salta al contenuto

La prevenzione dei suicidi in carcere - Quaderni ISSP Numero 8 (dicembre 2011)

Ministero della Giustizia
Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria

Istituto Superiore di Studi Penitenziari

Quaderni ISSP Numero 8 - La prevenzione dei suicidi in carcere
Contributi per la conoscenza del fenomeno

Dicembre 2011
 

9 - Le regole di accoglienza dei nuovi giunti alla luce delle circolari ministeriali: strumenti e competenze dello staff multidisciplinare nella prevenzione del rischio auto lesivo
a cura di Roberta Maietta - vicecommissario di polizia penitenziaria

abstract

L’Autrice si sofferma sulla necessità di conoscere in maniera adeguata il detenuto, per poter prevenire il fenomeno dell’etero/auto aggressività e del suicidio, considerato quale gesto estremo di una sofferenza emozionale derivante dallo stato detentivo. Sul piano operativo, accanto agli interventi clinici e di comprensione della personalità del ristretto, è necessario potenziare quelli sociologici e di analisi del contesto, attraverso il contributo dei vari profili professionali operanti in ambito penitenziario. Lo staff multidisciplinare è tenuto a realizzare interventi adeguati e personalizzati, per poter intervenire al meglio in caso di disagio. La Polizia Penitenziaria, una volta affrancata dai compiti meramente istituzionali, e legati alla sicurezza, dovrà coinvolgersi in prima linea nell’attività di osservazione scientifica della personalità del detenuto. Con tale intervento, il Personale del Corpo di Polizia rafforzerà l’assunzione di responsabilità e il processo d’identificazione con l’organizzazione e la sua mission.

La pretesa di individuare gli strumenti che tendono a migliorare l’esperienza detentiva, limitando i tragici effetti connessi all’ingresso negli istituti di pena può apparire ardua, se si considerano il grave sovraffollamento e l’immanente carenza di organico che affliggono i penitenziari italiani in questo contesto storico. Gli obiettivi di sicurezza e programmazione del trattamento insiti nell’Amministrazione Penitenziaria risultano difficili da perseguire, se bisogna “fare i conti” con le centinaia di ingressi giornalieri e con i continui trasferimenti dei detenuti da un istituto all’altro per esigenze organizzative ineludibili [1].

Gli stessi problemi connessi all’ edilizia penitenziaria rendono poco dignitosi e alquanto traumatici non solo l’ingresso, ma anche la permanenza negli istituti, spesso angusti e gravati da profonde carenze strutturali. Il detenuto che entra in carcere, specie per la prima volta, porta sempre i più disparati elementi delle situazioni vissute e cova con frequenza preoccupante, ma giustificata, un conflitto senza fine con le figure autoritarie, o tali percepite, alle quali si oppone con tutte le sue forze in quanto le ritiene ingiuste, iper-esigenti, assurde e diverse. Di qui, la problematica con gli operatori penitenziari, percepiti talvolta come figure distaccate, inautentiche, espressioni meramente e rigidamente verticistiche.

L’Amministrazione Penitenziaria ha voluto sensibilizzare tutto il personale operante negli istituti a mantenere il massimo dell’attenzione, della sensibilità e dell’impegno, al fine di eliminare o quanto meno alleviare le sofferenze ed i disagi della popolazione detenuta cercando, in tal modo, di prevenire i comportamenti auto ed etero-aggressivi connessi a tale malessere.

La privazione della libertà rappresenta un’esperienza devastante che, a seconda delle caratteristiche personali, del grado culturale e dei precedenti vissuti, può portare a conseguenze estreme, tra le quali la decisione di compiere atti di auto- lesionismo, se non addirittura di tentare il suicidio; ciò è dimostrato anche statisticamente, se si pensa che simile rischio, per le persone recluse, è circa nove volte più elevato di quanto possa rilevarsi nella popolazione libera [2].

Tali dati hanno focalizzato l’attenzione dell’Amministrazione Penitenziaria sul fenomeno, portando all’emanazione di una serie di Circolari riguardanti il problema dei suicidi e degli atti di auto-lesionismo [3] e la tutela della vita e della salute delle persone detenute [4].

Si consideri che la cautela assume il suo carattere più significativo all’atto di ingresso in istituto, in quanto provengono dalla libertà soggetti giovanissimi, anziani, tossico-dipendenti, persone in condizioni fisiche o psichiche non buone o comunque di particolare fragilità, nei confronti dei quali, la privazione della libertà può arrecare traumi accentuati, tali da determinare in essi dinamiche auto-lesionistiche e suicide. Il concetto di assistenza si fonda su continui ed adeguati interventi e sul dialogo con i detenuti nell’intento di smorzare quell’opinione, tra loro diffusa, sull’inutilità del tempo trascorso in carcere [5].

