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Tutela sociale della maternità e interruzione volontaria della gravidanza (febbraio 2012)

Relazione al Parlamento sulla L. 194/78:

“Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”
febbraio 2012
(Dati relativi agli anni: 1995 – 2011)

INDICE

Introduzione e breve analisi del fenomeno

Giurisdizione penale
Giurisdizione volontaria
Osservazioni degli Uffici giudiziari

Giurisdizione penale

Uffici interessati alla rilevazione per la giurisdizione penale
Procedimenti penali iscritti presso le Procure

Procedimenti iscritti di cui all’art. 19 della L. 194/78 (aborto clandestino)

Persone iscritte presso le Procure

Persone iscritte
Persone iscritte di cui all’art. 19 della L. 194/78 (aborto clandestino)
Numero medio di persone iscritte per proc. e propensione all’associazione
Qualificazione giuridica del fatto
Nazione di nascita delle persone

Procedimenti penali presso gli Uffici giudicanti e relativo numero di persone

Procedimenti definiti con provvedimento definitivo e relativo numero di persone
Professione delle persone iscritte nei procedimenti trattati
Osservazioni degli Uffici giudiziari per la giurisdizione penale

Giurisdizione volontaria

Uffici interessati alla rilevazione per la giurisdizione volontaria
Cenni sulla procedura per ottenere l’autorizzazione all’aborto

Richiesta ad abortire da parte di donna maggiorenne non interdetta
Richiesta ad abortire da parte di donna minorenne
Richiesta ad abortire da parte di donna maggiorenne interdetta

Richieste di aborto relative a donne magg. interdette (art. 13 della L. 194/78)

Richieste di aborto da parte di donne minorenni (art. 12 della L. 194/78)

Richieste delle minorenni
Età delle minorenni
Motivi addotti dalle minorenni
Persona eventualmente consultata dalla minorenne e motivi di non cons.
Luogo di nascita delle minorenni

Osservazioni degli Uffici giudiziari per la giurisdizione volontaria

Competenza del Giudice Tutelare
Legittimità e merito del Giudice Tutelare
Compiti delle strutture

Tabelle allegate

Tabella di sintesi relativa alle giurisdizioni penale e volontaria: anno 2011
Tabelle relative alla giurisdizione penale: anno 2011
Tabelle relative alla giurisdizione volontaria: anno 2011
 

1) INTRODUZIONE E BREVE ANALISI DEL FENOMENO
 

In ottemperanza a quanto disposto dall’art. 16 della Legge 22 maggio 1978 n. 194 (di seguito indicata con il termine ‘Legge’), il Ministro della Giustizia è tenuto a presentare al Parlamento una relazione annuale sull'attuazione della Legge per quanto riguarda le questioni di competenza del suo Dicastero.

Il monitoraggio della Legge condotto dal Ministero della Giustizia fa parte delle rilevazioni del Piano Statistico Nazionale e consta in realtà di due rilevazioni distinte ed indipendenti, l’una relativa alla giurisdizione penale riguardante i procedimenti in violazione delle disposizioni in materia penale della Legge, e l’altra relativa alla giurisdizione volontaria riguardante le richieste al Giudice Tutelare di autorizzazione all’aborto da parte di donne minorenni e di donne maggiorenni interdette.

1.1) Giurisdizione penale

I dati relativi agli anni 1995 – 2011 mostrano che il fenomeno, a livello di giurisdizione penale, ossia di repressione delle violazioni delle disposizioni penali previste dalla Legge, è di ridotte proporzioni, essendo caratterizzato da un contenuto numero di procedimenti penali iscritti presso le Procure (188 procedimenti penali iscritti nell’anno 2011 presso le Procure), e, analogamente, da un numero di persone iscritte anch'esso contenuto (291 persone iscritte nell’anno 2011 presso le Procure, con un numero medio di circa 1,6 persone iscritte per procedimento).

In linea generale, non emerge dai dati raccolti che vi sia una qualche tendenza ad eseguire aborti clandestini in modo organizzato presso strutture pubbliche o private, sebbene siano state comunque individuate dall’Autorità giudiziaria, nel corso del tempo, alcune associazioni di consistenti dimensioni (vedi par. 2.3.c).

Caratteristica di rilievo è la marcata incidenza degli stranieri, nei procedimenti penali iscritti presso le Procure, sul totale delle persone iscritte. Nell’anno 2011 la percentuale degli stranieri sul totale delle persone iscritte presso le Procure è stata del 31,7%; tale incidenza risulta essere piuttosto elevata, soprattutto se si pensa che la popolazione straniera residente al 01/01/11 costituisce solo il 7,5% (fonte: ISTAT) circa dell’intera popolazione residente in Italia.

Restringendo l’analisi alle sole persone che hanno commesso delitti di tipo esclusivamente doloso (artt. 18 e 19 della Legge), l’incidenza degli stranieri diventa pari al 64,8% nel 2011. Tale incidenza, se confrontata con il 31,7% sopra riportato, evidenzia, anche per l’anno 2011, una propensione decisamente maggiore da parte degli stranieri rispetto agli italiani a commettere i delitti dolosi sopra indicati (vedi par. 2.3.e).

1.2) Giurisdizione volontaria

I dati relativi agli anni 1989 – 2011 mostrano che il fenomeno, a livello di giurisdizione volontaria, ossia di richieste al Giudice Tutelare di autorizzazione all’aborto da parte di donne minorenni, nei casi in cui sia mancato l’assenso delle persone che esercitano la potestà o la tutela su di esse (art. 12 della Legge), è, come sempre, di preoccupanti dimensioni; quasi nullo è invece il numero di richieste al Giudice Tutelare di autorizzazione all’aborto da parte di donne maggiorenni interdette.

Sono state infatti 1.134 le richieste di autorizzazione all’aborto da parte di donne minorenni nel 2011, mentre nulle sono state le richieste da parte di donne maggiorenni interdette.

L’andamento sembra permanere pressoché stazionario in entrambi i casi durante l’intero periodo esaminato, forse in lieve diminuzione per ciò che riguarda le richieste delle donne minorenni. Le autorizzazioni all’aborto vengono in genere concesse dal Giudice Tutelare alle donne nella quasi totalità dei casi (informazione che è stato tuttavia possibile desumere fino all’anno 2005, ma che resta verosimilmente perdurante).

Osservazioni degli Uffici giudiziari

Da valutare attentamente sono le osservazioni formulate dagli Uffici giudiziari nel corso dell’intero periodo esaminato, soprattutto relativamente alla giurisdizione volontaria.

Per ciò che riguarda in particolare quest’ultima, nel corso degli ultimi anni tali osservazioni sono state sostanzialmente ribadite dagli Uffici giudiziari e, in generale, non ne sono state aggiunte di nuove. Anche nel corso dell’anno 2011 non sono state segnalate nuove difficoltà di tipo interpretativo od applicativo della Legge da parte dei singoli uffici, sebbene sia stata emessa da un Giudice Tutelare un’ordinanza di rimessione degli atti alla Corte Costituzionale, a causa di un possibile contrasto tra una norma della Legge ed alcuni articoli della Costituzione (vedi anche il par. 3.5).

Si fa presente che, anche per l’anno 2011, come per gli ultimi anni del periodo esaminato, non sono state richieste le copie di tutti i provvedimenti emessi dai Giudici Tutelari indistintamente, ma solo le copie di quei provvedimenti che il Giudice Tutelare avesse ritenuto significativi per segnalare eventuali difficoltà di tipo interpretativo od applicativo della Legge, o questioni di legittimità costituzionale.

Come esposto nelle precedenti Relazioni, si ricorda che, dall’esame delle copie dei provvedimenti inviati dagli Uffici dei Giudici Tutelari al Ministero fino all’anno 2005, si è potuto constatare come vi siano di fatto orientamenti interpretativi della Legge anche del tutto opposti tra un Giudice Tutelare e l’altro (vedi par. 3.5).

