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Devianza minorile: un commento sui flussi dei minori presi in carico nel 2009 (2010)

Così come in altri Paesi, anche in Italia la devianza minorile assume connotazioni e caratteristiche diverse a seconda degli ambiti territoriali di riferimento e della componente qualitativa.

L’analisi dei dati relativi ai flussi dei minori che sono stati presi in carico, nell’anno 2009, dai servizi della giustizia minorile, mostra un decremento dei transiti dei minori stranieri, in tutte le strutture, ed un incremento della componente italiana. I dati confermano come la componente straniera sia più presente nei servizi del Centro Nord mentre quella italiana al Sud e nelle Isole.

Le Regioni del Sud hanno chiaramente una storia diversa, che può spiegare tale dato, legata alla malavita, specie a quella organizzata, che utilizza e sfrutta i minorenni, anche per reati di estrema gravità. Il nostro Sud è caratterizzato da una grande ricchezza di umanità che nasce da una sofferenza passata, non in tempi lontani, da una emigrazione che ha visto i propri cari andare in terre lontane ed abbandonare la propria terra per la disperazione di non poterci sopravvivere. Terre bellissime, terre di intelligenze molto forti, cedute ad una criminalità organizzata dall'assenza di uno Stato troppo distante che ha consentito che quella che era solo un’influenza della criminalità si trasformasse pian piano in una organizzazione che assicurava carriera, successo, che dava riconoscimento, ma anche, forse, una “entità” che dava certezze ed accoglienza rispetto a quella famiglia che probabilmente era mancata, rispetto alla solitudine. La “famiglia” della criminalità è incentrata non sui valori ma su disvalori, antepone il valore della morte a quello della vita, il raggiungimento del facile benessere al lavoro legale. Noi, attraverso i nostri educatori e le nostre strutture, ci battiamo  per restituire a questi ragazzi “difficili”, che entrano nel circuito della malavita, il lavoro, anche se spesso ci siamo sentiti rispondere: “Dott.ssa, che me ne faccio di 800 euro al mese, quando posso guadagnarne 800 al giorno, spacciando?”. Prendere in carico minori deviati che entrano nel circuito penale diventa una sfida e ci dà la responsabilità ed il compito di far capire ai nostri ragazzi che è il valore della vita, la dignità e la forza dell’onestà che devono prevalere.

Nel 2009 sono stati 22.139 i minori autori di reato segnalati agli uffici di servizio sociale per i minorenni, il 25% dei quali risultava già conosciuto dall’Autorità Giudiziaria. L’intervento degli uffici di servizio sociale per i minorenni ha riguardato 18.885 minori complessivamente tra coloro che sono stati presi in carico per la prima volta nel 2009 (47%) ed i soggetti in carico da periodi precedenti (53%).
L’utenza degli uffici di servizio sociale per i minorenni è costituita prevalentemente da italiani (74% dei minori segnalati e 82% dei minori per i quali sono state attivate azioni di servizio sociale) e da maschi (87% dei segnalati, 90% dei presi in carico).

L’utenza italiana ha varie caratteristiche che, solo per dare l’immediata percezione dei fenomeni, possiamo provare a raggruppare in macro – tipologie. I ragazzi “senza problemi”, espressione del cosiddetto “malessere del benessere”, minori che appartengono al ceto medio, più o meno scolarizzati e che vivono un benessere quasi esclusivamente materiale, legato al possesso di beni voluttuari.
Qui dobbiamo soffermarci a riflettere sul fatto che proprio questa ansia di benessere ci porta ad essere soli nelle nostre paure, nelle nostre contraddizioni e fragilità. Gli adolescenti sono portatori di disagi multipli, spesso legati all’assunzione di sostanze stupefacenti, all’abuso di alcool, che si manifestano anche con comportamenti adolescenziali adultizzati. Siamo di fronte ad una fragilità che denota paura di vivere, di progettare il futuro e che poi si trasforma in auto-aggressività ed etero-aggressività, attraverso agiti non solo disagiati ma, spesso,  devianti. Nessuno parla dei suicidi, in aumento tra i giovani, delle nuove patologie, non più identificabili nelle cornici cliniche tradizionali, dei ragazzi delle mafie, delle nuove mafie, dei ragazzi delle bande latino americane, dei nuovi fenomeni di nuova emarginazione, di bullismo, di microcriminalità, dei ragazzi della “cosiddetta normalità”, anche loro portatori non solo di quella crisi tipica dell’adolescenza, ma “sopraffatti” trasversalmente dal “male dell’anima”. Questa analisi è confermata da una sempre maggiore problematicità dei ragazzi, a prescindere dall’etnia di appartenenza, sia pure con le necessarie differenze culturali. I dati relativi ai reati commessi da tutti i minorenni denunciati fanno emergere che si tratta prevalentemente di reati contro il patrimonio, soprattutto furto e rapina, ma molto frequenti, in prevalenza tra i minori italiani, sono le violazioni delle disposizioni in materia di sostanze stupefacenti ed i reati contro la persona (rispettivamente 31% e 7%).