La risposta, che deve necessariamente passare attraverso il lavoro delle figure professionali che operano internamente alla struttura, facendo leva sull’intera rete di possibili supporti anche esterni alla stessa, è non solo farmacologica e specialistica, ma soprattutto relazionale. Tra gli operatori penitenziari è spesso presente il disagio di essere pochi ed insufficienti, oberati dai compiti quotidiani, con conseguenze rilevanti sul piano delle prestazioni. L’impegno di questi ultimi dovrebbe essere quello di ridefinire ogni volta il detenuto come persona in grado di compiere, adeguatamente supportato, una rivisitazione critica del suo passato e scelte consapevoli per il futuro. L’opera del volontariato può costituire un baluardo nel contrasto di una penalità isolante, volta a moltiplicare soluzioni che potenzino offerte e valori alternativi alla cultura carceraria [6].

Certamente è indispensabile il potenziamento dei presidi psicologici e psichiatrici, ma ciò porta anche alla “sanitarizzazione” del disagio e della sofferenza. Quindi, vanno potenziate le opportunità di incontro e di ascolto non solo con gli operatori istituzionali investiti della diagnosi precoce ai primi segnali di malessere, ma di tutti coloro che gravitano intorno al soggetto [7].

Il disagio psichico e il sistema penitenziario, infatti, si connettono strettamente con l’episodio auto-lesionistico, considerato come un vero e proprio evento relazionale. In tal senso, le informazioni contenute nella cartella clinica costituiscono un ottimo supporto di verifica, sin dall’ingresso, dell’andamento dello stato emotivo della persona. Fondamentale è stimolare la soglia di attenzione del personale di polizia penitenziaria e accogliere le segnalazioni provenienti dal servizio sanitario, psichiatrico e dagli educatori al fine di attivare interventi che migliorino il vivere quotidiano della persona ristretta. La conoscenza del detenuto è indispensabile anche per comprendere meglio il fenomeno dell’etero-aggressività in carcere, in quanto i bisogni si acuiscono innanzitutto per quello stato di “soggezione dagli altri” che inevitabilmente il sistema produce. E’ importante, dunque, che l’operatore esprima tutte le sue capacità intuitive e conoscenze teoriche per carpire il vissuto relazionale in cui si verifica la condizione di malessere. Lo scompenso emozionale individua una serie di motivazioni che possono indurre all’auto-lesionismo: di natura personale, familiare e sociale, ma anche giuridica (se riferite alla condanna) o logistica (relativa alle condizioni della struttura detentiva) oppure legate alla gestione della persona (sovraffollamento e condivisione con gli altri degli stessi spazi). Quando qualcuno viene etichettato (identificato come deviante), tale qualifica genera una reazione negativa da parte della stessa comunità che, se sufficientemente forte e prolungata, può alterare lo stato emotivo del soggetto e por-tarlo a intensificare la sua ostilità verso il sistema [8].

Bisognerebbe capire quanto le cause incidano nella sfera motivazionale, aggravando i fattori di rischio che possono determinare quello stato di reazione o di depressione che porta al gesto auto/etero-lesivo [9] o al suicidio, quale epilogo più drammatico del disagio della detenzione. Le condotte auto-aggressive sono suddivisibili in due grandi classi: la prima, che raggruppa i tentativi riusciti o meno di auto-soppressione e una seconda, caratterizzata da una auto- aggressività finalizzata alla riduzione della tensione, senza per questo, rappresentare una vera e propria volontà di morte. Tale aspetto, in pratica sconosciuto in ambiente esterno, assume in carcere connotazioni di condivisione culturale da parte della popolazione detenuta rivestendo svariati significati: richiamo dell’attenzione per la situazione di disagio vissuta, semplice protesta e mera scelta di indirizzare l’aggressività su sé stesso piuttosto che sugli altri. L’auto-lesionismo può esprimersi attraverso ferite da taglio più o meno gravi auto-inferte, spesso su braccia e polsi oppure attraverso l’ingestione di corpi estranei (batterie, lamette da barba, posate).

Per quanto attiene al compimento di gesti estremi, i detenuti in attesa di giudizio costituiscono il tasso di suicidi più alto; tale dato riporta l’ attenzione su uno dei maggiori momenti di fragilità della detenzione: il primo, connesso alla custodia cautelare e inviso dall’incognita di un futuro che può essere percepito come rovinoso. Anche l’incremento della popolazione carceraria riveste, quasi sicuramente, un’incidenza in termini di aumento dei gesti estremi, perché rende più aspre e difficili le condizioni di vivibilità. Crescita dell’affollamento ed insostenibilità della detenzione sono due fattori direttamente proporzionali. L’influenza sconvolgente che l’ambiente penitenziario esercita sull’individuo ristretto è, quindi, la fonte originaria alla quale bisogna risalire per meglio ispezionare i meccanismi che si susseguono nella mente di una persona calata in un mondo sconosciuto. Da tale disadattamento, si ramificano flussi negativi, destinati a trasformarsi in stati patologici veri e propri, che costituiscono un terreno fertile per il realizzarsi dei comportamenti anti-conservativi. Dal punto di vista operativo, lo spostamento del fuoco dalle variabili esclusivamente cliniche e personologiche, a quelle più sociologiche e di contesto, lascia intravedere una possibilità organizzativa concreta che può, ad esempio, consentire di utilizzare meglio le figure professionali di aiuto, indirizzando e concentrando il loro contributo nei confronti delle persone che esprimono con l’auto-lesionismo un disagio esistenziale profondo [10].

