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La prevenzione dei suicidi in carcere - Quaderni ISSP Numero 8 (dicembre 2011)

 

Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria
Istituto Superiore di Studi Penitenziari

Quaderni ISSP Numero 8 - La prevenzione dei suicidi in carcere
Contributi per la conoscenza del fenomeno

Dicembre 2011


1 - Il suicidio in carcere: diffondere la riflessione per migliorare la prevenzione
a cura di Pietro Buffa - dirigente penitenziario

INTRODUZIONE

Negli ultimi anni le direttive dell’Amministrazione penitenziaria in materia di prevenzione dei suicidi hanno visto il progressivo spostamento del loro baricentro da una impostazione eziologica essenzialmente endogena ad una comprendente anche la dimensione esogena. Questo ha comportato l’indicazione di misure operative che, via via, hanno superato una visione specialistica delle competenze professionali necessarie e professato, viceversa, il coinvolgimento organico di tutte le figure, professionali e non, che compongono l’universo carcerario. Per la verità tra il 2007 e il 2010 alcune di queste indicazioni hanno visto qualche ripensamento anche se sia l’Organizzazione Mondiale della Sanità che il Comitato Nazionale di Bioetica hanno sostenuto questa visione universalistica della prevenzione.

La prima ha affermato che tutti i detenuti sono da considerarsi soggetti a rischio [1] mentre il secondo ha chiesto di elaborare un piano di azione nazionale per la prevenzione dei suicidi in carcere attraverso azioni dirette non tanto alla selezione dei soggetti a rischio quanto delle situazioni a rischio [2].

Tale evoluzione dipende e corre parallela all’analoga evoluzione scientifica compiuta dai vari studiosi nel corso degli ultimi anni che hanno affrontato il fenomeno dapprima con le categorie cliniche orientate ad approfondire cause ed effetti a livello individuale per gradualmente ampliare la ricerca attraverso lo studio del contesto e delle variabili sociologiche. Tornando a noi dobbiamo constatare che, come si suole dire, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare e la realizzazione concreta delle direttive dipartimentali non è cosa compiuta e ancora oggi non si può parlare di un sistema di prevenzione perfettamente strutturato. Lo si denota anche dalle ripetute raccomandazioni che, ancora nelle ultime circolari, il Dipartimento indirizza ai Provveditori affinché verifichino l’esatta applicazione da parte delle direzioni delle direttive impartite.

Giocano a sfavore varie concause, alcune endemiche, quali l’annosa questione delle risorse umane e della loro scarsa consistenza, altre del tutto nuove e contingenti, quali il progressivo ed imponente aumento della consistenza della popolazione detenuta ma, soprattutto, del suo forte turn-over e delle sempre maggiori fragilità strutturali. A questo deve aggiungersi una questione non particolarmente percepita ma, non per questo, meno importante anche rispetto al tema trattato in questo contributo.

La nostra Amministrazione vive gli effetti di una progressiva centrifuga frammentazione organizzativa che mette in crisi la tenuta stessa di quella tensione che l’ordinamento penitenziario del ’75 prevedeva laddove stabiliva che intorno all’uomo detenuto ruotassero tutte le figure professionali in ragione di un unico obiettivo, quello della sua rieducazione e del suo reinserimento sociale [3]. Questo presupponeva competenze diverse seppur nell’ambito di una visione unica ed un linguaggio vicendevolmente comprensibile. Negli ultimi anni, la crescente frustrazione rispetto ad un obiettivo di sempre più difficile realizzazione, associato al cambiamento della popolazione detenuta, sempre più transitoria e fuori dalla logica trattamentale finalizzata alle misure alternative, ha supportato istanze di gratificazione economiche e giuridiche variamente soddisfatte, con il risultato che le categorie hanno avuto risposte contrattuali diversificate. La qualcosa ha prodotto ulteriori frustrazioni con il risultato che da più parti si sono avanzate molte richieste tese ad ottenere spazi di autonomia sempre più vasti.

