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La prevenzione dei suicidi in carcere - Quaderni ISSP Numero 8 (dicembre 2011)

Ministero della Giustizia
Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria

Istituto Superiore di Studi Penitenziari

Quaderni ISSP Numero 8 - La prevenzione dei suicidi in carcere
Contributi per la conoscenza del fenomeno

Dicembre 2011
 

8 - Il servizio ‘nuovi giunti’. L’insieme delle attività amministrative, assistenziali e tecnico-operative successive al primo ingresso in Istituto. Il rischio suicidario nei primi giorni di detenzione.
a cura di Giuseppe Laforgia - vicecommissario di polizia penitenziaria

abstract

Gli istituti penitenziari hanno l’obbligo di preservare la salute e la sicurezza dei detenuti, ed un eventuale fallimento di questo mandato può essere perseguito ai fini di legge. Infatti, in caso di morte di un soggetto detenuto, qualora l’autorità giudiziaria dovesse ravvisare negligenze, ritardi oppure omissioni nel comportamento del personale di Polizia penitenziaria, è possibile rilevare in questi casi una responsabilità penale per omicidio, a titolo di omissione colposa. Il rischio di suicidio di un detenuto rappresenta un forte fattore ansiogeno, sia per il personale di Polizia penitenziaria che per gli altri detenuti. Possono verificarsi forti emozioni di rabbia e proteste da parte degli altri ristretti, nei confronti del personale preposto alla sezione detentiva, per non aver scongiurato la comparsa dell’evento. Il personale di Polizia penitenziaria, a sua volta, potrà viversi profondi sensi di frustrazione, fino alla comparsa di disfunzioni psicosomatiche. E’ necessario quindi che il personale segua una specifica formazione, indirizzata agli aspetti preventivi del fenomeno, insieme agli operatori sanitari, in particolare nel delicato momento dell’accoglienza dei “nuovi giunti”.


1. Il fenomeno suicidario: considerazioni introduttive

Il fenomeno del suicidio, nel mondo, è in forte aumento e l’Organizzazione Mondiale della Sanità si trova a dover fare i conti con numeri di vittime che superano quelli dei conflitti bellici, del terrorismo e delle catastrofi naturali. Per la società e per la salute pubblica, prevenire e diminuire i casi di suicidio e di tentato suicidio è una sfida che si è concretizzata, nel tempo, attraverso studi di settore e con l’istituzione della giornata mondiale per la Prevenzione del Suicidio col fine primario di dare una dimensione di concretezza ai programmi e ai progetti di tutti. In Italia, pur esistendo una lunga tradizione di studi in materia di suicidiologia, la sottoscrizione e la partecipazione alla Giornata Mondiale è avvenuta da pochi anni. Attualmente l’Italia si attesta a metà della classifica mondiale, nel senso che il rischio di suicidio nel nostro Paese non assume mai, nell’andamento, dei picchi accentuati. Sul territorio italiano, inoltre, si è registrata negli anni una diversa dislocazione geografica del fenomeno Nel Meridione il suicidio è meno diffuso rispetto alle province del Nord-Est e dell’arco alpino, ma sono i più giovani a ricorrervi con maggior frequenza. Nel Centro si è constatato un tasso di suicidio molto più basso della media nazionale in tutte le province del Lazio e in quella dell’Aquila. In Sardegna, invece, tutte le province hanno raggiunto tassi altissimi tra i suicidi degli uomini con una percentuale che si attesta al 75% in più rispetto alla media nazionale. Il professor Pompili [1] afferma che la suddivisione dell’Italia in termini di percentuali di suicidio riflette differenze socio-economiche e culturali che possono ripercuotersi su molti aspetti legati al suicidio: dall’offerta dei servizi di cura e assistenza per pazienti affetti da disordini mentali fino alle possibilità offerte dal mercato del lavoro. 

Allo stesso modo influirebbe sulla tutela delle persone lo stato civile; l’essere coniugato, infatti, è stato riscontrato come fattore protettivo, nonostante significative differenze di genere. Cosa spinge un essere umano a togliersi la vita? Gli studiosi concordano con il fatto che non esista una singola causa, ma è una concomitanza di situazioni negative, o percepite come tali dall’individuo che ha preso la fatale decisione, che coinvolgono sia la sfera privata che il contesto sociale in cui il soggetto vive. Esiste sempre però un elemento scatenante, un dolore psicologico talmente insopportabile che il suicidio viene visto come unica possibilità di eliminare tale dolore.