Una vera presa in carico presume il riconoscimento di una storia, di una dignità, di un progetto di vita attraverso azioni che contrastino un gesto di autooffensività o in ultima ipotesi, di silenzio estremo. Il recente e preoccupante incremento di atti di auto-lesionismo riscontrato nelle carceri impone, in termini di assoluta urgenza e priorità, un allertamento delle Direzioni con riferimento all’intensificazione dei controlli e dell’attenzione nei confronti di tutti quei soggetti che possono classificarsi a rischio [11]. Al fine di arginare i possibili fattori che sono alla base degli atti auto-lesivi compiuti nella prima fase detentiva, in determinati istituti, sono state delineate alcune linee guida che prendono in considerazione l’ambiente e le misure terapeutiche, come strumenti di monitoraggio e protezione di tale fenomeno [12].

In ordine al primo punto, si sottolinea l’esigenza di migliorare le condizioni generali detentive (cibo, igiene), di agevolare le relazioni umane, i contatti con il mondo esterno e di incrementare la sorveglianza. Le misure terapeutiche, invece, mirano a trattamenti psichiatrici personalizzati, disponendo, eventualmente, l’aggiunta di un gruppo di volontari che proponga progetti psico- educativi. I programmi preventivi presumono una prima valutazione da parte dello staff multi-disciplinare che deve essere ferrato in tema di fattori di rischio e realizzare una valutazione di tale fenomeno sui nuovi giunti. Affinchè la prospettiva possa essere efficace, deve avvenire entro le prime ore dall’entrata, seguita da una successiva valutazione a breve distanza. L’accoglienza è, infatti, fondamentale per evitare che vengano poste in essere scelte estreme. Dato che in alcuni carceri, l’insufficienza di risorse e l’alto turn-over rendono quasi impossibile la valutazione di tutti i detenuti, si seguono dei parametri standard volti ad individuare il rischio auto-lesivo, quali presenza di: uno stato di tossicodipendenza; un alto livello di vergogna, colpa e preoccupazione per l’arresto e la carcerazione; disperazione e paura per il futuro; segni di depressione e attualità di pensieri riguardo il suicidio; pregressi problemi di salute mentale. Attualmente, l’aliquota del personale sanitario, educativo e di polizia penitenziaria è nettamente inferiore rispetto alla popolazione ristretta. Con un tale rapporto di forza, il tentativo di prevenire e ridurre l’auto-aggressività, passa anche per il tramite di una migliore distribuzione del personale, il cui operato deve essere indirizzato a ben precisi risultati. Oltre il 92% dei casi, infatti, è riferito a comportamenti che non indicano vere e proprie volontà auto- aggressive, in quanto l’ineluttabile determinazione ad auto-sopprimersi rappresenta una condizione di difficilissima prevenzione [13].

Gli istituti di dimensioni medio-grandi vedono sovra rappresentate le condotte auto-lesive, in quanto le ampie strutture non favoriscono i livelli qualitativi di relazione, risultando così poco efficaci nel contenimento dell’ansia reattiva. Diretta ed immediata conoscenza delle persone e del loro atteggiamento, minore promiscuosità e turn-over sono tutti elementi che attivano un rapporto interpersonale ed una maggiore attenzione. Tali condizioni non sono di facile realizzazione negli istituti di maggiore capienza, ove il flusso è vorticoso e non consente, spesso, neppure il tempo di conoscere le persone in ingresso. Un altro dato di notevole rilievo è che l’auto-aggressività è posta prevalentemente in essere da persone non condannate definitivamente, che vivono una condizione di insicurezza e di attesa rispetto al futuro e ciò può costituire elemento di angoscia esistenziale. L’ingresso in carcere comporta un impatto stressante, se solo di pensa che la maggior parte dei suicidi viene registrata nei primi novanta giorni di detenzione ed in particolare nella prima settimana. Si parla di un vero e proprio effetto ingresso, che si può desumere dall’andamento delle condotte auto-aggressive, che decrescono nel corso del primo anno dal momento dell’entrata. La polizia penitenziaria ha il preciso onere di tutelare il diritto alla salute dei soggetti che ha in custodia; tuttavia, può capitare che la mancata reiterazione degli episodi reattivi generi una riduzione della sorveglianza. Di conseguenza, l’auto-lesionismo non dovrebbe essere percepito come diffusissimo e di difficile approccio, ossia come caratteristica ineliminabile della pena detentiva [14].

Altro errore è di legare tale fenomeno esclusivamente alle condizioni psicologiche del soggetto, senza tener conto delle altre variabili presenti nel contesto del penitenziario. Una possibile attività preventiva dovrebbe avere più attenzione alla strutture e ai beni in uso all’interno del contesto detentivo. Alla luce della paventata carenza di organici a disposizione, devono essere attivati gli interventi più opportuni, senza ricorrere in modo indifferenziato alle risorse. Oltre le carenze strutturali, vanno annoverate altre condizioni ampiamente riscontrate tra i vissuti degli autori delle condotte auto-aggressive, quali: la promiscuità tra soggetti con diversa posizione giuridica, l’affollamento detentivo in strutture degradate, lo scarso livello relazionale con gli operatori. Tali presupposti possono dipendere da scelte organizzative sbagliate. In primis, le indicazioni impartite nelle prime fasi della detenzione andrebbero estese a tutto il corso della carcerazione.