Inoltre, sempre relativamente alla giurisdizione volontaria, si riportano le segnalazioni degli Uffici effettuate nel corso del periodo esaminato e relative ad alcune difficoltà di tipo applicativo della Legge (vedi ancora par. 3.5).

Per maggiori dettagli si rimanda ai paragrafi successivi, nonché alle tabelle allegate alla presente Relazione, contenenti anche i dati disaggregati per singolo distretto. Si precisa che eventuali discordanze tra i dati della presente relazione e quelli della precedente relazione sono dovute al fatto che alcuni Uffici giudiziari non rispondono in tempo utile per la pubblicazione della relazione, ma solo in seguito.
 

2) GIURISDIZIONE PENALE

2.1) Uffici interessati alla rilevazione per la giurisdizione penale

Mediante il monitoraggio concernente la giurisdizione penale viene effettuata la rilevazione, in tutte le varie fasi processuali ed i vari gradi di giudizio attraversati, dei procedimenti instauratisi presso le Autorità giudiziarie competenti (Procure e Uffici giudicanti) per violazione delle disposizioni in materia penale previste dalla Legge.

Nel prospetto di rilevazione da compilarsi a cura delle Procure è stata inserita anche una voce relativa alla nazione di nascita della persona, per valutare l’incidenza degli stranieri sul totale delle persone iscritte (vedi par. 2.3.e). Nel prospetto di rilevazione degli Uffici giudicanti, al posto della voce relativa alla nazione di nascita, figura una voce relativa alla professione della persona, informazione che forse richiede tempi più lunghi per essere conosciuta dall’Autorità giudiziaria e che pertanto si è reputato opportuno richiedere ai soli Uffici giudicanti (vedi par. 2.4.b).

(*) per motivi di ragionevole opportunità, a partire dall’anno 2005 compreso, la rilevazione è stata condotta solo per 524 Uffici giudiziari sugli 860 potenzialmente interessati (vedi anche nel prosieguo)

tenendo sempre nel debito conto che, considerato il ristretto margine temporale concesso agli uffici per la trasmissione dei prospetti (entro il 15 Gennaio dell’anno successivo a quello cui si riferiscono i dati, termine stabilito dalla Circolare ministeriale appositamente istituita per effettuare il monitoraggio), alcuni uffici comunicano le informazioni in tempo non utile per la stesura della relazione annuale. In ogni caso si è sempre potuto constatare che, in genere, gli uffici non rispondenti presentano pochi o nessun caso, pertanto i dati rilevati si possono ritenere ben significativi per l’analisi della materia.

Per motivi di ragionevole opportunità, a partire dall’anno 2005, sono stati esclusi 336 uffici giudiziari (tutte le Procure per i minorenni ed una parte degli Uffici giudicanti) che, relativamente alla giurisdizione penale, avevano ormai da anni comunicato di non avere pressoché nessun procedimento penale in violazione della Legge. Pertanto il numero di uffici interessati alla rilevazione, a partire dall’anno 2005, è stato di 524 sugli 860 potenzialmente interessati.

Le percentuali di risposta riportate nella tabella precedente sono aggiornate alla data della presente relazione, come anche i dati delle successive tabelle della relazione.

2.2)  Procedimenti penali iscritti presso le Procure

I dati relativi al periodo 1995 – 2011 mostrano che il fenomeno è di ridotte proporzioni, essendo caratterizzato da un contenuto numero di procedimenti penali iscritti presso le Procure (188 procedimenti penali iscritti nel 2011 presso le Procure, di cui solo 7 contro ignoti):

Nell’intero periodo esaminato, la distribuzione percentuale dei procedimenti per area geografica presenta un andamento abbastanza discontinuo (probabilmente anche a motivo del contenuto numero di procedimenti); l’area maggiormente interessata è stata comunque sempre il Nord.

Per ogni procedimento viene rilevato il relativo numero di persone in esso coinvolte (indagati/imputati) alle quali siano stati contestati quegli articoli della Legge contenenti disposizioni di tipo penale. Tali articoli sono stati classificati nel modo seguente:

  • art. 17 (aborto provocato per colpa)
  • art. 18 (aborto provocato senza il consenso della donna o a seguito di lesioni di tipo doloso)
  • art. 19 (aborto volontario, ossia operato con il consenso della donna, senza tuttavia osservare le disposizioni prescritte dalla Legge; è il caso dell’aborto clandestino)
  • art. 21 (divulgazione di notizie idonee a rivelare l’identità della donna che ha fatto ricorso alle procedure o agli interventi previsti dalla Legge)
  • altre disposizioni penali della Legge (vi rientrano tutte le disposizioni di tipo penale della Legge non indicate in precedenza)
  • eventuali reati connessi (reati di qualsiasi tipo, commessi per attuare od agevolare quelli della Legge).
     

Procedimenti iscritti di cui all’art. 19 della L. 194/78 (aborto clandestino)

In particolare, per ciò che riguarda i procedimenti penali iscritti presso le Procure per i delitti previsti dall’art. 19 della Legge (aborto clandestino), abbiamo la seguente tabella:

che mostra come questi particolari procedimenti siano circa il 25-30% dei procedimenti totali (nel 2011 si sono avuti 48 procedimenti iscritti presso le Procure ex art. 19 su un totale di 188, con un’incidenza del 26%).

2.3) Persone iscritte presso le Procure

2.3.a) Persone iscritte

Analogamente al numero di procedimenti, anche il numero delle persone iscritte è di ridotte proporzioni (291 persone iscritte nel 2011 presso le Procure, con un numero medio di circa 1,6 persone iscritte per procedimento):

Confrontando questi valori con quelli della tabella dei procedimenti, si nota come le due distribuzioni percentuali presentino alcune differenze, che variano a seconda dell’anno considerato e che in alcuni casi risultano abbastanza significative. Limitando ad esempio l’analisi al solo 1999 che porta le differenze più evidenti, si può vedere come al Nord il numero dei procedimenti iscritti sul totale nazionale è del 40,9% mentre l’analogo rapporto relativo al numero delle persone iscritte è del solo 26%.

E’ importante precisare che, durante la fase delle indagini preliminari svolte dalla Procura, il numero di persone iscritte in un dato procedimento può aumentare; tale numero viene pertanto aggiornato ogni anno sulla base delle informazioni raccolte mediante il prospetto di rilevazione. Poiché di norma la durata delle indagini preliminari non può superare i 18 mesi, il numero delle persone iscritte relativo agli ultimi due anni della serie storica si deve considerare provvisorio.

A questo si deve aggiungere anche il fatto che alcuni dei procedimenti contro autori ignoti possono trasformarsi in procedimenti contro autori noti quando viene conosciuta l’identità delle persone alle quali è attribuito il reato e, conseguentemente, ne diviene noto anche il numero.

L’andamento del fenomeno, sempre per ciò che riguarda le violazioni delle disposizioni penali previste dalla Legge, è forse meglio rappresentato non tanto dal numero dei procedimenti iscritti nei vari anni presso le Procure, quanto piuttosto dal numero delle persone iscritte in tali procedimenti. Graficamente abbiamo:


2.3.b) Persone iscritte di cui all’art. 19 della L. 194/78 (aborto clandestino)

Per ciò che riguarda le persone iscritte presso le Procure per i delitti previsti dall’art. 19 della Legge (aborto clandestino), abbiamo la seguente tabella:

Persone iscritte nei procedimenti penali di cui all'art. 19 della L. 194/78 (aborto clandestino) iscritti presso le Procure
   

che mostra come le persone iscritte in questi particolari procedimenti siano mediamente circa il 30% del totale (nel 2011 si sono avute 57 persone iscritte ex art. 19 su un totale di 291 persone iscritte, con una incidenza del 20%).