2. I Detenuti rappresentano un gruppo ad alto rischio

Il suicidio è spesso la causa più comune di morte nelle carceri. Gli istituti penitenziari hanno l’obbligo di preservare la salute e la sicurezza dei detenuti, ed un eventuale fallimento di questo mandato può essere perseguito ai fini di legge. Infatti, in caso di morte di un soggetto detenuto, qualora l’autorità giudiziaria dovesse ravvisare negligenze, ritardi o omissioni nel comportamento degli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria, nulla osta alla possibilità di ravvisare in queste ipotesi una responsabilità pena-le per omicidio a titolo di omissione colposa. Un suicidio in ambiente carcerario può inoltre scatenare l’interesse dei mass media, e con facilità trasformarsi anche in scandalo politico. Ancora, il rischio di suicidio di un detenuto rappresenta un forte agente stressogeno per il personale di Polizia Penitenziaria e per gli altri detenuti. Infatti, le ripercussioni morali o materiali che può avere un fenomeno suicidario all’interno di un istituto penitenziario sono molteplici: dal sentimento di rabbia con conseguenti proteste degli altri detenuti nei confronti del personale addetto alla sezione detentiva per non aver posto in essere quei controlli necessari o tempestivi volti a scongiurare un tale evento fino alla sensazione di impotenza dello stesso personale che, in casi estremi, potrebbe somatizzare un simile avvenimento con ripercussioni anche gravi sul proprio stato di salute psico-fisica. Per queste ragioni un programma di prevenzione del suicidio e l’organizzazione di un servizio d’intervento efficace sono misure utili non solo per i detenuti ma anche per l’intero istituto dove questi vengono assegnati. E’ proprio in questo contesto che le istituzioni penitenziarie di tutto il mondo affrontano oggi con sempre maggior attenzione il problema della prevenzione del suicidio. [2] Come noto, gli ambienti detentivi si differenziano per i vari tipi di detenuti ospitati e per i contesti locali: condizioni giuridiche di attesa di giudizio, condanne brevi o lunghe, ambienti sovraffollati, ambienti con possibilità di lavoro, livello di igiene, situazione socioculturale, prevalenza di HIV/AIDS, livelli di stress e accesso ai servizi sanitari di base o ai servizi di igiene mentale. Ognuno di questi fattori può influenzare il tasso dei suicidi in vari modi: esistono tuttavia alcuni principi e pratiche fondamentali attraverso cui è possibile ridurre il numero di suicidi in ambiente carcerario. Considerati come gruppo, i detenuti hanno tassi di suicidio più elevati rispetto alla comunità, e vi sono dati che il numero di suicidi sia in aumento anche in aree dove il numero di detenuti è ridotto. All’interno degli istituti di pena non solo vi è un numero maggiore di comportamenti suicidari, ma gli individui che subiscono il regime di detenzione presentano frequenti pensieri e comportamenti suicidari durante tutto il corso della loro vita. I detenuti in attesa di giudizio e i detenuti condannati hanno un tasso di tentativo di suicidio rispettivamente di 7.5 e 6 volte maggiore degli uomini nella popolazione generale. Questi dati ci riportano anche a un problema di base riguardante le cause del suicidio in ambiente carcerario. da una parte, le persone che infrangono la legge portano con sè diversi fattori di rischio per il suicidio (“importano” il rischio), e tra loro il tasso di suicidio continua ad essere più elevato anche dopo la scarcerazione. Ciò non significa che l’ambiente detentivo non abbia un impatto nello sviluppo degli atti suicidari, e dall’altra parte è proprio quando questi individui vulnerabili sono all’interno dell’istituzione carceraria, e quindi raggiungibili, che andrebbero trattati. In più, la detenzione in sè per sè è un evento stressante anche per i detenuti “sani”, in quanto priva la persona di risorse basilari. Elenchiamo di seguito alcuni fattori di rischio individuali e ambientali che se presenti in qualsiasi combinazione potrebbero contribuire ad innalzare il rischio suicidario tra i detenuti:

Gli istituti di pena sono luoghi dove si concentrano gruppi vulnerabili che sono tradizionalmente tra quelli più a rischio, ovvero giovani maschi, persone con disturbi mentali, persone interdette, socialmente isolate, con problemi di abuso di sostanze, e con storie di precedenti comportamenti suicidari;

L’impatto psicologico dell’arresto e dell’incarcerazione, le crisi di astinenza dei tossicodipendenti, la consapevolezza di una condanna lunga, o lo stress quotidiano della vita in carcere possono superare la soglia di resistenza del detenuto medio, e a maggior ragione di quello a rischio elevato;

Non in tutti gli ambienti carcerari esistono procedure formali o regolamenti per identificare e gestire i detenuti con rischio suicidario. In particolare, anche dove viene eseguito lo screening per gli indicatori di rischio elevato, spesso non vi è un adeguato monitoraggio del livello di stress dei detenuti e quindi vi è poca probabilità di identificare situazioni di rischio acuto;

Anche laddove programmi o procedure adeguate sussistano, eventuali condizioni di sovraccarico lavorativo per il personale o il loro mancato addestramento possono talvolta impedire il riconoscimento dei segnali precoci di rischio suicidario; Gli istituti di pena possono essere esclusi dai programmi di igiene mentale di comunità, e avere dunque un limitato o assente accesso ai servizi psichiatrici. Premesso ciò, in alcuni istituti di pena sono stati avviati programmi di prevenzione del suicidio, ed in alcuni paesi sono state anche stabilite normative nazionali e linee guida per la prevenzione del suicidio nelle carceri.