Oggi, soprattutto nei grandi istituti, risulta veramente difficile operare in un contesto talmente eterogeneo da costringere molti operatori ad interventi generici ed indifferenziati e, come tali, spesso inefficaci. La predisposizione di regimi differenziati consentirebbe la concentrazione di risorse in ragione di bisogni ed esigenze diversi. Analogamente, un maggiore approfondimento sulle motivazioni della persona potrebbe meglio indirizzare il tipo di approccio professionale necessario, con un impiego razionale delle risorse da parte dell’Amministrazione Penitenziaria. Lo stato psico-fisico va tenuto costantemente sotto osservazione; in particolare, le indicazioni dello psicologo sono fondamentali per la tipologia di vigilanza da attivarsi. L’auto-lesionismo, in molti casi, è praticato anche a scopo di protesta contro l’istituzione o l’autorità e per attirare l’attenzione degli operatori.

Soggetti particolarmente fragili, per diversi motivi, possono, infatti, mettere in atto gesti inconsulti. L’osservazione della personalità, il contributo di tutto il personale e in particolare della polizia penitenziaria sono finalizzati a prevenire tentativi di auto- soppressione. In tal senso, va comunicato qualsiasi cambiamento nei normali comportamenti e nell’umore del soggetto, osservato direttamente o anche riportato dagli stessi compagni di detenzione; la comunicazione in tali casi è rivolta a tutto il personale, di ogni ruolo e qualifica. Supponiamo il caso in cui venga disposta la sorveglianza a vista, che si sostanzia in un’attività di osservazione e di controllo nelle 24 ore mediante la predisposizione di un servizio a turno, nel quale il personale si alterna nel costante ed ininterrotto controllo visivo dei movimenti compiuti dal detenuto all’interno della camera detentiva. Sarebbe opportuno che il provvedimento che dispone tali servizi indichi analiticamente le modalità di svolgimento dello stesso ed i comportamenti da assumere in caso di comportamento sospetto del detenuto. Qualora, invece, ciò non dovesse accadere, si ritiene di fondamentale importanza l’intervento del Comandante e degli Ispettori a capo delle Unità Operative, i quali dovrebbero erudire il personale al fine di effettuare il servizio nel modo più efficace possibile, fugando qualsiasi dubbio o difficoltà interpretativa in merito alle prescrizioni imposte.

Naturalmente, è compito del Comandante di Reparto, predisporre, le linee guida da seguire durante il compimento di tale attività, scegliendo operatori con spiccate doti di osservazione e motivandoli adeguatamente in merito alla tutela dell’incolumità della persona. Questi, infatti, rappresentando la figura professionale maggiormente competente a conoscere la situazione all’interno delle sezioni, riveste un ruolo decisivo nell’assegnazione del nuovo giunto nei reparti detentivi. In effetti, rilevata la possibilità di rischio suicidario in capo a quest’ultimo, deve attivarsi un meccanismo coordinato dal Comandante di concerto con l’Autorità Dirigente dell’istituto, al fine di individuare la collocazione più idonea ad evitare che il soggetto ponga in essere un gesto estremo. A ciò va aggiunto l’impiego di personale di comprovata esperienza e forte capacità di dialogo e osservazione.

E’, inoltre, cura del capo dell’Area Sicurezza chiedere ai propri collaboratori dei periodici rapporti che mostrino in modo esaustivo il quadro della situazione, al fine di poter scongiurare l’evento critico. Si rammenta, in ogni caso, che tali rapporti dovrebbero pervenire in un contesto di integrazione e circolarità di informazioni tra la varie Aree, affinchè vengano intensificati i colloqui con il soggetto a rischio e prese le determinazioni ritenute più valide. Un’ elevata commistione tra le varie figure professionali genera un’efficace perseguimento della comune mission istituzionale. Fondamentale per la realizzazione del progetto risulta essere, infatti, la partecipazione congiunta degli operatori e la condivisione delle linee guida del lavoro di gruppo. I tentativi di suicidio più frequenti avvengono, generalmente, tramite l’impiccagione: gli strumenti comunemente usati sono strisce di lenzuola, cinte di pelle, di accappatoio e stringhe di scarpe.

L’auto-lesionismo viene effettuato anche tramite ferite profonde che portano al dissanguamento (a mezzo di lamette o pezzi di vetro), overdose da psicofarmaci, eventualmente accumulati e sfuggiti al controllo, assunzione di sostanze nocive, in qualche modo venute in possesso del soggetto, ingestione di lamette o batterie; addirittura alcuni soggetti tentano di sopprimersi “dandosi fuoco” oppure cercano di soffocarsi utilizzando sacchetti di plastica o aspirando il gas contenuto nelle bombolette dei fornellini da campo, dei quali è consentito ’uso nelle stanze. Gli interventi del personale, nel caso il soggetto riesca a porre in essere tali atti, vanno coordinati ed eseguiti con le cautele necessarie in relazione al pericolo da affrontare, al tipo di tentativo attuato, alle precauzioni di tipo sanitario. Il Comandante deve organizzare le operazioni di soccorso con un numero di unità adeguato, munendo le stesse eventualmente di tute di protezione, mascherine, estintori, lacci emostatici e guanti. E’ evidente che il primo dovere del poliziotto, preposto alla vigilanza, è di intervenire tempestivamente per impedire le estreme conseguenze, dando subito l’allarme, informando i superiori gerarchici e il personale medico.