2.3.c) Numero medio di persone iscritte per procedimento e propensione all’associazione

Il numero medio di persone iscritte per procedimento non presenta variazioni significative nel periodo esaminato:

In linea generale, il ristretto numero medio di persone iscritte per procedimento indica che le persone che commettono i reati previsti dalla Legge hanno una bassa propensione ad associarsi.

Anche limitando l’analisi al solo art. 19, abbiamo la seguente tabella:

che evidenzia come, eccettuati gli anni ‘97 e ‘99, non vi siano differenze significative con la tabella precedente, confermando quindi anche per questo particolare delitto la generale bassa propensione ad associarsi.

Per vedere se vi sia stata comunque nel corso del tempo una qualche saltuaria tendenza ad eseguire aborti clandestini in modo organizzato presso strutture pubbliche o private, sia pure limitata e ad opera di un ristretto numero di persone che si associano a tale fine, restringiamo l’analisi ai soli procedimenti di cui all’art. 19 aventi un numero di persone iscritte maggiore od uguale a 3. Abbiamo:
Procedimenti penali di cui all'art. 19 della L. 194/78 (aborto clandestino) iscritti presso le Procure con 3 o più persone iscritte
   
La tabella mostra che, sebbene non vi sia stata una vera e propria tendenza ad eseguire aborti clandestini in modo organizzato nel corso del tempo, vi sono stati comunque alcuni anni in cui sono state individuate dall’Autorità giudiziaria alcune associazioni di consistenti dimensioni.

E’ necessario tenere presente, in ogni caso, che la tabella sopra esposta riporta dati relativi a procedimenti iscritti presso le Procure, ossia ancora nella fase delle indagini preliminari; non è detto infatti che, successivamente, siano stati rinvenuti dalla Procura concreti elementi per la richiesta di rinvio a giudizio, come è accaduto, ad esempio, nel caso del procedimento iscritto nell’anno 2005, che si è poi concluso con un decreto di archiviazione del GIP effettuato nell’anno 2007.

2.3.d) Qualificazione giuridica del fatto

Per ciò che riguarda l’analisi dei reati contestati nell’ambito dei procedimenti iscritti presso le Procure, la cui classificazione è stata accennata al par. 2.2, rapportando il numero di persone iscritte cui è stato contestato il reato in questione sul totale delle persone iscritte (la somma delle percentuali risulta in genere quindi superiore al 100%, poiché ad una stessa persona possono essere stati contestati uno o più reati), si è avuto:

(*) altre disposizioni penali della Legge

Ad esempio, nel 1995, a circa la metà (50,3%) delle persone iscritte è stato contestato l’art. 17 della Legge (ossia a 73 persone su 145).

L’andamento delle percentuali nel periodo esaminato è molto discontinuo, anche a causa del contenuto numero di persone iscritte e non consente di formulare concetti di tipo generale. In ogni caso, l’articolo della Legge più violato è l’art. 17 (forse il meno significativo per la rilevazione, in quanto incrimina l’aborto provocato per colpa e non per dolo; si pensi ad esempio agli aborti avvenuti a seguito di incidenti stradali), seguito dagli artt. 18 e 19 (entrambi incriminanti l’aborto provocato per dolo). Non trascurabile è la percentuale dei reati in qualche modo connessi a quelli della Legge (ad es. per attuarli od agevolarli), mentre praticamente nulla è la percentuale relativa all’art. 21 (divulgazione di notizie idonee a rivelare l’identità della donna).


2.3.e) Nazione di nascita delle persone

Come accennato nel par. 2.1, nel prospetto di rilevazione da compilarsi a cura delle Procure è stata inserita un’apposita voce relativa alla nazione di nascita delle persone iscritte, per valutare l’incidenza degli stranieri sul totale delle persone.

Caratteristica di rilievo è la marcata incidenza degli stranieri, nei procedimenti penali iscritti presso le Procure, sul totale delle persone iscritte. Nell’anno 2011 la percentuale degli stranieri sul totale delle persone iscritte presso le Procure è stata del 31,7% (è la somma delle percentuali relative alle modalità “UE“, Unione Europea, e “Altro”, ossia restanti Paesi esteri).

Tale incidenza risulta essere piuttosto elevata, soprattutto se si pensa che la popolazione straniera residente al 01/01/11 costituisce solo il 7,5% circa dell’intera popolazione residente in Italia:

(1) si ipotizza che i dati non rilevati abbiano la stessa distribuzione di quelli rilevati
 (2) Unione Europea esclusa Italia + Svizzera e Norvegia (per permettere la confrontabilità dei dati della serie storica, la Romania, aderente alla UE dal 2007, è rimasta sempre inserita nella categoria "Altro")

Restringendo l’analisi alle sole persone che hanno commesso delitti di tipo esclusivamente doloso (artt. 18 e 19 della Legge), si nota che l’incidenza degli stranieri è stata nel 2011 del 64,8% (data, anche qui, dalla somma delle due modalità diverse da ‘Italia’):
    
(1) e (2): vedi sopra

Tale incidenza del 64,8%, se confrontata con il 31,7% sopra riportato, evidenzia, anche per l’anno 2011, una propensione decisamente maggiore da parte degli stranieri rispetto agli italiani a commettere i delitti dolosi sopra indicati.

Se infatti tale propensione fosse stata identica per entrambi i gruppi, le percentuali di questa tabella sarebbero state identiche a quelle della tabella precedente (ad es., nel 2011, nuovamente il 31,7% anziché il 64,8%).

2.4) Procedimenti penali presso gli Uffici giudicanti e relativo numero di persone

2.4.a) Procedimenti definiti con provvedimento definitivo e relativo numero di persone

Per l’anno 2011 il tasso di risposta degli Uffici giudicanti è stato del 76% . Se da un lato solo pochi degli Uffici giudicanti rispondenti comunicano di avere trattato procedimenti di cui alla Legge, confermando quindi le ridotte proporzioni del fenomeno già ben visibili presso le Procure, dall’altro si è potuto constatare che in genere quelli non rispondenti presentano pochi o nessun caso.

I dati rilevati presso gli Uffici giudicanti relativi ai procedimenti definiti con provvedimento definitivo ed al relativo numero di persone destinatarie di provvedimento definitivo, si possono così sintetizzare:

L’elevata percentuale relativa alle persone destinatarie di decreto di archiviazione (in media circa il 60%) rispetto alle altre modalità non sembra essere propria solo del fenomeno in questione, ma anche e più in generale di altri fenomeni penali su cui il Ministero effettua periodicamente alcuni monitoraggi. Se infatti si considerano come provvedimenti definitivi i decreti di archiviazione, le assoluzioni, le sentenze di prescrizione e le condanne passate in giudicato (nella tabella “Irrev.” sta per irrevocabile), si ha che per circa 6 persone su 10 iscritte in un procedimento penale vi è in genere il decreto di archiviazione (sono escluse ovviamente dal computo le persone relative ai procedimenti contro ignoti, di cui è ignota, oltre all’identità, anche il numero).

Questa elevata percentuale è verosimilmente dovuta, da un lato, all’infondatezza di molte notizie di reato (o ad altre cause previste dal codice) e alla probabile fisiologica difficoltà di ricercare obiettivi elementi di imputazione durante la fase delle indagini preliminari (sempre se esistano), e, dall’altro, alla lentezza dei processi presso gli uffici giudicanti che fa sì che un numero di imputati sempre maggiore rimanga in attesa di giudizio (da cui segue che il numero di sentenze irrevocabili è inferiore a quanto sarebbe normale attendersi).

2.4.b) Professione delle persone iscritte nei procedimenti trattati

Come accennato nel par. 2.1, nel prospetto di rilevazione degli Uffici giudicanti è presente anche una voce relativa alla professione della persona coinvolta. L’informazione non è stata più richiesta anche alle Procure come si faceva negli anni passati, in quanto l’esperienza ha mostrato che questa variabile richiede solitamente tempi più lunghi per essere conosciuta dall’Autorità giudiziaria, infatti in molti casi le Procure comunicavano di non disporre del dato.