C’è poi una fascia di ragazzi con “problemi economici e sociali” che presentano forme di devianza collegate a condizioni di svantaggio economico e sociale ed un’altra macro-tipologia è quella che riguarda nuove problematiche espressione di una “devianza-sintomo”. Il disagio degli adolescenti riflette una società che è in continuo evolversi, che esprime una conflittualità interiore strettamente connessa al cambiamento nel tempo anche dei ruoli familiari e sociali. La famiglia, negli ultimi anni al centro delle trasformazioni economiche, sociali e culturali, da una parte sembra sovraccaricata di compiti ed aspettative e dall’altra viene ritenuta sempre più fragile ed incapace di trasmettere alle nuove generazioni quell’idea di unità e di appartenenza che è alla base dei rapporti sociali. In una sorta di empasse culturale, di sospensione temporale alla ricerca di un nuovo modello di famiglia, le figure genitoriali oscillano, nella gestione delle problematiche adolescenziali, tra un’impostazione giovanilistica ed un approccio rigido dettato dalla paura, determinando spesso una mancanza di comprensione e di dialogo sulle problematiche. In questa cornice tutti siamo consapevoli che il minore che commette un reato non lo fa per scelta o per il desiderio di intraprendere carriere criminali. Tutti siamo consapevoli che questo è un modo di manifestare la propria visibilità, il proprio “esserci” con la propria identità”. L’essere comunque “cattivo” ma riconosciuto da te; l'esserci, per dire “io sono una persona, anche se qualcuno non se n'è accorto”.

Nel momento in cui si lavora con ragazzi entrati nel circuito penale, chiaramente la strada non è solo in salita, è significativamente in salita. Credo sia necessario, soprattutto per chi ha un ruolo di grande responsabilità come noi, accettare la sfida contemporanea che è quella di abbandonare tutte le nostre certezze per rivolgersi direttamente a chi voce non ha, cioè i ragazzi. I ragazzi sono splendidi, non spengono mai la luce, non hanno bisogno di parole, ma di coerenza e, soprattutto, hanno bisogno della nostra umanità, del nostro essere persone, con le nostre ansie, le nostre paure, ed anche con la nostra incapacità, spesso, di relazionarci con loro, ragazzi di questa nuova generazione. Certo, i nostri modelli genitoriali sono molto distanti, la nostra esperienza è limitata, le famiglie sono frantumate, c'è una situazione generale di crisi non solo economica, però noi siamo ricchi di una cultura che è centrata sull'umanesimo.

Alla base del nostro diritto c'è il riconoscimento dell'altro che porta al “noi” ed il noi porta assolutamente ad una concezione della legalità che riconduce alla Costituzione, come insieme di regole e come condivisione di condotte e di valori che non devono realizzarsi solo per paura di una sanzione, ma perchè diventano patrimonio comune di un popolo.
I dati statistici elaborati dai nostri uffici mostrano come tra le misure richieste che pervengono dall’Autorità giudiziaria prevalgono le richieste per l’applicazione delle misure cautelari, seguite dai casi di sospensione del processo e “messa alla prova”. I collocamenti in comunità disposti nell’anno 2009 sono stati 2.100, di cui il 94% maschi di età compresa tra i 16 ed i 17 anni (64%). Il 68% dei collocamenti disposti ha riguardato minori italiani, seguiti dagli stranieri (27%) e dai nomadi (5%). Si osserva che il numero dei collocamenti in comunità è considerevolmente aumentato, passando da 834 nel 1998 a 2.100 nel 2009, ed i minori italiani hanno superato le mille unità negli ultimi quattro anni, mentre i collocamenti degli stranieri sono diminuiti dal 2006. Nel 2009 il numero dei collocamenti in comunità dei minori stranieri è diminuito del 16% rispetto all’anno precedente.