Anche il ritardato o mancato soccorso può configurare responsabilità di carattere disciplinare e penale. In caso di fallimento del tentativo, il Comandante, previa consultazione con lo psicologo, puòdisporre ulteriori misure di protezione per il soggetto, privandolo di qualsiasi cosa con la quale possa ripetere il gesto, eventualmente sottoponendolo a osservazione costante del personale medico, in apposito reparto e a sorveglianza a vista del personale di polizia penitenziaria. In ogni caso, al fine di garantire l’incolumità dell’utenza, è sempre bene che la polizia penitenziaria effettui una vigilanza mirata alle caratteristiche e particolarità della sezione, con riferimento alla tipologia dei nuovi giunti e alla loro pericolosità potenziale, nonchè alle qualità strutturali. Il Comandante ha il compito di sensibilizzare il personale in ordine ai propri compiti istituzionali, onde evitare che situazioni “abitudinarie” possano ridurre il normale livello di attenzione. In tal senso, l’operatore ha il dovere di rispondere sempre alle chiamate dei ristretti, purchè non siano ripetute per futili motivi; aprire le stanze, laddove si appalesino situazioni d’urgenza (tentativo di impiccagione) e dando, comunque, l’allarme con i mezzi a disposizione.

La polizia penitenziaria deve esercitare, nel rispetto dei relativi ordini di servizio, l’opportuna vigilanza soprattutto in casi particolarmente delicati, quali isolamento, grande sorveglianza e sorveglianza a vista, che richiedono un maggior grado di impegno. In merito ai suddetti servizi, infatti, sono istituiti registri delle consegne separati, che devono essere sottoscritti dal personale, ad ogni cambio turno, e che vengono supervisionati dall’Ispettore responsabile del settore, che ne cura gli aggiornamenti. A tale proposito, la vigilanza va incrementata proprio nel corso di momenti critici, successivamente dopo e nelle ore notturne, eseguendo più frequenti “giri” di controllo e prestando attenzione ad ogni rumore sospetto. Il Comandante e i responsabili di settore esercitano la supervisione sulle modalità operative degli appartenenti ai ruoli inferiori, non solo a scopo di verifica e valutazione, ma anche come supporto e riferimento costante, per fornire ogni utile indicazione sul servizio da svolgere, su eventuali dubbi, nonché correggere le unità che presentino lacune nel lavoro prestato, indirizzandole al più idoneo atteggiamento professionale. Tale supervisione ha il suo fondamento nel lavoro di coordinamento e di trasmissione delle disposizioni dell’Autorità Dirigente al personale al quale sono destinate.

Il Comandante può stimolare la motivazione della Polizia Penitenziaria a tale progetto anche attraverso il coinvolgimento in appositi corsi di formazione. Del resto, il consolidarsi di un sistema ove i detenuti hanno precisi interlocutori con cui interfacciarsi esalta lo stesso operato della polizia penitenziaria, che, senza mai svincolarsi dai compiti istituzionali connessi alla sicurezza, risulta ampiamente coinvolta nelle attività di reparto, fornendo preziose informazioni sulla tipologia detentiva, ivi ristretta. Emblematica, in proposito, risulta la diminuzione degli eventi critici sul piano dell’ordine interno, registrati durante le prime fasi di permanenza negli istituti ove il personale si attenga alle predette indicazioni [15]. All’interno delle strutture penitenziarie, che si differenziano per tipologia di utenza e finalità del contenimento, cooperano figure professionali molto diverse tra loro, per formazione, metodi e strumenti di intervento [16]. La loro finalità più ampia consiste nella progettazione e realizzazione di trattamenti qualitativi, calibrati in relazione alle specificità personali e alla storia giudiziaria e penitenziaria pregressa dei soggetti che giungono in istituto [17]. L’individualizzazione del trattamento non può, dunque, prescindere da una conoscenza il più possibile completa dei destinatari dell’intervento, realizzata attraverso l’osservazione scientifica della personalità. Il senso del lavoro interprofessionale sta nell’intraprendere un percorso comunicativo che nasca dall’esplicitazione delle specificità professionali, per arrivare a costruire un linguaggio di condivisione delle informazioni provenienti dai diversi punti di vista. Ulteriore obiettivo è quello di comprendere i bisogni individuali attraverso una lettura interdisciplinare che consenta di monitorare costantemente l’effettiva realizzazione degli interventi e l’eventuale necessità di modifica delle linee programmatiche [18].

