessaria nel caso di specie e sono rimaste al di sotto di quello che si poteva ragionevolmente attendere da loro. In particolare, i giudici nazionali non hanno adottato le misure idonee per creare le condizioni necessarie per la piena realizzazione del diritto di visita del padre della minore (Bondavalli, sopra citata § 81, Macready c. Repubblica ceca, nn. 4824/06 e 15512/08, § 66, 22 aprile 2010, e Piazzi, sopra citata, § 61). Essi non hanno adottato, fin dall’inizio della separazione quando la minore aveva solo tre anni e aveva un atteggiamento positivo nei confronti del ricorrente, misure utili volte a instaurare contatti effettivi ed hanno in seguito tollerato per circa otto anni che la madre, con il suo comportamento, impedisse il consolidarsi di una vera e propria relazione tra il ricorrente e la minore. La Corte osserva che lo svolgimento del procedimento dinanzi al tribunale evidenzia piuttosto una serie di misure automatiche e stereotipate, quali una serie di richieste di informazioni e la delega della funzione di controllo ai servizi sociali, ai quali veniva ordinato di far rispettare il diritto di visita del ricorrente (Lombardo, sopra citata, § 92, e Piazzi, sopra citata, § 61). Perciò la Corte ritiene che in tal modo le autorità abbiano lasciato che si consolidasse una situazione di fatto generata dall’inosservanza delle decisioni giudiziarie.

123. Infine, se i tribunali sono stati ispirati nelle loro azioni dall’interesse della minore debitamente accertato (Zavřel, sopra citata, § 53), lo scopo da essi perseguito non è stato raggiunto: otto anni dopo la separazione dei suoi genitori, la minore non ha alcuna relazione con il padre e l’unica soluzione possibile consisterebbe nel collocarla in un istituto.

124. Considerato quanto sopra esposto e nonostante il margine di apprezzamento dello Stato convenuto in materia, la Corte considera che le autorità nazionali non abbiano fatto sforzi adeguati e sufficienti per far rispettare il diritto di visita del ricorrente e che abbiano violato il diritto dell’interessato al rispetto della sua vita famigliare.

125. Pertanto, vi è stata violazione dell’articolo 8 della Convenzione.

II.  SULL’APPLICAZIONE DELL’ARTICOLO 41 DELLA CONVENZIONE

126. Ai sensi dell’articolo 41 della Convenzione,

«Se la Corte dichiara che vi è stata violazione della Convenzione o dei suoi Protocolli e se il diritto interno dell’Alta Parte contraente non permette se non in modo imperfetto di rimuovere le conseguenze di tale violazione, la Corte accorda, se del caso, un’equa soddisfazione alla parte lesa.»

A.  Danno

127. Il ricorrente chiede la somma di 250.000 euro (EUR) per il danno morale che afferma di avere subito a causa dell’impossibilità di allacciare una relazione con la figlia. A suo parere, tale importo rappresenta, inoltre, il totale delle somme che egli avrebbe versato agli avvocati e agli psichiatri intervenuti nei procedimenti interni.

128. Il Governo si oppone a tale richiesta.

129. La Corte ritiene che le richieste del ricorrente relative alle spese sostenute per avvocati e psichiatri debbano essere esaminate nell’ambito delle spese (paragrafi 125-128 supra). Invece, per quanto riguarda il danno morale che il ricorrente afferma di avere subito, tenuto conto delle circostanze del caso di specie e della constatazione della rottura dei rapporti tra il ricorrente e la figlia, la Corte considera che l’interessato abbia subito un danno morale che non può essere riparato con la semplice constatazione di violazione dell’articolo 8 della Convenzione. La somma richiesta a questo titolo è tuttavia esagerata. Considerati tutti gli elementi in suo possesso e deliberando in via equitativa, ai sensi dell’articolo 41 della Convenzione, la Corte accorda all’interessato la somma di 15.000 EUR a questo titolo.

B. Spese

130. Il ricorrente chiede il rimborso delle somme pagate agli avvocati e agli psicologi dinanzi ai giudici nazionali senza tuttavia quantificarle e senza presentare elementi che permettano di calcolarle in modo preciso. Inoltre, senza presentare documenti giustificativi a sostegno della sua domanda, il ricorrente chiede la somma di 25.000 EUR per le spese sostenute per il procedimento dinanzi alla Corte.

131. Il Governo contesta questa domanda.

132. Secondo la giurisprudenza consolidata della Corte, un ricorrente può ottenere il rimborso delle spese sostenute solo nella misura in cui ne siano accertate la realtà e la necessità, e il loro importo sia ragionevole. Inoltre, quando constata una violazione della Convenzione, la Corte accorda al ricorrente il pagamento delle spese che questi ha versato dinanzi ai giudici nazionali unicamente nella misura in cui sono state sostenute per prevenire o far correggere da parte degli stessi la violazione in questione. La Corte osserva che la domanda di rimborso delle spese sostenute dinanzi ai giudici nazionali e davanti alla Corte non è sufficientemente dettagliata, né accompagnata da documenti giustificativi pertinenti. Essa rigetta pertanto la domanda formulata dal ricorrente a questo proposito.

C. Interessi moratori

133.  La Corte ritiene opportuno basare il tasso degli interessi moratori sul tasso di interesse delle operazioni di rifinanziamento marginale della Banca centrale europea maggiorato di tre punti percentuali.

PER QUESTI MOTIVI LA CORTE, ALL’UNANIMITÀ,

  1. 1. Dichiara il ricorso ricevibile;
  2. 2. Dichiara che vi è stata violazione dell’articolo 8 della Convenzione;
  3. 3. Dichiara
    1. che lo Stato convenuto deve versare al ricorrente, entro tre mesi a decorrere dalla data in cui la sentenza sarà divenuta definitiva conformemente all’articolo 44 § 2 della Convenzione, la somma di 15.000 EUR (quindicimila euro), più l’importo eventualmente dovuto a titolo di imposta, per il danno morale;
    2. che a decorrere dalla scadenza di detto termine e fino al versamento tali importi dovranno essere maggiorati di un interesse semplice a un tasso equivalente a quello delle operazioni di rifinanziamento marginale della Banca centrale europea applicabile durante quel periodo, aumentato di tre punti percentuali;
  4. 4.  Rigetta la domanda di equa soddisfazione per il resto.

Fatta in francese, poi comunicata per iscritto il 23 giugno 2016, in applicazione dell’articolo 77 §§ 2 e 3 del regolamento.

Abel Campos
Cancelliere

Mirjana Lazarova Trajkovska
Presidente