All’implementazione di tali programmi sono seguite riduzioni significative del numero dei suicidi e dei tentativi di suicidio. [3] Anche se i dettagli di questi programmi variano a seconda delle risorse locali e delle necessità dei detenuti, determinati elementi ed attività sono comuni a tutti questi programmi e costituiscono la base per la conoscenza delle strategie più efficaci nel campo. Un primo passo verso la riduzione del numero di suicidi tra i detenuti è quello di creare un “profilo” in grado di identificare situazioni e/o gruppi ad alto rischio. Per esempio, la letteratura dimostra che i detenuti in attesa di giudizio si distinguono da quelli già condannati per alcuni importanti fattori di rischio. purtroppo in molti istituti questi diversi “profili” vengono confusi, e i diversi tipi di detenuti ospitati nella medesima istituzione. Profilo 1: nuovi giunti e detenuti in attesa di giudizio I detenuti in attesa di giudizio che commettono il suicidio in carcere sono generalmente maschi, giovani (20-25 anni), non sposati, alla prima incarcerazione, arrestati per crimini minori, spesso connessi all’abuso di sostanze. Solitamente al momento dell’arresto sono sotto l’effetto delle sostanze e commettono il suicidio nelle prime fasi della loro incarcerazione, spesso proprio nelle prime ore (a causa dell’improvviso isolamento, dello shock dell’incarcerazione, della mancanza di informazioni e delle preoccupazioni per il futuro). Le iniziative poste in essere a livello locale possono ridurre il rischio di suicidio prestando attenzione all’accoglienza, alle procedure della prima notte e agli adempimenti dell’Ufficio matricola, vale a dire ai momenti più delicati e traumatici cui vanno incontro i detenuti al loro primo ingresso in carcere. Un altro momento critico per i detenuti in attesa di giudizio è rappresentato dalle ore precedenti un’udienza in tribunale, specialmente quando si prevedono giudizi di colpevolezza e sentenze dure. Una grande quota dei suicidi nelle carceri avviene tre giorni prima di un’udienza in tribunale. inoltre, dopo 60 giorni di reclusione è stata riscontrata una sorta di esaurimento psicologico spesso chiamato “burn-out”. Profilo 2: detenuti condannati In confronto ai detenuti in attesa di giudizio, i detenuti condannati che commettono il suicidio in carcere sono generalmente più vecchi (30-35 anni), sono colpevoli di reati violenti e decidono di togliersi la vita dopo aver passato un certo numero di anni in prigione (spesso 4 o 5). Questi suicidi possono essere preceduti da conflitti con altri detenuti o con ’amministrazione, litigi in famiglia, separazioni o questioni legali come un’udienza persa o la negazione di misure alternative alla detenzione.

L’incarcerazione rappresenta la perdita della libertà, della famiglia e del supporto sociale, è paura di ciò che non si conosce, di possibili violenze psichiche e/o sessuali, incertezza e timore per il futuro, disagio psichico e sensi di colpa per il crimine commesso, paura e stress legati alle cattive condizioni ambientali. Con il tempo, l’incarcerazione porta stress aggiuntivi come il conflitto con l’istituzione, la vittimizzazione, le frustrazioni legali e l’esaurimento fisico e nervoso. Di conseguenza, il tasso di suicidio dei detenuti a lungo termine sembra crescere con la durata della pena. Gli ergastolani in particolare sembrano possedere un rischio molto elevato. I profili possono rivelarsi utili per identificare gruppi potenzialmente ad alto rischio che necessitano di monitoraggio e interventi nel tempo. Man mano che vengono implementati programmi di prevenzione del suicidio, i profili di alto rischio possono cambiare. Allo stesso modo, vi sono delle condizioni locali specifiche che possono variare il tradizionale profilo dei detenuti ad alto rischio. Ne consegue che i profilo suicidari dovrebbero essere utilizzati solo come un supporto per identificare gruppi o situazioni potenzialmente a rischio elevato.

Ove sia possibile, sarebbe opportuno elaborare dei profili che riflettano le condizioni locali, ed aggiornarli regolarmente per cogliere ogni eventuale cambiamento. I fattori di rischio non sono a prova d’errore e non dovrebbero essere utilizzati senza un’accurata valutazione clinica.

3. Le condotte auto aggressive negli istituti penali italiani.

L’autolesionismo in carcere è un fenomeno diffusissimo. Tanto da diventarne una delle caratteristiche strutturali. Decina di migliaia di casi che rendono percettivamente “normale”, purtroppo, immaginare il carcere come luogo ove le persone detenute si infliggono lesioni spesso anche mortali. [4] Dal 1987 l’Amministrazione Penitenziaria ha adottato direttive e disposizioni generali per costituire presidi per la prevenzione dei suicidi, soprattutto nelle prime fasi della carcerazione, e molte delle direzioni degli istituti di pena hanno sperimentato modalità d’intervento innovative.