Il primo fine è quello relativo all’eliminazione delle disfunzioni organizzative e dei disservizi, che derivano dalla comunicazione poco funzionale tra gli operatori che si inter-facciano con il detenuto, all’atto di ingresso in istituto. In merito al servizio prestato dal personale di Polizia Penitenziaria, uno degli scopi di più difficile realizzazione è quello che mira ad educare ad una mentalità lavorativa improntata più al processo lavorativo che ad una singola attività, laddove si tende, per mancanza di tempo, a seguire solamente un segmento del processo di lavoro e a tralasciare il risultato finale. In tal senso, emerge la necessità da parte del Comandante di Reparto di stimolare la propensione al raggiungimento degli obiettivi, anche attraverso attività formative che rafforzino l’interiorizzazione dei messaggi trasmessi nelle ordinarie Conferenze di servizio. I risultati raggiunti collettivamente devono, quindi, rappresentare motivo di orgoglio individuale. Questa tappa necessita di una fase, da curare quotidianamente, di estrinsecazione delle soluzioni da raggiungere, in modo da segnalare al personale la meta, il percorso e i tempi di percorrenza. Indicare la meta al poliziotto che ogni giorno varca la soglia del carcere, può costituire un ottimo antidoto contro l’insano virus della demotivazione, e avviare il processo, da sempre auspicato, di identificazione con l’organizzazione, con la mission e i suoi valori.

La responsabilizzazione del personale mira a stimolare una maggiore sensibilità per gli aspetti che attengono alle peculiarità dell’utenza che fa ingresso in istituto, superando la rigidità derivante dall’applicazione dei classici schemi custodiali. In riferimento all’operatività dello staff multi-disciplinare, considerando la sua accezione di servizio rivolto ad un’utenza che presenta specifiche e complesse problematiche, la sfida istituzionale sta nell’impegno assolto per promuovere la possibilità che il nuovo giunto utilizzi l’operatore per migliorare la propria condizione di vita. Il personale, infatti, partendo dalla consapevolezza della condizione di malessere connessa all’esperienza detentiva, dovrebbero realizzare interventi mirati ed attenti alla specificità del singolo nella prospettiva di un’effettiva presa in carico di tale disagio. La valenza del gruppo professionale sta, appunto, nella possibilità di attivare un intervento primario attraverso l’avallo di diversi livelli di competenza e l’impiego di risorse tecniche e personali. Il ragionamento fondato su una mente gruppale, se da un lato può appesantire il processo di gestione della presa in carico, dall’altro, l’arricchisce di contenuti attraverso un confronto costante e continuo fra tutte le figure professionali del carcere [19]. I detenuti sono più di 61mila in Italia, quasi due milioni in Europa, dieci milioni nel Mondo [20].

È interessante la riflessione sulla “resistenza” al carcere, cioè sul modo di contrastare quei processi che mettono la persona a dura prova, rendendo difficile la quotidianità detentiva. Esistono i cd. “fattori di resilienza” relativi alla capacità soggettiva di ritrovare rapidamente un equilibrio dopo l’evento negativo, che sono rimessi alle risorse del soggetto, alla progettualità individuale e alle sue capacità relazionali. Chi ha queste caratteristiche, è in grado di reggere meglio le dinamiche penitenziarie. Laddove la persona sia priva di tali risorse, è dovere dell’operatore attivare gli strumenti che rendano meno traumatico l’ingresso nella struttura. Non è il protrarsi della detenzione la causa prevalente del disagio, ma è essenzialmente l’impatto con il carcere, la mancata e pronta assuefazione allo stesso. Tuttavia, anche se i fattori più significativi sono riconducibili a persone vulnerabili e psichicamente labili, concorrono purtroppo quelli connessi alla insufficiente capacità di risposta dei servizi degli istituti in riferimento alle risorse sanitarie e trattamentali. Tali malesseri sono, inoltre, acuiti dal processo di istituzionalizzazione che caratterizza il carcere e che può essere sintetizzato nella “spoliazione di sé”, prodotta nei reclusi dalla separazione “dal loro ambiente originario e da ogni altro elemento costitutivo della loro identità”. Ad oggi, la composizione e la coesione della popolazione detenuta sono cambiate e ci si imbatte in soggetti più “fragili” che presentano un livello maggiore di solitudine. Con gli stranieri e i tossico-dipendenti si arriva quasi ai due terzi dei detenuti: fra questi vi è anche una percentuale rilevante di malati psichici.

È verosimile che, proprio per questa nuova popolazione, sia fortemente diminuita la coesione fra la stessa con riflessi sulla condivisione di quella che era la “cultura carceraria”. Si consideri il dilagante fenomeno dell’auto-lesionismo, i cui autori non costituiscono più oggetto di scherno dalla restante compagine ristretta, rappresentando al contrario degli esempi da emulare. È anche vero che, se pure in misura diversa sul territorio, i vecchi istituti sono stati, in parte rilevante, sostituiti con l’effetto che le camere detentive nascono singole e sono raddoppiate per il sovraffollamento. Tutti i settori che costituiscono l’istituto penitenziario devono essere integrati tra di loro nel perseguire l’unità degli intenti, trovando nella gestione del detenuto lo scopo dell’agire e, pur nelle differenti competenze, garantire l’armonizzazione dell’azione penitenziaria, orientandola alle priorità dettate dalla nostra Costituzione [21].