E’ chiaro che quando un minore entra nel circuito penale siamo in una parentesi triste nel percorso di vita di un giovane. La responsabilità della presa in carico di una risorsa umana, perchè persona, che deve ritornare sul territorio, ha fatto sì che la giustizia minorile abbandonasse il proprio modello originario, tendente ad una risposta per lo più solo punitiva, per arrivare ad un modello pedagogico - trattamentale, in cui si lavora in equipe con i servizi sociali e con tutte le agenzie educative che sono coinvolte nel processo di crescita di un adolescente (famiglia, scuola, volontariato, associazionismo, altro). Un modello oggi riparatorio di una giustizia che si muove sempre di più per creare, lì dove si è creato il conflitto, la mediazione, la conciliazione tra vittima e reo e l'opportunità di un reinserimento che sia concreto, effettivo e non virtuale.

Il nostro modello di giustizia dipartimentale minorile viene riconosciuto molto valido a livello internazionale ed anche l'Onu ha formalmente encomiato la nostra attività. Qual' è la formula? Il valore educativo. Educare, che significa accompagnare, perchè un buon educatore è colui che ad un certo momento non serve più. Abbiamo parlato di accompagnamenti educativi rapidi, capaci di responsabilizzare in fretta e di dare identità e autonomia, per non creare poi quella dipendenza che diventa nociva, perchè la dipendenza da un operatore è come avere la dipendenza da qualsiasi altra sostanza. In tutti questi percorsi ciò che prevale è sempre il principio del “superiore interesse del minore”, ribadito dalla normativa internazionale, che prevale in tutte le decisioni che riguardano la privazione della libertà. In capo ai minori va riconosciuta la titolarità di diritti ed interessi legittimi conseguenti alla loro qualità di soggetti in formazione e, perciò stesso, meritevoli di particolare comprensione da parte della società e delle istituzioni preposte al giudizio della loro condotta. Questo percorso di recupero del minore attraverso la responsabilizzazione, la rieducazione ed il reinserimento sociale avviene in un contesto istituzionale di forte presenza di servizi educativi del territorio, cui far ricorso in alternativa al giudizio per permettere la rapida uscita del minore dal circuito penale.

I dati generali relativi al 2009 rivelano, come dicevo, un decremento della componente straniera rispetto a quella italiana. C’è una diminuzione generale del 17% dei minori transitati, nel 2009, nei Centri di prima accoglienza (CPA). I transiti sono stati 2.422, il 38% dei quali stranieri. La componente straniera continua a diminuire e, negli ultimi due anni, è addirittura inferiore a quella italiana. La diminuzione registrata nel 2009 ha riguardato i minori di tutte le nazionalità ma soprattutto romeni (-31%), minori provenienti dalla ex Jugoslavia (-35%) e dal Marocco (-41%). L’utenza straniera si concentra nelle regioni del Nord ed al Centro e solo la regione Lombardia ospita un quarto di minori stranieri presenti in Italia: romeni, provenienti dai paesi dell’est in genere, ma anche nordafricani, sudafricani, asiatici. Un’osservazione va fatta per i minori romeni, che costituiscono il maggior numero dei minori presi in carico dai servizi penali minorili, tenendo in considerazione che i Romeni costituiscono la cittadinanza maggioritaria tra gli immigrati. Va detto però che l’entrata nella UE della Romania non ha significato alcun miglioramento dal punto di vista dello “stigma sociale” che li addita quali responsabili dei principali reati. Per questa componente oggi si registra una maggiore rispondenza numerica con il fenomeno, che caratterizza in generale la devianza minorile straniera, dei minori “non accompagnati”, ovvero ragazzi di età inferiore ai 18 anni che non hanno al loro fianco la presenza di una persona adulta. Questi minori entrano nel territorio nazionale o  vengono abbandonati una volta entrati nel territorio nazionale, senza riferimenti familiari che ne garantiscano adeguate condizioni di vita e di crescita e sono, per questo, esposti a forti rischi di reclutamento da parte delle organizzazioni criminali. Questo fenomeno è accentuato nel caso delle ragazze, soprattutto di cultura Rom, la cui condizione di subalternità si trasforma in sfruttamento da parte della componente maschile della loro stessa comunità di appartenenza. I minori stranieri sono maggiormente coinvolti in reati contro il patrimonio, furti, rapine, ricettazione, reati legati ad una forma di devianza più strumentale. Seguono i reati contro la persona, in violazione della legge sugli stupefacenti ed i reati contro la fede pubblica.  Il dato statistico pubblicato dal Ministero dell’istruzione ha evidenziato la presenza di minori stranieri anche nelle istituzioni scolastiche, non solo quindi in luoghi “rieducativi” , mostrando una presenza pari all’85% concentrata nelle scuole dell’infanzia e primarie, mentre una minore presenza nei livelli di istruzione secondaria. Il 42% di alunni stranieri non è in regola con gli studi e l’avanzare dell’età aumenta il disagio scolastico.