L’uscita del comparto sanitario, le richieste di passaggio al Ministero degli Interni da parte di alcune grosse rappresentanze sindacali della Polizia penitenziaria, le seppur timide istanze di confluire all’interno del Corpo di Polizia penitenziaria da parte di educatori e contabili o, per converso, le spinte per essere assimilati ai ruoli educativi e di servizio sociale degli Enti locali territoriali, così come la riforma della dirigenza penitenziaria, sono presupposti ed effetti del processo di frammentazione accennato. Il motivo per cui se ne accenna in questa sede deriva dalla constatazione che un tale processo, se portato a compimento, porta naturalmente con sé il rischio della diversificazione degli obiettivi, delle visioni, dei linguaggi e dei metodi, delle responsabilità formali e di quelle percepite tali e tutto questo aumenta gli ostacoli per un coordinamento fluido ed efficace. Si tratta, per dirla con le parole di Lippi e Morisi [4], dell’effetto di deresponsabilizzazione che permea individui ed interi uffici di fronte alla soluzione di problemi che vengono percepiti estranei alla stretta definizione del proprio compito, a causa della tendenza di ciascuna mansione o ufficio a svolgere questi ultimi ignorando la logica dell’azione collettiva e lo scopo generale dell’Amministrazione.

Ci pare evidente che, con la progressiva affermazione dell’idea che la prevenzione suicidiaria in carcere non possa prescindere invece da una unione di intenti e visioni comuni, un tale stato di cose rischia di indebolire alla base un impianto progettuale d’intervento.

Alla luce di queste considerazioni è, quindi, decisamente interessante che un corso di formazione diretto a funzionari di polizia futuri responsabili di reparti che operano negli istituti penali, approfondisca ed inviti a riflettere sul suicidio in carcere. Tale scelta è perfettamente in linea con le direttive emanate dagli Organismi internazionali e nazionali sopra citati [5] che hanno auspicato lo sviluppo di programmi di prevenzione specifici che danno grande rilievo alla formazione del personale penitenziario. A sostegno dell’importanza di azioni di questo genere l’O.M.S. sottolinea che laddove questo avviene si ottengono significativi risultati. Alla fine degli anni ’80 l’incidenza dei suicidi nei penitenziari statunitensi era pressoché pari a quella rilevata nei sistemi carcerari europei. Il Governo degli Stati Uniti, nel 1988, attivò un Ufficio che venne incaricato di svolgere la formazione del personale operante negli istituti. Dopo venticinque anni il tasso di suicidio intracarcerario risulta ridotto del 70% [6].

E’ ovvio che la formazione sia uno dei pilastri sui quali fondare la prevenzione e dipende, a sua volta e in larga misura, dal livello di conoscenze prodotto dalla ricerca. Da questo punto di vista, rispetto a qualche anno fa, la situazione è migliorata nel senso che oggi si può contare su una serie di contributi scientifici di varia natura e provenienza sicuramente maggiore ed articolata. Il mondo accademico, alcune Organizzazioni non governative e la stessa Amministrazione hanno prodotto conoscenze utili per affrontare il fenomeno dell’autolesionismo in carcere in generale ed attivare, in particolare, la prevenzione del suicidio. Va da sé che le azioni corrispondono alle conoscenze che le supportano e dalle convinzioni che ne scaturiscono rispetto al fenomeno in termini eziologici, dinamici e in relazione alla presunzione di efficacia delle attività di prevenzione. Nel curare l’introduzione di questa pubblicazione ci si è fatti suggestionare da una parte dei temi liberamente affrontati dai vari Autori, estrapolandone alcuni di particolare interesse. Questi verranno sviluppati incrociandoli e comparandoli con le personali conclusioni frutto di un recente contributo in materia [7] tentando di giungere non tanto ad una sintesi, quanto ad un arricchimento dialettico delle varie posizioni espresse in modo da offrire al lettore i vari punti di contatto e di discontinuità utili, riteniamo, per aumentare la consapevolezza e la riflessione.