Del resto, la qualità dei servizi offerti ai ristretti è una conditio sine qua non per avere un clima sereno all’interno della struttura e consentire al personale di operare in tranquillità. In tal senso, diventa necessario mettere in campo tutte le conoscenze pedagogiche e le risorse struttura-li allo scopo di rendere il carcere una parentesi necessaria alla ricostruzione della persona nei suoi molteplici aspetti. Il contributo della polizia penitenziaria in tale percorso è fondamentale in quanto, vivendo ogni momento accanto al detenuto, può cogliere ogni aspetto della sua personalità operando una vera e propria attività di intelligence, affidata alla supervisione tecnica del Comandante di Reparto. A tal fine, è importante che questi crei la consuetudine di esaltare gli episodi che hanno visto un impegno particolare del personale di polizia penitenziaria. In proposito, si è dimostrato ampiamente, come le attività realizzate dai gruppi multi-professionali nei penitenziari presi in riferimento, abbia comportato risultati estremamente positivi. Oltre alla coesione delle figure professionali operanti negli istituti, si tende ad un sempre più elevato coinvolgimento del mondo esterno. Il carcere è lo specchio della società, la quale spesso si aspetta che tutte le situazioni meno accettabili vengano relegate lì e che sorgano sempre nuovi penitenziari, quali ultimi e soli baluardi che fungano da protezione dalla sua stessa violenza [22].

Il ricorso alla realtà esterna, invece, deve diventare un prezioso strumento di sostegno della persona che vive l’esperienza della detenzione e che consenta agli istituti di abbandonare qualsiasi forma di auto- referenzialità. Dato che i carichi di lavoro degli operatori non consentono, spesso, di procedere spediti verso la realizzazione degli obiettivi, le risorse umane esterne al carcere svolgono un ruolo chiave di raccordo e mediazione dei conflitti. Lo scopo di ogni operatore è, appunto, favorire percorsi che consentano di intraprendere in maniera costruttiva e responsabilizzata il periodo detentivo, attraverso l’oculata analisi dei bisogni di cui sono portatori coloro che solcano, specie per la prima volta, la soglia della prigione [23].

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

  • ARZONE R. Un impatto drammatico, in “Le due città”, novembre 2001
  • BACCARO L. - Morelli F. In carcere: del suicidio e di altre fughe, in “Ristretti orizzonti”BERTÈ F. Nuovi giunti. Racconti dal carcere, Editrice Monti
  • BRUNETTI C. - Ziccone M. Diritto penitenziario, Gruppo editoriale Esselibri - Simone, 2010
  • BUCARELLI A. - Pintor G.P. Morte e detenzione, in “Rassegna italiana di criminologia”, Edizioni Giuffrè, Milano, 1991 BUFFA P. Alcune riflessioni sulle condotte auto-aggressive poste in essere negli istituti penali italiani (2006 - 2007), in “Rassegna penitenziaria e criminologica”, n. 3, Nuova Serie, Anno XII, Settembre - Dicembre 2008
  • CANEPA M. - Merlo M. Il trattamento penitenziario nell’ordinamento vigente, in “Manuale di diritto penitenziario”, Giuffrè Editore Ceraudo F. Metodi adoperati in carcere per il suicidio, in “Principi fondamentali di medicina penitenziaria”, Pisa 1988
  • COCO N. Ipotesi per una riforma del servizio nuovi giunti. Bion, n. 1 - 3, dicembre 1997 CREPET P. Le dimensioni del vuoto e il suicidio giovanile, Edizioni Feltrinelli, Milano, 1993
  • DE LEO G. - Patrizi P. Le funzioni del trattamento e l’ottica dell’interprofessionalità, in “Psicologia giuridica”, Il Mulino - Aspetti della psicologia
  • DURKHEIM E. Il suicidio, Edizioni Utet, Torino, 1987 GIANFROTTA F. Gli obiettivi dell’Amministrazione Penitenziaria
  • IMBURGIA M.L. Il ruolo dello psicologo nel trattamento penitenziario, da “Esperienze sociali”, n. 83/2001
  • LAGANÀ E. Il disagio psicologico nella carcerazione. Il ruolo del volontario, in “Detenuti in attesa di giudizio - carcerazione preventiva e società” a cura di Seac Sicilia e Cesvop
  • MAROTTA G. Sondaggio d’opinione sul servizio nuovi giunti in una prospettiva di riforma. Bion, n. 1-3, 1997
  • PAGE S. Suicidio ed istituzioni totali, Londra, 1994 PAJARDI D. – Vagni M. Sistema penitenziario ed intervento della psicologia, in “Prospettive di psicologia giuridica”, Giuffrè Editore
  • PATETE D. Ingresso in Istituto, in “Manuale di diritto penitenziario”, Laurus Robuffo
  • POMPILI M. Il suicidio nelle carceri. II: la situazione italiana ed elementi di prevenzione, in “Psichiatria e Psicoterapia”, Psichiatria di comunità, 2006
  • RIGIONE S. – Roncato G. Per non morire di carcere, Edizione Angeli
  • SANNA N. Sindromi reattive alla carcerazione in “Trattato di criminologia, medicina criminologica e psichiatria forense” a cura di F. Ferracuti, Vol. XII
  • SERRA C. Psicologia Penitenziaria, Giuffrè 1999 Statistiche delle presenze negli Istituti penitenziari italiani, in “Fonte Dap, elaborazione Pianeta Carcere”
  • STENGEL E. Il suicidio e il tentato suicidio, Edizioni Feltrinelli, Milano, 1977
  • STURNIOLO I. Molteplicità soggettiva, in “Problematica pedagogica penitenziaria”, Edizioni Laurus Robuffo, Roma
  • TERRACINA G. Il fenomeno suicidario negli istituti penitenziari, in “Rassegna penitenziaria e criminologica”. Anno 2 - dicembre 1998