I dati inerenti la professione delle persone, raccolti per il periodo 1995 – 2011 e relativi ai procedimenti trattati dagli Uffici giudicanti sono stati i seguenti:

(1) procedimenti trattati = procedimenti pendenti a fine anno + procedimenti definiti nell'anno
(2) personale che svolge attività di tipo sanitario per le quali non è richiesto il titolo di medico, ad es. gli infermieri (è escluso invece il personale amministrativo delle strutture sanitarie che rientra nella voce “Altro”)

La percentuale del “non rilevato” pone alcuni problemi circa la stima delle effettive percentuali delle categorie medico, paramedico e altro (= altra professione), in quanto non sembra corretto ripartirla in modo uniforme nelle percentuali delle altre modalità, come potrebbe sembrare naturale a prima vista.

Se infatti la professione della persona è quella del medico o del paramedico, se quindi la persona presta servizio presso una qualche struttura pubblica o privata (come è logico attendersi, considerate queste due particolari professioni), a tale informazione si dovrebbe alla fine pervenire, durante le fasi delle indagini preliminari o dibattimentali, mediante un qualche documento amministrativo della struttura ove opera la persona stessa.

Al contrario, se la persona non è né medico, né paramedico, la professione potrebbe essere di più difficile determinazione. Si potrebbe quindi dedurre, sia pure in modo approssimativo, che le percentuali effettive delle categorie “medico” e “paramedico” siano solo di poco superiori a quelle indicate nella tabella, mentre la percentuale della categoria “altro” sia quella indicata sommata a gran parte della percentuale del “non rilevato”.

Il riferimento all’anno di rilevazione è poco significativo nel caso in cui si volesse operare un confronto delle percentuali tra i vari anni per analizzare l’eventuale evoluzione del fenomeno sotto questo particolare aspetto. Il dato dovrebbe essere infatti rilevato non tanto presso gli Uffici giudicanti, quanto piuttosto nel momento in cui il procedimento viene iscritto in Procura, ossia nel momento più vicino all’istante in cui viene commesso il reato (questo, come sopra accennato, non viene fatto perché si avrebbe una percentuale di mancate risposte ancora più elevata).

La tabella può comunque dare un’idea abbastanza approssimativa della situazione, tenendo ad ogni buon fine sempre presente che la percentuale del “non rilevato” è piuttosto elevata e disuguale nel periodo esaminato, e non permette di operare diretti confronti tra un anno e l’altro. Il numero delle persone che esercitano la professione di medico e paramedico appare, in linea di massima e supposto che la percentuale del “non rilevato” si debba ipoteticamente riversare quasi esclusivamente nella categoria “altro”, tendenzialmente decrescente. Tale tendenza decrescente potrebbe essere verosimilmente dovuta anche all’aumento del numero degli stranieri coinvolti, persone che in genere non esercitano professioni sanitarie.

2.5) Osservazioni degli Uffici giudiziari per la giurisdizione penale

Come accennato nell’Introduzione (Cap. 1), interessanti sono le osservazioni formulate dagli Uffici giudiziari nel corso del periodo esaminato, anche se poche in ambito penale.

Relativamente all’anno 2011, non sono state formulate nuove osservazioni, né sollevate questioni di legittimità costituzionale, nè segnalate difficoltà di tipo interpretativo od applicativo della Legge in ambito penale.

Come esposto nel par. 2.3.e, una parte significativa delle persone iscritte nei procedimenti penali iscritti presso le Procure è costituita da stranieri (31,7% nel 2011).

A questo proposito, secondo alcuni Procuratori una parte degli stranieri coinvolti non è a conoscenza dei meccanismi socio-amministrativo-sanitari e penali della Legge. Per ovviare almeno in parte a questa carenza informativa, essi propongono di adeguare i consultori pubblici (istituiti dalla Legge 405/75) in relazione al loro attuale bacino di utenza, ormai cambiato dal ‘75 anche a causa del rilevante fenomeno dell’immigrazione.

La restante parte degli stranieri, operante in ambienti di per sé malavitosi, violerebbe intenzionalmente la legge penale in senso lato ed in particolare l’art. 19 della Legge, istigando e favorendo l’aborto clandestino. Questo si verificherebbe in prevalenza nell’ambiente della prostituzione per eliminare gravidanze indesiderate, e le investigazioni, anche a causa delle condizioni di assoggettamento e di omertà proprie di questo tipo di ambiente, risultano spesso difficoltose.

Altri Procuratori, pur avendo comunicato che pochi o nessun procedimento penale è sopravvenuto presso il proprio Ufficio, affermano tuttavia che vi sono certamente aborti clandestini nell’ambito del territorio di propria competenza, ma che tali aborti (spesso taciuti dalla donna, dai familiari e dai medici) rimangono nascosti, anche perché gran parte delle forze di Pubblica Sicurezza viene impegnata su altri fronti investigativi, quali ad esempio quello della criminalità organizzata (soprattutto nel Sud).

L'esiguo numero di procedimenti non rifletterebbe quindi la reale portata del fenomeno, che si presume invece essere largamente diffuso e praticato anche in strutture sanitarie private, e riguarderebbe in misura sempre maggiore donne extra-comunitarie.

3) GIURISDIZIONE VOLONTARIA

3.1) Uffici interessati alla rilevazione per la giurisdizione volontaria

Il monitoraggio relativo alla giurisdizione volontaria rileva il numero di richieste al Giudice Tutelare di autorizzazione all’aborto da parte di donne minorenni, nei casi in cui sia mancato l’assenso delle persone che esercitano la potestà o la tutela su di esse (art. 12 della Legge), e da parte di donne maggiorenni interdette (art. 13 della Legge).

Fino all’anno 2005, oltre al numero delle richieste, venivano rilevate, mediante l’esame delle copie inviate al Ministero di tutti i provvedimenti emessi dai Giudici Tutelari, le seguenti variabili: età e luogo di nascita della donna, persona eventualmente consultata dalla donna e motivi di non consultazione, motivi addotti dalla donna all’aborto, autorizzazione o non del Giudice Tutelare.

Diversamente, a decorrere dall’anno 2006, non sono state più richieste le copie di tutti i provvedimenti emessi dai Giudici Tutelari indistintamente, ma, per motivi di ragionevole opportunità ed anche poiché la Legge non ha subito modifiche nel corso del tempo, sono state richieste solo le copie di quei provvedimenti che il Giudice Tutelare avesse ritenuto lui stesso significativi per segnalare eventuali difficoltà di tipo interpretativo od applicativo della Legge, od anche questioni di legittimità costituzionale (pertanto per gli anni successivi all’anno 2005 non si dispone dei dati relativi alle citate variabili).

Le percentuali di risposta degli uffici dei Giudici Tutelari relative al periodo 2001-2011 sono state ben significative, considerato anche il fatto che in genere presso gli uffici non rispondenti pervengono poche o nessuna richiesta:

Appare in ogni modo importante segnalare, per opportuna conoscenza, che ormai da diversi anni si procede usualmente ad effettuare una stima dei dati mancanti per quegli uffici dei Giudici Tutelari che non hanno risposto.

Come per la giurisdizione penale, anche qui le percentuali riportate nella tabella sono aggiornate alla data della presente relazione, come anche i dati delle successive tabelle che seguono.

3.2) Cenni sulla procedura per ottenere l’autorizzazione all’aborto

3.2.a) Richiesta ad abortire da parte di donna maggiorenne non interdetta

La Legge prevede che la donna in grado di esercitare autonomamente i propri diritti (ossia maggiorenne non interdetta) possa rivolgersi ad un consultorio di cui alla L. 405/75 o ad una struttura socio-sanitaria a ciò abilitata dalla Regione o ad un medico di fiducia per chiedere l’autorizzazione all’aborto (art. 4 della Legge).