Nel 2007 il D.A.P. ha nuovamente dettato regole d’accoglienza finalizzate, nelle intenzioni dichiarate, a ridurre gli effetti stressanti dell’impatto e i gesti auto soppressivi. Se a distanza di otre vent’anni si è sentito il bisogno di tornare sull’argomento questo è segno che il fenomeno rimane grave e sostanzialmente immutato. D’altra parte il suicidio è solo una delle condotte auto aggressive che caratterizzano il fenomeno che, peraltro, non si limita (seppur accentuato) ai momenti successivi all’ingresso in carcere ma è diffuso nel corso dell’intera carcerazione. Da queste semplici constatazioni deriva il bisogno di approfondire la questione e lo sforzo di non dare per scontato un fenomeno così tragico e complesso. Quali sono le cause di tale grave e cruenta realtà? Disperazione, sofferenza, tornaconto, patologia. Tutto questo declinato nelle individualità di migliaia di persone che vi ricorrono ogni anno.

Esistono delle regolarità, delle linee di tendenza che ci consentano di adottare idonee soluzioni per prevenire tali condotte? Sinteticamente Manconi e Boraschi [5]prospettano le seguenti considerazioni. In primo luogo in carcere ci si toglierebbe la vita con maggiore frequenza nei primi giorni e settimane di detenzione, e questo viene correlato all’impatto con l’ambiente carcerario e allo shock derivante che assumerebbe il significato di “fattore principale di precipitazione verso il gesto auto soppressivo”. In secondo luogo viene evidenziata la connessione tra gli eventi suicidari e l’affollamento degli istituti penali. L’aumento dei ristretti implicherebbe la conseguente diminuzione di spazi, il deterioramento delle condizioni igieniche e delle relazioni con lo staff e una maggiore difficoltà ad accedere alle opportunità ricreative, formative e lavorative.

Tutto questo genererebbe l’aumento del disagio e della sofferenza vera e propria, premesse per il passaggio all’atto dei più disperati. Un altro studio ha evidenziato che la diminuzione degli spazi e il deterioramento delle relazioni, associate alla scarsità di opportunità, sono effettivamente correlabili non solo con il suicidio ma, più in generale, con l’autolesionismo nelle sue varie manifestazioni e con la sua reattività disciplinare contro lo staff, e contro i compagni di detenzione. Quest’ultimo studio ha altresì dimostrato che tali fenomeni non si distribuiscono in modo differenziato nell’istituto penale, per quanto sovraffollato, bensì solo in alcune sezioni e reparti ove, mediamente, si trovano i detenuti meno dotati dal punto di vista delle capacità individuali e sociali e con minori risorse materiali a disposizione che, per questi motivi, hanno maggiore difficoltà a cogliere quelle limitate opportunità che il carcere offre. Non
sarebbe quindi il sovraffollamento in sé a far degenerare la situazione personale quanto la sua associazione con l’incapacità personale a procurarsi condizioni di vita migliori in un contesto di forte concentrazione umana. Un terzo elemento rilevato da Manconi e Boraschi è che una considerevole parte dei suicidi presi in considerazione potevano definirsi “suicidi annunciati” in quanto gli autori versavano obiettivamente in gravi o gravissime condizioni di depressione o avevano già posto in essere tentativi o minacce di suicidi.

Manconi giunge altresì alle conclusioni, sia nel lavoro congiunto con Boraschi, che in uno antecedente, che “si ammazza chi conosce il proprio destino e ne teme l’ineluttabilità e si ammazza, in misura appena meno rilevante, chi non ha la minima idea del proprio destino e ne teme l’imprevedibilità”. In altre parole i dati hanno evidenziato, tra i soggetti in questione, una quasi parità tra quelli condannati definitivamente e, al contrario, le persone ristrette in maniera cautelare, in attesa di rinvio a giudizio o, se rinviati, in attesa della sentenza di primo grado. Altro elemento indicato come saliente per la comprensione del fenomeno suicidale è il momento del gesto che parrebbe localizzarsi nelle prime settimane se non addirittura nei primissimi giorni della carcerazione. Sin qui le principali considerazioni frutto delle analisi prese in considerazione e finalizzate, in particolar modo, all’approfondimento del suicidio in carcere. E’ tradizione, infatti, indagare separatamente questa condotta rispetto al fenomeno auto lesivo più generale. Caglio e Piotti, tuttavia, nel ricordarci tale tendenza, sottolineano che la letteratura scientifica, da molto tempo, ha riflettuto sulle relazioni e la continuità tra le varie manifestazioni auto aggressive, sino a parlare di un “continuum di autodistruzione” che parte da quelle meno cruente sino a quelle autosoppressive.