E’ chiaro che il percorso di integrazione impegna le istituzioni nella difficile ricerca di percorsi che rispondano alle esigenze ed ai bisogni della variegata utenza straniera. Percorsi difficili, tortuosi, da costruire in equilibrio tra la cultura d’origine e quella del paese ospitante e che coinvolgono anche gli operatori della giustizia soprattutto nell’applicazione del collocamento in Comunità, per risparmiare il carcere quale unica alternativa per l’esecuzione della misura cautelare. I nostri progetti su tutto il territorio nazionale rappresentano una progettualità di sfida, di costruzione di reti che non sono virtuali, che richiamano alle proprie responsabilità gli attori istituzionali per offrire ai nostri giovani una crescita sana che deve essere data, a partire dalle autonomie locali, dal territorio, da tutti i servizi. La nostra attività viene svolta con la massima dedizione, non solo da me come Direttore generale, ma anche da tutti gli operatori dei servizi preposti, dai direttori dei Centri per la giustizia minorile, dai direttori degli Uffici di servizio sociale per i minorenni, dallo staff ministeriale. Anche se spesso soffriamo di quel senso di angoscia, di isolamento, di mancanza di progettualità, di futuro, di quella paura che stranamente ha invaso tutte le culture occidentali e che ci fa stare seduti, depressi, non più fiduciosi di poter raggiungere dei risultati, su tutto il territorio si continua a lavorare con i ragazzi ed a sviluppare una progettualità che si muove in una logica di approccio ad un sistema globale di prevenzione, senza il quale non è possibile realizzare delle politiche inclusive, delle politiche non solo e non tanto di riduzione del danno, ma di promozione del benessere.

Nel 2009 il numero degli ingressi negli istituti di pena per i minorenni (1.222)  stato il più basso a partire dal 1991, anche se negli ultimi due anni emerge, anche qui, un aumento della componente italiana su quella straniera.

La nostra grande responsabilità consiste nel tentativo di dare ai giovani delle opportunità, prima di tutto di relazione, di fiducia verso l'altro, verso quell'adulto che avrebbe dovuto accompagnarlo, amarlo, ascoltarlo, consentendogli, così, di costruire un’identità matura, fatta di responsabilità e di autonomia. Mi riferisco a quell’ adulto inteso come agenzia educativa, che non è riuscito a stabilire una relazione tale da impedire che il grido di isolamento del giovane si trasformasse in un atto deviante. Il nostro lavoro è di promuovere una cittadinanza attiva fatta non solo di diritti, ma contestualmente di doveri, tenendo ben presenti quelli che sono i principi della Convenzione di New York rispetto all'esigibilità dei diritti umani, riconoscere e trattare i minori non più solo come destinatari di interventi, ma come portatori di diritti soggettivi.

Dobbiamo fare un lavoro capillare, faticoso che ci permetta di vincere le sfide di questa “cultura tecnologica” che sta inibendo quell’umanità e quell’etica dei valori, senza i quali nessun cambiamento di senso è possibile.
I giovani ci vogliono adulti, autentici, veri, capaci di guardarli e di essere il punto di riferimento in una fase di sviluppo di vita già di per sè problematica, qual è l’adolescenza.

il Direttore generale
Serenella Pesarin