NOTE

nota 1 A tale proposito, l’art. 42 dell’Ordinamento Penitenziario, espressamente, richiama il principio della territorialità della pena, stabilendo che: nel disporre i trasferimenti deve essere favorito il criterio di destinare i soggetti in istituti prossimi alle residenze delle famiglie.

nota 2 F. TAGGI, R. TARTARELLI, G. POLIDORO, I. MANCINELLI, 1997.

nota 3 Circ. D.A.P. n. 3173/5623 del 07 aprile 1986. Suicidi ed atti di auto-lesionismo; circ. D.A.P. n. 3524/5974 del 12 maggio 2000. Atti di autolesionismo e suicidi in ambiente penitenziario. Linee guida operative ai fini di una riduzione dei suicidi nelle carceri; circ. D.A.P. n. 434312 del 18 dicembre 2008. Prevenzione dei suicidi e tutela della salute e della vita delle persone detenute e/o internate; circ. D.A.P. n. 32296 del 25 gennaio 2010. Emergenza suicidi. Istituzione di unità di ascolto di Polizia Penitenziaria.

nota 4 Circ. D.A.P. n. 3182/5632 del 21 luglio 1986. Tutela della vita e della salute delle persone detenute; circ. D.A.P. n. 2844 del 17 giugno 1997. Tutela della vita e della salute delle persone detenute. 

nota 5 I. STURNIOLO. Problematica pedagogica penitenziaria. 

nota 6 E. LAGANA’. Disagio psicologico nella carcerazione. Il ruolo del volontariato, in “Detenuti in attesa di giudizio. Carcerazione preventiva e società”. 

nota 7 Circ. D.A.P. n. 32296 del 25 gennaio 2010. Emergenza suicidi. Istituzione di unità di ascolto di Polizia Penitenziaria. Il dettato ministeriale contempla la creazione di unità dedite al sostegno psicologico del detenuto e composte da personale di Polizia Penitenziaria, componenti dell’Area Educativa ed esponenti del mondo esterno. 

nota 8 BECKER. Teoria dell’etichettamento trasposta in ambiente penitenziario. 

nota 9 M. DE PASCALIS. Come migliorare la conoscenza del detenuto. Un passo avanti sul piano dell’osservazione scientifica e del trattamento, in “Per non morire di carcere”. 

nota 10 P. BUFFA. L’attenzione al disagio psichico in carcere: dalla responsabilità formale al pragmatismo etico, in”Autonomie locali e servizi sociali”, 2003. 

nota 11 Circ. D.A.P. n. 2844 del 17 giugno 1997. Tutela della vita e dalla salute delle persone detenute. Atti di auto- lesionismo e suicidi in ambiente penitenziario; circ. D.A.P. n. 0434312 del 18 dicembre 2008. Prevenzione dei suicidi e tutela della vita e della salute delle persone detenute e/o internate. 

nota 12 M. POMPILI, C. FERRARA, P.M. GALEANDRO, V. NARCISO, C. OLIVIERI, C. CECCHITELLI, R. TARTARELLI. Suicidio nelle carceri, II. La situazione italiana ed elementi di prevenzione in “Psichiatria e Psicoterapia” (2006) 25, 4, 309-322. Psichiatria di Comunità.

nota 13 D. GONIN. Il corpo incarcerato, 1994. 

nota 14 P. BUFFA. Alcune riflessioni sulle condotte auto-aggressive poste in essere negli istituti penali italiani (2006-2007), in “Rassegna penitenziaria e criminologica” n. 3 del 2008. 

nota 15 Vedi al paragrafo 3.4 i discreti risultati raggiunti negli istituti penitenziari presi in considerazione circa la diminuzione dei fenomeni auto-soppressivi connessi all’ingresso in carcere. 

nota 16 C. SERRA, 1995. 

nota 17 G. DI LEO - P. PATRIZI. Le funzioni del trattamento e l’ottica dell’interprofessionalità. 

nota 18 G. DI LEO, 1995. 

nota 19 M.S. DI TULLIO D’ELISIIS. L’intervento penitenziario quale sfida professionale: competenze e contesti a confronto. 

nota 20 Dati International Centre for prison, Studies of King’s college, London. 

nota 21 Circolare D.A.P. n. 24103 del 20 gennaio 2011. Progetto di Istituto: evoluzione del Progetto Pedagogico. Linee di indirizzo per l’anno 2011. 

nota 22 L. Baccaro - F. Morelli. In carcere: del suicidio e di altre fughe, in “Ristretti orizzonti”. 

nota 23 Conferenza del Capo del Dap sui compiti di polizia giudiziaria della Polizia Penitenziaria. La specificità della polizia penitenziaria consiste nel “custodire” il bene prezioso affidato dalla Legge e che si identifica nella persona.