La letteratura esaminata dagli Autori evidenzia come gli atti suicidali e quelli autolesivi differiscono profondamente tra loro rispetto alle loro motivazioni più profonde. Secondo questi Autori “il suicidio rappresenta infatti un’uscita attraverso la morte, un atto di fuga, mentre l’automutilazione è il tentativo di tornare ad uno stato di normalità, un atto patologico di rigenerazione. Mentre una persona che tenta il suicidio cerca di porre fine a tutte le sensazioni, con una fuga definitiva dalla sofferenza emotiva, chi si autoferisce cerca invece una soluzione per rimanere in vita e andare avanti, attraverso il sollievo temporaneo del disagio psicologico”. Interessante è l’affermazione secondo la quale l’autolesione servirebbe ad “interrompere” “stati di morte emotiva”. Prima di procedere oltre è necessario precisare che, per comodità espositiva, faremo riferimento alla definizione di condotta autolesiva per indicare l’azione autolesionistica che si sostanzia nel procurarsi lesioni sul corpo o nell’ingerire corpi estranei. Si utilizzerà, viceversa, il termine condotta astensiva per indicare la scelta dichiarata di non nutrirsi o assumere liquidi o farmaci o una combinazione di tali condotte.

Più in generale si impiegherà il termine di condotta auto aggressiva per indicare, in modo differenziato, l’insieme di tutte le condotte prese in esame. Sul territorio nazionale gli istituti penitenziari differiscono in maniera rilevante tra loro rispetto alle loro caratteristiche strutturali. Questo è dovuto al fatto che il patrimonio edilizio penitenziario è frutto di una progressiva implementazione che fa riferimento a momenti storici molto diversi tra loro, caratterizzati da filosofie e finalità penitenziarie diverse e, quindi, da esigenze architettoniche tra loro dissimili.

Coesistono, quindi, piccoli istituti con capienza ridottissime, nella misura di poche unità e grandi istituti metropolitani; istituti progettati per una detenzione più custodiale ed altri più rivolti ad attività trattamentali. Questa semplice ed ovvia constatazione, sommata ad altre variabili, determina che la vita detentiva assume condizioni molto diverse a seconda dell’istituto in cui viene vissuta. In tal senso, si sono classificate cinque tipologie di strutture: gli istituti molto piccoli con capienza al di sotto delle 100 unità; piccoli con capienza comprese tra 100 e 300 unità; grandi con capienze comprese tra 500 e 700 unità ed infine istituti molto grandi con capienza superiori alle 700 unità. Premesso ciò, gli istituti classificati come molto grandi risultano mediamente caratterizzati da una proporzione inferiore di suicidi, tentati suicidi e comportamenti astensionistici mentre risultano più rappresentate le condotte auto lesive rispetto al dato medio nazionale rispetto al totale degli eventi. I grandi istituti vedono una proporzione mediamente sovra rappresentata di suicidi e di condotte auto lesive. L’insieme degli istituti medi si caratterizzano per una composizione di eventi che vede sottorappresentate le categorie dei suicidi e dell’autolesionismo e, viceversa, un’incidenza media più elevata dei tentativi di suicidio, e delle condotte astensionistiche.

Nel gruppo di istituti classificati come piccoli e molto piccoli l’incidenza dei suicidi e delle condotte astensionistiche supera la proporzione media nazio113
nale. Negli stessi istituti sono sottorappresentate le condotte auto lesive mentre, per quanto riguarda i tentati sucidi i dati evidenziano una proporzione superiore a quella nazionale negli istituti piccoli e decisamente inferiore in quelli molto piccoli. Mediamente la ripartizione percentuale tra i diversi tipi di condotte nell’ambito delle diverse dimensioni degli istituti appare relativamente stabile. La quota dei suicidi è leggermente superiore nei grandi e nei piccoli istituti. Negli istituti medi sono sovra rappresentati i tentativi di suicidio. Le condotte auto lesive lo sono negli istituti molto grandi e grandi così come le condotte astensive lo sono negli istituti molto piccoli. La maggior parte dei protagonisti delle condotte esaminate non era ancora stato destinatario di una condanna definitiva. Il 56,4% del campione, infatti, risulta ristretto in istituto con una misura non definita o con una posizione giuridica mista. Di converso, la percentuale di soggetti ristretti in misura cautelare o soggetti a condanne non ancora definitive risulta essere mediamente pari al 46,8% del totale dei presenti.

Il dato rappresenta la media tra le registrazioni effettuate al 30 giugno 2006 e quelle riferite al 30 giugno 2007 a cura dell’Ufficio per lo sviluppo e la Gestione del Sistema Informativo Automatizzato – Sezione statistica del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Rispetto alle modalità con le quali sono state poste in essere le condotte, si registra che la quasi totalità dei casi di suicidio e di tentato suicidio, 585 casi nel complesso, comporta l’impiccamento (87,6%) o l’inalazione di gas anche se in misura decisamente inferiore (7%).