Il consultorio e la struttura socio-sanitaria, oltre a dover effettuare i necessari accertamenti medici, hanno il compito di individuare insieme alla donna le possibili soluzioni per rimuovere le cause che la porterebbero ad abortire (art. 5 della Legge). Analogamente, il medico di fiducia, oltre ad effettuare anch’egli i necessari accertamenti medici, informa la donna sui suoi diritti e sugli interventi di carattere socio-sanitario cui può fare ricorso.

Se il consultorio, la struttura socio-sanitaria o il medico di fiducia riscontrano l’esistenza di condizioni tali da rendere urgente l’intervento, rilasciano immediatamente alla donna un certificato attestante l’urgenza mediante il quale essa può recarsi subito ad una delle sedi autorizzate per abortire. Se tali condizioni non sussistono, la donna è invitata a soprassedere per 7 giorni, trascorsi i quali può recarsi in tali sedi.

I motivi che la donna può addurre per richiedere l’autorizzazione all’aborto, entro i primi 90 giorni dal concepimento, sono indicati dall’art. 4 e prevedono diverse possibilità (pericolo per la salute fisica e psichica, precarie condizioni socio-economiche,…). Al contrario, l’aborto dopo i primi 90 giorni è concesso alla donna solo in alcuni casi tassativamente indicati dall’art. 6 (grave pericolo per la vita della donna e processi patologici accertati della donna o del nascituro).

3.2.b) Richiesta ad abortire da parte di donna minorenne

La Legge prevede che anche la donna minorenne (artt. 1 e 12) possa richiedere l’autorizzazione all’aborto. In questo caso, tuttavia, non potendo esercitare autonomamente i propri diritti, la minorenne deve richiedere l’assenso alle persone che esercitano su di essa la potestà o la tutela, assenso che costituisce condizione necessaria per poi rivolgersi ad una delle strutture di cui all’art. 4 della Legge ed eventualmente abortire.

Se l’assenso viene negato o le persone che esercitano la potestà o la tutela esprimono pareri tra loro difformi o se vi sono seri motivi che sconsigliano la loro consultazione, la minorenne può rivolgersi direttamente ad un medico di fiducia o ad una delle strutture di cui all’art. 4, i quali, effettuati i necessari compiti ed accertamenti medici, trasmettono al Giudice Tutelare competente sul territorio nel cui ambito essi operano, una relazione corredata dal proprio parere entro 7 giorni dalla richiesta della minorenne. Il Giudice Tutelare, entro 5 giorni dalla ricezione della relazione, una volta verificata la sussistenza dei requisiti e la correttezza delle procedure prescritti dalla Legge, “sentita la donna e tenuto conto della sua volontà, delle ragioni che adduce e della relazione trasmessagli, può autorizzare la donna, con atto non soggetto a reclamo, a decidere l’interruzione di gravidanza” (art. 12).

I motivi che la minorenne può addurre per chiedere l’aborto entro i primi 90 giorni o successivamente ai 90 giorni sono identici a quelli adducibili dalla donna maggiorenne. Inoltre, nel caso in cui la struttura accerti l’esistenza di una delle condizioni indicate dall’art. 6 (grave pericolo per la salute fisica e psichica della donna), non è necessario per la minorenne richiedere l’assenso delle persone che esercitano la potestà o la tutela.

Richiesta ad abortire da parte di donna maggiorenne interdetta
    Se la donna maggiorenne è interdetta per infermità di mente (art. 13 della Legge), la richiesta può essere presentata ad un medico di fiducia o ad una delle strutture di cui all’art. 4 sia dalla donna che dal tutore che dal marito non tutore. Se la richiesta è stata presentata dalla donna o dal marito non tutore deve essere sentito anche il tutore; se la richiesta è stata presentata dal tutore o dal marito non tutore deve essere confermata dalla donna. Come nel caso della donna minorenne, il medico o la struttura trasmettono al Giudice Tutelare una relazione entro 7 giorni dalla richiesta ed il Giudice Tutelare, sentiti eventualmente gli interessati, decide entro 5 giorni con atto non soggetto a reclamo.

    Il monitoraggio in questione si limita quindi a rilevare, da un lato, tutte le richieste relative alle donne maggiorenni interdette che, per ottenere l’autorizzazione all’aborto, devono sempre e comunque rivolgersi (direttamente o indirettamente) al Giudice Tutelare, e, dall’altro, tutte le richieste delle donne minorenni che si rivolgono al Giudice Tutelare non avendo potuto ottenere, per vari motivi, l’assenso delle persone che esercitano la potestà o la tutela su di esse (il monitoraggio non rileva quindi le richieste delle donne maggiorenni non interdette, non essendovi necessità di un Giudice).


Richieste di aborto relative a donne maggiorenni interdette (art. 13 della L. 194/78)
    Nel periodo 1989 – 2011 non vi è stata quasi nessuna richiesta al Giudice Tutelare relativa a donne maggiorenni interdette, come si vede dalla seguente tabella riepilogativa:
    RICHIESTE DI ABORTO EX ART. 13 (DONNE INTERDETTE)
   
che mostra come il fenomeno, da questo punto di vista, sia quasi inesistente.



Richieste di aborto da parte di donne minorenni (art. 12 della L. 194/78)

Richieste delle minorenni
Al contrario, nello stesso periodo in esame, il numero di richieste al Giudice Tutelare da parte di donne minorenni, nei casi in cui sia mancato l’assenso delle persone che esercitano la potestà o la tutela su di esse, è sempre di preoccupanti dimensioni, sebbene appaia forse in lieve diminuzione, essendo mediamente di circa 1.300 l’anno (1.134 nel 2011):
RICHIESTE DI ABORTO EX ART. 12 (DONNE MINORENNI)

Il numero di richieste ha avuto un andamento pressoché stazionario a livello nazionale e l’area maggiormente interessata è stata sempre quella del Nord. Le autorizzazioni all’aborto vengono in genere concesse dal Giudice Tutelare alle minorenni nella quasi totalità dei casi.
Graficamente, si ha:
Come accennato nel par. 3.1, fino all’anno 2005 per ogni richiesta veniva rilevata, oltre alla relativa autorizzazione o non del Giudice Tutelare, anche l’età ed il luogo di nascita della minorenne, la persona eventualmente consultata della minorenne e i motivi di non consultazione, i motivi addotti dalla minorenne all’aborto, ossia alcune di quelle variabili che consentivano di avere una visione più ampia del fenomeno, soprattutto per ciò che riguarda le cause che in qualche modo lo possono originare.

Poiché non sempre le suddette variabili potevano essere rilevate per ogni richiesta, in quanto il dato poteva non essere riportato sulla copia del provvedimento del Giudice Tutelare (poiché appositamente cancellato o poiché proprio non contemplato dal provvedimento del giudice), le percentuali riportate nelle tabelle sottostanti, relative ai soli anni 1995 – 2005, sono state calcolate supponendo che i dati non rilevati abbiano avuto la stessa distribuzione di quelli rilevati (in ogni caso vengono riportate in ogni tabella anche le percentuali del dato non rilevato).

Età delle minorenni
Per ciò che riguarda la distribuzione percentuale delle richieste per età della minorenne, limitatamente al periodo 1995 – 2005, abbiamo la seguente tabella (come accennato, per gli anni successivi, il dato di questa variabile e di quelle che seguono non è disponibile):
TAB. 1 Richieste per età della minorenne (in anni computi) (*)

(*) età della minorenne alla data del provvedimento del Giudice Tutelare

da cui si vede che, con riferimento ad esempio all’anno 2005, circa il 50% delle minorenni aveva 17 anni compiuti mentre le restanti percentuali (30,3%-14,1%-4,2%-1,2%) decrescono al decrescere dell’età. Il seguente grafico mostra come l’età media della minorenne richiedente presenti un andamento lievemente decrescente nel tempo:
Ad esempio, nel 1995 l’età media delle minorenni era di quasi 17 anni, mentre nel 2005 era di 16 anni e 9,5 mesi circa.