Caglio e Piotti affermano che circa la metà dei suicidi sia nella società libera che all’interno degli istituti di pena non è associata ad alcun tentativo precedente. I dati della ricerca delineano una serie di evidenze di varia natura. La prima che pare opportuno sottolineare si riferisce alla distribuzione dei casi, sia a livello nazionale che locale. Come abbiamo già riferito si sono rilevati alcuni distretti che, proporzionalmente al numero degli ingressi “ esprimono” livelli di auto aggressività maggiori di altri. A livello locale si verifica agevolmente una concentrazione di casi in alcune parti degli istituti mentre altre sezioni ne sono esenti o rappresentano casi sporadici. La letteratura esaminata è orientata a ritenere l’auto aggressività, in tutte le sue manifestazioni, una risposta differenziata a stati di profondo disagio. Le condotte auto aggressive sono suddivisibili in due grandi classi; la prima che raggruppa i tentativi, riusciti o meno, di auto soppressione, e una seconda caratterizzata da una auto aggressività finalizzata alla riduzione della tensione senza, per questo, rappresentare una vera e propria volontà di morte. In un caso come l’altro gli Autori esaminati tratteggiano i caratteri dello stato di stressante condizione che, in vario modo, caratterizza il contesto ove maturano le condotte in esame e coniano una definizione di particolare efficacia: la morte emotiva.

Tale definizione evoca condizioni di vita emotivamente stressanti che non possono essere estranee alla storia personale del soggetto ma che, sicuramente, sono anche influenzate da un contesto detentivo, fisico e relaziona-le, che amplifica la terribile sensazione di angoscia interiore che innesca un abnorme processo difensivo di sfogo auto aggressivo o, decisamente e drammaticamente, la scelta di fuga autosoppressiva. La seconda evidenza che pare opportuno sottolineare riguarda l’incidenza del fenomeno nel suo complesso. La quota degli autori oltrepassa di poco il 6% del totale dei soggetti detenuti e il livello medio di recidiva non pare particolarmente alto. Viceversa è molto probabile che le dimensioni ridotte di altri istituti facilitino un maggior livello quanti – qualitativo di relazione, risultando così più efficaci nel contenimento dell’ansia reattiva. Essere straniero non pare correlabile con condotte di questo genere ad eccezione dell’autolesionismo. La tossicodipendenza è sottorappresentata rispetto a tutte le forme auto aggressive. L’età parrebbe giocare un ruolo nel senso che il livelli di auto aggressività è maggiore nella categoria degli adulti, con particolare riguardo alle condotte più gravi. Solo l’autolesionismo sfugge a questa tendenza. Sia i minori che i giovani adulti ricorrono a tale condotta in misura maggiore che gli adulti. Quest’ultima condotta è marcatamente più legata a soggetti che risultano essere disciplinarmente più irrequieti. Un altro dato di notevole rilievo, che conferma quanto già riportato in letteratura, è che l’auto aggressività è posta prevalentemente in essere da persone non condannate definitivamente. Tali soggetti, infatti, vivono una condizione di insicurezza e di attesa rispetto al futuro e questo può costituire elemento di angoscia esistenziale.

Pur non essendo riusciti a verificare l’effettivo legame con l’esterno, si è tuttavia analizzato il rapporto intercorrente tra le condotte esaminate e lo stato civile dei loro autori. Rimane indubbio che le posizioni affettivamente più forti e stabili, almeno formalmente, ovvero quelle di coniugato e convivente, rappresentano, all’incirca, un terzo del totale degli autori. L’ingresso in carcere comporta un impatto stressante e si comporta quale elemento rilevante nella genesi delle condotte in questione, se solo si pensa che poco più di un quarto dei suicidi si è registrato nei primi novanta giorni e la metà di quelli registrati in questo lasso temporale sono avvenuti nella prima settimana. Che di effetto di ingresso si possa parlare lo si desume anche dall’andamento nel tempo delle altre condotte auto aggressive.

Tutte, invariabilmente, decrescono quasi geometricamente nel corso del primo anno dal momento dell’ingresso. Le condotte suicidiarie e i tentativi autosoppressivi non sono preceduti da condotte auto aggressive e questo fatto, non facilita l’attività prognostica che, infatti, nella pratica risulta spesso inefficace. Riguardo, poi, le modalità e gli strumenti adottati, possiamo affermare che sono di certo tra di loro connessi, nel senso che sono dipendenti dalle condizioni strutturali di detenzione. Questo dato conforta perché lascia intravedere una possibile attività preventiva se solo si immagina una più puntuale attenzione alle strutture e ai beni in uso all’interno del contesto detentivo. Questo potrebbe probabilmente modificare le modalità adottate ma anche limitare la possibilità di procurarsi lesioni di varia natura e gravità. Da sola tale attenzione non potrà avere effetti decisivi se non è contestualmente accompagnata da altri interventi preventivi, sia strutturali che individuali, che mirano alla limitazione dei fattori scatenanti l’angoscia esistenziale.

4. Addestramento del personale di Polizia Penitenziaria e screening dei “nuovi giunti”: l’attuale politica preventiva

Tutti gli istituti di pena, indipendentemente dalla grandezza, dovrebbero avere un programma di prevenzione per il suicidio che sia applicabile e completo, la cui organizzazione e predisposizione spetta, prima ancora che al personale che si occupa della custodia, alle autorità amministrative dei penitenziari stessi. La componente essenziale di ogni programma di prevenzione [6] del suicidio dovrebbe senz’atro essere e, al momento almeno in Italia sembra finalmente esserlo, l’addestramento del personale di custodia che indiscutibilmente costituisce la colonna portante di ogni istituto di pena. Nella realtà dei fatti, il personale sanitario, gli psichiatri o altri professionisti che lavorano negli istituti di pena raramente si trovano in grado di prevenire un suicidio, perché spesso questi vengono tentati proprio nelle camere detentive durante le ore notturne o nei fine settimana, quando i detenuti sono generalmente fuori dal controllo del personale fisso di un eventuale programma. Questi eventi, dunque, dovrebbero essere prevenuti dagli agenti, che saranno addestrati per la prevenzione dei suicidi e saranno divenuti più attenti nei confronti dei detenuti sotto la loro custodia. Gli agenti sono spesso le uniche figure disponibili 24 ore la giorno; quindi formano la prima linea di difesa nella prevenzione del suicidio. Gli agenti, come il personale sanitario e quello psichiatrico non saranno adeguatamente in grado di identificare il rischio, effettuare una valutazione, né tantomeno prevenire un suicidio, se non saranno stati prima addestrati. Pertanto, nel nostro Paese, sia gli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria sia il personale sanitario che quello psichiatrico dovrebbero essere sottoposti ad un addestramento iniziale e a corsi di aggiornamento con frequenza annuale. Tutto il personale, ad esempio, dovrebbe essere addestrato all’utilizzo delle varie equipaggiature d’emergenza collocate in istituto. Si dovrebbero prevedere, sia nell’addestramento iniziale che negli aggiornamenti successivi, anche delle esercitazioni di “falso allarme”, per assicurare una pronta risposta in caso di tentativo di suicidio. Una volta effettuato l’addestramento degli agenti e favorita la loro dimestichezza con i principali fattori di rischio suicidario, il passo successivo sarebbe l’implementazione di uno screening istituzionale dei nuovi giunti. Visto che i suicidi in carcere avvengono per la maggior parte nelle prime ore consecutive all’arresto e nelle primissime fasi della detenzione, lo screening dovrebbe, per essere efficace, andrebbe effettuato proprio a ridosso dell’ingresso nell’istituzione. In realtà, un detenuto dovrebbe essere sottoposto a screening sia all’ingresso sia ogni volta che cambiano le circostanze e/o condizioni di detenzione. Spesso vi è un numero insufficiente di personale psichiatrico nelle carceri; quindi c’è bisogno di individuare semplici indicatori di rischio in modo che gli agenti stessi siano in grado di completare il processo di screening. Ove le risorse lo permettano, lo screening per il suicidio potrebbe essere effettuato nel contesto di una valutazione medico-psicologica, condotta da professionisti. Laddove invece lo screening sia effettuato a carico degli agenti, si dovrebbe prevedere un addestramento appropriato, e dovrebbe essere fornita loro una lista di domande che li aiuti a valutare l’entità del rischio suicidario. Ad esempio, nel contesto di una valutazione all’interno del carcere, una risposta affermativa ad una o più delle seguenti domande può indicare un rischio di suicidio maggiore, e quindi la necessità di un ulteriore intervento:

  • Il detenuto è in stato di intossicazione da sostanze e/o ha un passato abuso di sostanze;
  • Il detenuto esprime livelli insoliti di vergogna, colpa e preoccupazione per l’arresto e l’incarcerazione;
  • Il detenuto ammette di avere al momento pensieri riguardanti il suicidio (sbagliato credere che non si debba domandare ad una persona se pensa, in quell’istante, di volersi suicidare perché ciò potrebbe indurlo all’azione);
  • Il detenuto in passato è stato in trattamento per problemi psichiatrici;
  • Il detenuto soffre attualmente di un disturbo psichiatrico, o si comporta in maniera insolita e strana , per esempio se ha difficoltà di concentrazione, parla da solo o sente delle voci;
  • Il detenuto ha già tentato una o più volte il suicidio, e/o afferma che il suicidio al momento è una soluzione possibile;
  • Il detenuto afferma di avere attualmente piani suicidari (da prendere in considerazione anche i contatti con i familiari ed altri detenuti vicini);
  • Il detenuto riferisce di avere poche risorse interne e/o esterne di supporto;
  • L’agente che ha arrestato e/o tradotto il detenuto lo ritiene a rischio di suicidio;
  • Dal registro emerge che il detenuto ha già avuto in passato un rischio suicidario.