Motivi addotti dalle minorenni
Relativamente ai motivi addotti dalla minorenne per richiedere l’aborto, con riferimento agli ultimi anni della serie storica e tenendo comunque presente che la percentuale di richieste per le quali non è stato possibile rilevare la variabile in esame è molto elevata, si sono avuti i seguenti risultati:
TAB. 2  Richieste per motivi addotti all’aborto dalla minorenne

(1) comprendono anche i motivi di studio
(2) comprendono anche i casi in cui la minorenne ha dichiarato di non sentirsi pronta ad affrontare la maternità

Supposto che i dati riportati nella citata tabella 2 siano abbastanza indicativi (considerato infatti che la percentuale del dato non rilevato risulta molto elevata), si nota come tra i motivi addotti dalla minorenne quelli psicologici risultino preponderanti, mentre al secondo posto si collocano i motivi socio-economici. Del tutto marginali risultano essere, invece, le altre due categorie (‘salute’ e ‘altro’).

Per ciò che riguarda i motivi socio-economici e quelli psicologici, è importante tenere presente che spesso le due motivazioni sono addotte in modo congiunto dalla minorenne, sia pure con peso diverso. Pertanto, al momento della rilevazione del dato, viene considerata solo la motivazione alla quale la minorenne sembra attribuire il maggior peso.

Relativamente ai motivi psicologici si è visto come, nella maggioranza dei casi, la minorenne abbia chiesto l’aborto in quanto non si sentiva psicologicamente pronta ad affrontare il ruolo di madre e le varie responsabilità connesse.

Relativamente ai motivi socio-economici, le minorenni hanno dichiarato di non disporre, per vari motivi, del necessario sostegno economico-sociale da parte dei familiari o da parte del padre del nascituro. Alcune hanno inoltre espressamente dichiarato che un figlio avrebbe costituito un serio ostacolo ai propri progetti di vita futura.

Per ciò che riguarda le minorenni nate all’estero, oltre alla mancanza di punti di riferimento dovuti principalmente alla lontananza di uno o di entrambi i genitori, sono da segnalarsi quei casi in cui la minorenne preferisce abortire per non essere allontanata o emarginata dalla famiglia o dalla comunità di origine, per motivi quindi strettamente etnico-culturali.

L’ambiente in cui si trovano le minorenni che maturano la terribile decisione è in genere abbastanza desolante, essendo spesso caratterizzato da gravi disagi all’interno della famiglia, soprattutto di tipo sociale (genitori separati, od in conflitto tra loro o con la stessa figlia) oltre che economico, dalla mancanza di dialogo e, a volte, anche dalla salute precaria di uno dei due genitori.

I rapporti con il padre del concepito sono quasi sempre molto labili ed a volte del tutto occasionali; inoltre, nei casi in cui quest’ultimo sia stato interpellato dalla stessa minorenne o dal Giudice Tutelare nel colloquio, ha fatto spesso presente di non poter fornire alcun sostegno economico a causa della mancanza di un lavoro.

Tutto ciò fa sì che la minorenne, anch’essa quasi sempre senza lavoro, non riesca a trovare in definitiva un sostegno morale né materiale, fattori che aggravano ulteriormente la sua situazione di intimo disagio e che la inducono, infine, alla terribile decisione.

Vi sono tuttavia anche casi in cui la minorenne vive in un contesto socio-familiare positivo, caratterizzato anche da buoni rapporti con i genitori. Malgrado ciò, la ragazza non adduce espressamente nessun motivo particolare per voler abortire, se non quello di rifiutare categoricamente il figlio avvertendolo semplicemente come un peso. Anche la possibilità di poterlo disconoscere sembra venire rifiutata a priori, quasi intendendo voler cancellare in modo radicale il problema senza nessuna possibilità di riesaminarlo per trovare una qualche soluzione.

Queste minorenni appaiono ferme e decise nel loro triste proposito, ma considerato il contesto positivo in cui vivono sembrerebbe che un consiglio da parte dei genitori potrebbe forse aiutarle a ponderare maggiormente il problema, considerato anche che, in definitiva, il loro livello di maturità non sembra essere ancora completo.

Persona eventualmente consultata dalla minorenne e motivi di non consultazione
Come accennato, il monitoraggio rileva le richieste di autorizzazione all’aborto da parte delle donne minorenni che si rivolgono al Giudice Tutelare non avendo potuto ottenere, per vari motivi, l’assenso delle persone che esercitano su di esse la potestà o la tutela.

Per questa ragione sono state rilevate, fino all’anno 2005, anche le diverse modalità relative alla persona eventualmente consultata dalla minorenne per ottenere l’assenso all’aborto:
TAB. 3  Richieste per persona consultata dalla minorenne

(*) entrambi i genitori sono stati consultati, ma hanno espresso entrambi parere contrario all’aborto oppure pareri tra loro difformi

La tabella 3 indica come nella maggioranza dei casi (più del 60%) la minorenne non consulti nessuno; rimane comunque rilevante la percentuale (circa il 34%) di quelle che consultano la madre, che sembra sempre costituire una basilare figura di riferimento.

Parallelamente, i motivi che hanno indotto la minorenne a consultare solo uno dei due genitori oppure a non consultare nessuno (neanche l’eventuale tutore) sono stati i seguenti:
TAB. 4   Richieste per motivi della non consultazione (1) (2)

(1) la minore ha consultato solo uno dei due genitori o non ha consultato nessuno (neanche l’eventuale tutore)
(2) il numero delle richieste di questa tabella è dato dalla somma delle richieste della tab. 3 relativamente alle quali la minorenne ha consultato o solo la madre, o solo il padre, o nessuno (sono la quasi totalità delle richieste)

Più in dettaglio, le modalità della tabella 4 comprendono le seguenti voci, sempre secondo quanto affermato dalla minorenne (vedi anche par. 3.5.c., circa quanto osservato da alcuni giudici relativamente agli effettivi compiti che dovrebbero effettuare le strutture sanitarie):

  • gravi motivi familiari = genitori violenti, in conflitto tra loro, in gravi condizioni di salute…
  • timore = timore di perdere la stima o la fiducia, di essere allontanata di casa, motivi morali (es. convinzioni religiose dei genitori)…
  • dialogo = mancanza di rapporto, di confidenza…
  • altro = lontananza del genitore, genitore detenuto, probabile grave trauma psicologico del genitore, genitori non in grado di aiutare, genitori deceduti…

La tabella mostra come i motivi legati al timore sembrano assumere un peso decrescente nel tempo, mentre sono in aumento quelli legati alla modalità “altro” nel cui ambito assumono un posto di rilievo i casi in cui i genitori sono lontani, abitando all’estero, specie per le minorenni straniere.

Luogo di nascita delle minorenni
Relativamente al luogo di nascita delle minorenni richiedenti, si ha la seguente tabella:
Richieste per luogo di nascita della minorenne

(*) Unione Europea esclusa Italia + Svizzera e Norvegia

Analogamente a quanto si verifica per la giurisdizione penale, si nota anche qui come l’incidenza delle minorenni straniere che si rivolgono al Giudice Tutelare sia piuttosto marcata ed in crescita (vedi colonna “Altro”) rispetto al totale delle minorenni richiedenti. Tale incidenza è molto diversa a seconda dell’area geografica esaminata e va, con riferimento ad esempio all’anno 2005, dal 5% del Sud ad oltre il 40,4% del Nord (vedi tab. 5 completa, in allegato alla Relazione), posto pari al 100% il totale delle minorenni richiedenti.