Una lista di questo tipo è parte importante di un programma di prevenzione del suicidio, per vari motivi:

  • Fornisce al personale domande strutturate su alcune aree fondamentali indagate;
  • Quando c’è poco tempo per condurre una valutazione più approfondita, fornisce un pro-memoria per il personale impegnato;
  • Facilita la comunicazione tra gli agenti e gli operatori sanitari e psichiatrici;
  • Rappresenta una documentazione legale che il detenuto è stato sottoposto a screening per valutare il rischio suicidario all’ingresso in istituto e quanto le condizioni siano cambiate.

Anche quando la valutazione è condotta dal personale medico, rimane comunque importante utilizzare una serie di domande strutturate, per le stesse ragioni.

Ogni volta che viene identificato un rischio elevato di suicidio, questa informazione dovrebbe essere inserita nella cartella personale del detenuto, in modo che le informazioni vengano passate al personale del turno successivo, o a quello dell’istituto in cui il detenuto eventualmente sarà trasferito. In caso di screening positivo, il personale medico dovrebbe visitare il detenuto nel più  breve tempo possibile. Purtroppo, ci sono solo informazioni limitate sui potenziali fattori protettivi dal suicidio, dati che potrebbero in realtà facilitare  l’identificazione del rischio e renderla più accurata. Le procedure di screening, seppur importanti, rappresentano solo una piccola parte di un programma di prevenzione del suicidio negli istituti di pena. Quello che uno strumento di screening può dare è l’informazione al personale sanitario che un particolare detenuto in un certo momento della sua detenzione ha un elevato rischio di tentare il suicidio. Lo screening non è in grado di prevedere quando un tentativo avverrà o quali ne saranno i fattori determinanti, caso per caso. Dal momento che i suicidi in carcere possono avvenire anche successivamente al primo periodo di detenzione (alcuni dopo vari anni) non è sufficiente monitorare i detenuti solo al momento dell’arresto, ma si dovrebbe procedere ad intervalli regolari.

Per essere efficace, la prevenzione del suicidio deve implicare valutazioni regolari nel tempo. Tutto il personale deve essere addestrato a  vigilare sul detenuto per tutta la durata della sua detenzione. A tal fine, il personale può raccogliere informazioni sul grado di suicidalità del detenuto  durante i seguenti momenti:

  • Controlli di sicurezza di routine volti ad accertare stati di disagio psichico quali crisi di pianto, insonnia, pigrizia, estrema irrequietezza o improvvisi sbalzi di umore;
  • Colloqui con i detenuti nei periodi circostanti le udienze in tribunale o altri periodi critici (come la morte di un familiare e/o il divorzio) per identificare sentimenti di disperazione o intenti suicidari.
  • Supervisione dei colloqui con i familiari o gli amici per rilevare eventuali conflitti o problemi emergenti durante la visita. Si dovrebbe suggerire ai familiari di rendere noto al personale la percezione di un intento suicidario nel loro familiare detenuto;
  • A causa dell’enorme numero di suicidi che avvengono in regime di isolamento [7], i detenuti al principio di questo nuovo regime detentivo dovrebbero ricevere, come nella realtà tuttavia già avviene, un breve esame di status mentale per verificare se lo stato psichico e/o il suo grado di rischio suicidario sia compatibile con tale regime;

Gli agenti dovrebbero costruire con i detenuti rapporti tali da facilitare la loro espressione di condizioni di disagio o sentimenti di disperazione qualora insorgano. Dopo lo screening, infine, sarà necessaria un’adeguata osservazione nel tempo, stabilendo pertanto un processo di gestione, con linee guida articolate in maniera chiara e procedure che definiscano le varie responsabilità per l’alloggio, la supervisione continua e gli interventi psichiatrici per i detenuti ad altro rischio di suicidio. Per concludere, anche se molte volte non ci è dato di prevedere con precisione se e quando un detenuto tenterà il suicidio o lo porterà a termine, il personale del Corpo di Polizia Penitenziaria, gli operatori sanitari e il personale psichiatrico possono essere messi in grado di identificare detenuti in crisi suicidaria, stimare il loro rischio e trattare con adeguata competenza eventuali casi concreti.


NOTE

nota 1 Quaderni italiani di psichiatria, numero 2, giugno 2010.

nota 2 La prevenzione del suicidio nelle carceri, World Health Organization, pag. 7 e ss.

nota 3 Cox JF, Morschauser PC. A solution to the problem of jail suicide. Crisis. The journal of Crisis Intervention and Suicide Prevention, 1997 18(4): 178-184.

nota 4 Buffa P., “Alcune riflessioni sulle condotte autoaggressive poste in essere negli istituti di pena italiani (2006-2007)”, in Rassegna penitenziaria e criminologica Sett-Dic. 2008, pag7 e ss.

nota 5 Manconi L - Boraschi A., “Quando hanno aperto la cella era già tardi perchè: suicidi ed autolesionismo in carcere 2002- 2004”, in Rassegna Italiana di Sociologia gen-mar 2006.

nota 6 Management of Mental and Brain Disorders, Department of Mental Health and Substance Abuse, World Health Organization, 2007.

nota 7 Art. 33 legge 354/75