La notevole propensione a ricorrere al Giudice Tutelare da parte delle minorenni nate all’estero rispetto a quelle italiane può forse essere spiegata, da un lato, dalle profonde differenze socio-culturali ed economiche tra le minorenni italiane e quelle straniere e, dall’altro, da obiettive circostanze che impediscono alle straniere di ottenere l’assenso dei genitori, quali ad esempio la loro lontananza (diversi sono i casi in cui la minorenne si trova in Italia, mentre uno od entrambi i genitori si trovano all’estero nel loro paese di origine).

In generale, considerato che la proporzione degli stranieri sul totale della popolazione è in crescita, ci si attende, del pari, che anche l’incidenza delle minorenni straniere sul totale delle minorenni richiedenti cresca con il tempo.


Osservazioni degli Uffici giudiziari per la giurisdizione volontaria
Da valutare attentamente sono le osservazioni formulate, nel corso del periodo esaminato, da alcuni Giudici Tutelari relativamente alle richieste ex art. 12 della Legge da parte di donne minorenni (come esposto, quelle ex art. 13 relative a donne maggiorenni interdette sono quasi inesistenti).

Nel corso degli ultimi anni tali osservazioni sono state ribadite e, in generale, non ne sono state aggiunte di nuove. Relativamente all’ano 2011, si segnala solo l’emissione, da parte di un Giudice Tutelare, di un’ordinanza di rimessione degli atti alla Corte Costituzionale, a causa di un possibile contrasto tra uno specifico inciso dell’art. 12 della Legge ed alcuni articoli della Costituzione.

Come detto in precedenza, anche per l’anno 2011, come per i precedenti anni 2006-2010, non sono state richieste le copie di tutti i provvedimenti emessi dai Giudici Tutelari indistintamente, ma solo le copie di quei provvedimenti che il Giudice avesse ritenuto significativi per segnalare eventuali difficoltà di tipo interpretativo o applicativo della Legge, o questioni di legittimità costituzionale.

Come esposto nelle precedenti Relazioni, si ricorda che, dall’esame delle copie dei provvedimenti inviati dagli Uffici dei Giudici Tutelari al Ministero fino all’anno 2005, nonché dalle relative lettere di accompagno, si è potuto constatare come vi siano di fatto orientamenti interpretativi della Legge anche del tutto opposti tra un Giudice Tutelare e l’altro. Sono state anche segnalate alcune difficoltà di tipo applicativo della Legge.

Le osservazioni possono così raggrupparsi (si riportano quelle più significative degli ultimi anni):

Competenza del Giudice Tutelare
Il Giudice Tutelare è chiamato a decidere sulle richieste di autorizzazione all’aborto che le donne minorenni presentano ad una delle strutture (consultori, strutture socio-sanitarie, medici di fiducia) operanti sul territorio su cui egli è competente (per la procedura si veda anche il par. 3.2).

La richiesta può essere presentata dalla minorenne ad una qualsiasi delle strutture operanti su tutto il territorio nazionale, indipendentemente dal suo luogo di residenza od abitazione. Conseguentemente non esiste un Giudice Tutelare territorialmente competente precostituito per legge, in quanto la Legge 194/78 non lega in alcun modo la competenza di un dato Giudice Tutelare ad uno specifico requisito in possesso della richiedente e le lascia completamente la possibilità di scegliere sia la struttura sia, indirettamente, il giudice che desidera.

A questo proposito alcuni giudici hanno fatto presente che molte minorenni, che risiedevano od abitavano fuori della loro giurisdizione, hanno attribuito ad essi la competenza del proprio caso, mentre altri invece, che forse frapponevano maggiori resistenze all’autorizzazione, hanno comunicato di aver avuto una diminuzione delle richieste, probabilmente proprio a causa dei maggiori ostacoli interposti.

La scelta di un giudice anziché di un altro non sembra quindi essere sempre indifferente per la minorenne, tenuto conto anche del fatto che il provvedimento autorizzativo del Giudice Tutelare è immediatamente esecutivo, in quanto non reclamabile da parte di alcuno.

In questo senso, sintomatica è l’esperienza di un giudice che aveva invitato due minorenni, che si trovavano già alla loro seconda esperienza di gravidanza, ad informarne i genitori; in seguito le minorenni non si erano più presentate e, contestualmente, il numero di richieste presso l’ufficio era diminuito in modo significativo; il giudice ha pertanto ritenuto che le altre potenziali richiedenti, informate in qualche modo dell’orientamento dell’ufficio, si siano indirizzate a strutture fuori del territorio di sua competenza, sperando probabilmente di incontrare meno ostacoli per ottenere l’autorizzazione.

Da questa possibilità di scelta discendono alcune obiettive anomalie:

non si può ad esempio escludere che una minorenne che si veda negata l’autorizzazione da un giudice, si rivolga, compatibilmente con i 90 giorni di tempo dal concepimento (limite fissato dalla Legge), ad altro giudice; da ciò discenderebbe che, a parità di condizioni, due o più giudici possano provvedere in modo diverso, circostanza che appare non di poco conto soprattutto se si considera che il provvedimento autorizzativo non è impugnabile da parte di alcuno; conseguentemente potrebbe mancare, in definitiva, un’unicità finale di giudizio;

sebbene il procedimento davanti al Giudice Tutelare rientri giuridicamente tra gli “affari civili non contenziosi”, se si ipotizza che in ogni caso le parti in causa sono sempre due, ossia la minorenne ed il concepito, entrambi con diritti meritevoli di tutela (art. 1 della Legge) ma in questo caso per natura contrapposti, allora, non essendovi di fatto un giudice naturale precostituito per territorio, il concepito sembrerebbe poter usufruire di una tutela giuridica da parte dello Stato inferiore rispetto a quella della madre, la quale può scegliere il giudice che, a parità di condizioni, la può autorizzare più facilmente ad abortire il figlio. A questo proposito si deve tenere presente anche la sent. n° 39 del 10/02/97 della Corte Costituzionale, che sancisce che il diritto alla vita, costituzionalmente riconosciuto, deve trovare particolare protezione nell’attuazione dell’art. 1 della Legge.

infine, da un punto di vista meramente organizzativo, si verifica di fatto che alcuni giudici, che le minorenni ritengono forse frapporre meno ostacoli all’autorizzazione, siano costretti a far fronte ad un carico di lavoro superiore a quello corrispondente alla loro effettiva competenza territoriale.

Legittimità e merito del Giudice Tutelare
Il Giudice Tutelare, pur non avendo alcun potere istruttorio, una volta verificata la sussistenza dei requisiti e la correttezza delle procedure prescritti dalla Legge, possiede sempre un certo margine di discrezionalità circa la sua decisione (“…può autorizzare la donna, con atto non soggetto a reclamo..”; art. 12), potendo basarla non solo sulla documentazione inviata dalla struttura, ma anche sul colloquio con la minorenne e sul suo libero convincimento come giudice. A questo proposito si fa presente che vi sono alcune divergenze interpretative nonché difficoltà applicative della Legge, qui di seguito riportate.

In linea generale, alcuni giudici suggeriscono un’attenta valutazione, oltre che della documentazione inviata dalla struttura socio-sanitaria, anche degli elementi che emergono dal colloquio con la minorenne e, possibilmente, con qualche suo familiare, per approfondire e valutare nel modo migliore i motivi da essa addotti per chiedere l’aborto. Altri hanno proposto di confrontare le conseguenze psicologiche dell’aborto con quelle dell’eventuale prosecuzione della gestazione, nonché di valorizzare il periodo di tempo ancora disponibile (sempre entro i 90 giorni), per permettere alla minorenne di valutare nel modo migliore la sua decisione.

Per ciò che riguarda i motivi addotti dalla minorenne per chiedere l’aborto e i seri motivi di non consultazione delle persone esercenti la potestà o la tutela, vi sono orientamenti diversi e, a volte, anche diametralmente opposti tra un Giudice Tutelare e l’altro.

In generale, si possono distinguere due gruppi di giudici: un primo gruppo è costituito da alcuni giudici che ritengono corretto entrare, sia pure in certa misura, nel merito delle risposte fornite dalla minorenne per valutare nel modo migliore possibile se concedere o meno l’autorizzazione all’aborto; un secondo gruppo è costituito da altri giudici che, al contrario, non ritengono corretto entrare in tale merito, ma ritengono invece corretto solo fornire un sostegno volto ad integrare la volontà non ancora del tutto formata della minorenne, considerando quindi come dato di fatto quanto da lei dichiarato.

1° gruppo) Relativamente ai motivi addotti, è stato affermato da un giudice che “se fosse sufficiente il semplice disagio personale e relazionale della minore a far ritenere sussistente il serio pericolo per la salute psichica prescritto dalla legge, dovrebbe concludersi che in tutti i casi di concepimento ad opera di una minore, che ne abbia tenuto all’oscuro i suoi genitori, l’aborto dovrebbe essere autorizzato quasi automaticamente, perché quasi sempre, in casi del genere, la minore vive una situazione di grave sofferenza e disagio…”.
Relativamente ai motivi di non consultazione, è stato osservato che, senza poteri di accertamento ed istruttori, risulta difficile per il giudice valutare l’esistenza dei “seri motivi che impediscono o sconsiglino la consultazione delle persone esercenti la potestà o la tutela”, anche a causa dei tempi molto ristretti prescritti dalla Legge per decidere sulla richiesta (il giudice deve decidere entro 5 giorni dalla ricezione della relazione della struttura; vedi anche par. 3.2). A tale proposito è stato affermato che non rientra tra i seri motivi di non consultazione il mero timore della minorenne di una censura, sia pure ferma e decisa, da parte dei genitori, i quali hanno il diritto-dovere di educare i figli (art. 30 della Costituzione). Sarebbe infatti necessario un ‘quid pluris’ da lasciare fondatamente prevedere una rottura irreparabile dei rapporti genitori-figlia. Infatti, "se la consultazione dei genitori non è prescritta essa non è nemmeno esclusa, ma lasciata (…) al prudente apprezzamento del giudice" (sent. 109/81 della Corte Costituzionale). Analogamente è stato osservato che “la consultazione dei genitori va decisa o esclusa a seconda che, con essa, la libertà morale della minore si rafforzi (nel caso in cui il confronto con persone, le quali costituiscano un punto di riferimento affettivo e morale, possa rimuovere pregiudizi o rinsaldare motivazioni e dare, comunque, indispensabile conforto in un delicatissimo momento di vita), ovvero si riduca (nel caso in cui i genitori possano conculcare la minore, imponendo soluzioni, anziché favorendo un processo formativo)."

In questo contesto potrebbero forse inserirsi, ad esempio, due questioni di legittimità costituzionale.
La prima questione è stata sollevata, nel 2011, da un Giudice Tutelare a causa di un possibile contrasto tra uno specifico inciso dell’art. 12 della Legge (…“o sconsiglino”…) ed alcuni articoli della Costituzione (artt. 24, 29 e 30), in quanto è stato rilevato che il diritto soggettivo del genitore (nel caso pratico, il padre della minorenne) di istruire ed educare i figli, non appare sufficientemente tutelato dal citato art. 12 della Legge nel momento in cui viene esclusa, ove sussistano “seri motivi”, la possibilità di informarlo della gravidanza e di manifestarne il suo avviso. Come rilevato dallo stesso Giudice Tutelare, la Corte Costituzionale già si era espressa più volte, nel passato, su analoga questione; tuttavia lo stesso Giudice ha inteso ugualmente sollevare il contrasto normativo, in quanto il contesto socio-culturale nel quale era nata la Legge nel 1978 appare a tutt’oggi profondamente cambiato.

La seconda questione è stata sollevata da un Giudice Tutelare ancora relativamente all’art. 12 della Legge ma in relazione all’art. 111, 6° comma della Costituzione (“Tutti i provvedimenti giurisdizionali devono essere motivati”). Se infatti da un lato l’art. 12 della Legge assegna teoricamente al Giudice un certo potere discrezionale autorizzativo e integrativo della volonta' della minorenne (“Il giudice tutelare…può autorizzare la donna…”), consentendogli quindi di motivare il suo provvedimento (in accordo quindi con l'art. 111, 6° comma Cost.), dall’altro, tale potere discrezionale non sembra essere di fatto esercitabile, non essendovi concretamente il tempo materiale per una eventuale istruttoria (il giudice deve infatti provvedere entro soli 5 giorni dalla ricezione della relazione della struttura sanitaria), come peraltro osservato anche da altri Giudici di questo primo gruppo.

2° gruppo) Un secondo gruppo di Giudici Tutelari ha invece affermato sostanzialmente che al giudice non spetterebbe sindacare sui motivi addotti dalla minorenne all’aborto, né sull’esistenza dei seri motivi di non consultazione, in quanto sarebbe semplicemente sufficiente quanto affermato dalla minorenne stessa. Una volta verificata la sussistenza dei requisiti e la correttezza delle procedure indicati dalla Legge, al giudice spetterebbe unicamente, da un lato, di fornire alla minorenne un sostegno volto ad integrare la sua libera ma non ancora del tutto formata volontà, e, dall’altro, di assicurarsi che la sua scelta sia libera da coercizioni morali, senza quindi entrare mai nel merito di quanto affermato dalla minorenne stessa, non essendovi bisogno di alcuna valutazione discrezionale circa i motivi addotti ed i seri motivi di non consultazione (da ciò discende che l’autorizzazione diviene quasi automatica, come ha affermato un giudice del primo gruppo; vedi sopra).

Compiti delle strutture
Alcuni giudici hanno espresso soddisfazione per il lavoro svolto dalle strutture del loro territorio (in particolare dai Consultori) mentre altri, al contrario, hanno espresso pareri negativi osservando che la struttura non deve solo limitarsi a registrare quanto affermato dalla minorenne, ma farsi carico anche di verificarlo.

E’ quest’ultimo il caso di una minorenne che aveva richiesto ed ottenuto dal Giudice Tutelare l’autorizzazione all’aborto, ma, al momento dell’intervento, aveva dichiarato di non voler più abortire in quanto era stata psicologicamente costretta dalla suocera. Il Giudice ha pertanto invitato il Consultorio ad effettuare indagini più approfondite sul contesto socio-familiare delle minori e su quanto da esse dichiarato, in quanto era prassi locale limitarsi ad inviare un semplice resoconto delle dichiarazioni rese dalle interessate.

E’ stato anche osservato che alcune strutture sono solite inviare relazioni carenti ed incomplete, non corredate dal proprio parere e da cui non è chiaro se sono state eseguite le procedure disposte dalla Legge. In particolare, come osservato da alcuni Giudici, la struttura dovrebbe attestare anche la sussistenza o meno delle condizioni previste dall’art. 4 della Legge (pericolo per la salute fisica e psichica della minore, sue precarie condizioni socio-economiche,…), mentre vi sono anche casi in cui non viene indicata neanche la data di nascita della minorenne, né la settimana di gravidanza. Tale carenza risulterebbe più marcata nel caso dei medici di fiducia, il cui possibile ricorso da parte della minorenne, secondo alcuni giudici, dovrebbe essere abrogato.

Infine alcuni giudici hanno fatto presente che le strutture (in particolare Consultori, Servizi Sociali e ASL) dovrebbero fornire alla minorenne non solo un valido sostegno socio-assistenziale, ma anche psicologico. Sono stati ad esempio segnalati anche casi di minorenni coinvolte nell’ambiente prostituzione, dove l’assistenza delle strutture potrebbe risultare decisiva.