DEFINIRE IL SUICIDIO

Nei lavori che seguiranno molti, naturalmente, partono dalla definizione dell’atto suicidario. Darne una definizione, di primo acchito, sembra un’operazione semplice. In realtà non è affatto così e la riflessione teorica che ha affrontato la questione ne ha coniato uno spettro non ristretto ed univoco. Si badi bene che la questione non è un semplice vezzo teorico ma comporta effetti rilevanti soprattutto in ambito penitenziario che si pone, tra i suoi compiti, anche quello della prevenzione, della cura e della tutela delle persone ad esso affidate. Non avere un accordo comune sulla definizione di un evento non consente la comparabilità dei dati e delle conclusioni che si basano su quei dati stessi. In tal senso voglio ricordare che è nota la polemica degli Autori più critici che sostengono che l’Amministrazione non consideri suicidi le morti causate dall’inalazione di gas associata all’uso di sacchetti di naylon. Al di là del fatto che la Sala Situazioni gestita direttamente dall’Ufficio del Capo del Dipartimento registra tutti i decessi occorsi a detenuti, dentro e fuori le mura, è evidente che è necessario avere parametri definitori comunemente riconosciuti. Lo stesso I.N.E.D. francese sottolinea la necessità di darsi a livello internazionale una definizione ed un sistema di rilevamento comune in modo da permettere la comparazione dei risultati e il confronto delle varie situazioni nazionali e dell’efficacia degli strumenti preventivi posti in essere [8]. Tuttavia bisogna riconoscere che l’impresa non è semplice e qualche Autore è giunto ad affermare che è quasi impossibile dare una definizione esaustiva del suicidio [9]. Pur tuttavia occorre fare uno sforzo, seppure imperfetto, e ci pare che la cosa più opportuna sia far riferimento a quanto riportato da Ubaldi nel suo studio [10]. L’Autrice, tra le altre, cita la definizione introdotta dall’International Association for Suicide Prevention. Tale definizione ha il pregio di mettere in relazione diverse variabili in modo da raggruppare ordinatamente tutti quei comportamenti che rientrano nella sfera suicidiaria anche se questo gesto non si compie effettivamente. Una definizione di questo genere è utile per imbastire procedure preventive perché delimita le aree di rischio e non si limita a rilevare la morte del suicida quale fatto da cui partire per ricostruire, a ritroso, la biografia più o meno recente della persona per poter individuare, vedremo quanto vanamente, qualche correlazione che permetta di indicare eventuali fattori di rischio predittivi. Il modello citato descrive la condotta suicidiaria correlando due variabili: il suicidal intent, ovvero il livello, più o meno consistente, di motivazione, al medical letality, ovvero la probabilità che quella determinata condotta possa provocare effettivamente la morte. Si classificano, così, tre condotte suicidiarie su una scala di intensità che prevede, al livello più alto, il suicidio completo o quello mancato laddove, nonostante un suicidial intent molto alto, la morte non è avvenuta. A livello di intensità intermedio si collocano i tentati suicidi e, a quello più basso di intensità, i parasuicidi che denotano una certa strumentalità in funzione della necessità di attirare l’attenzione su di sè e di porre in essere un actingout utile per evadere da una realtà considerata intollerabile.

È evidente che a seconda del livello in cui si colloca nella classificazione corrispondono azioni preventive diverse. Allo stesso tempo tale modello consente una rilevazione e una riflessione in grado di tener adeguatamente conto del rapporto intercorrente tra i gesti di autolesionismo non letali e quelli letali o potenzialmente tali. Negare una relazione implica il rischio di sottovalutare la portata dei primi, assumerla acriticamente, viceversa, rischia di far generare una serie di automatismi autotutelanti per l’Amministrazione ma deleteri per chi si trova soggetto, considerate le limitazioni e quindi i disagi che le misure di cautela determinano.

Sempre in tema di classificazione mi sembra opportuno citare Silvia Ubaldi [11] la quale, in un importante contributo che si fonda sullo studio degli atti formali e del materiale allegato alle relazioni di servizio redatte dal personale in occasione dei suicidi avvenuti tra il 1992 e il 1996 in alcuni istituti penali toscani, elabora un modello di notevole impatto teorico e pratico. Il percorso compiuto e i risultati ottenuti sono particolarmente interessanti perché consentono l’elaborazione di una mappa dei tipi ideali di suicidio in carcere che, nelle intenzioni della Ubaldi, dovrebbe cercare di comprendere il senso dei singoli casi.

L’Autrice svolge il suo lavoro partendo dai processi di etichettamento ufficiale operato dallo staff e si dice convinta, e noi aderiamo a tale convinzione, che il trovare questo senso abbia anche una utilità in termini di prevenzione perché ci aiuta a comprendere quanto, nel singolo caso, prevalga il fattore esogeno – ambientale e quanto, viceversa, quello endogeno – individuale. Capire questo e carpirne i segni premonitori può permettere la programmazione delle azioni cautelari più opportune. Il punto di partenza dell’analisi della Ubaldi sono le considerazioni di Page [12] relative al modo in cui l’organizzazione penitenziaria e i suoi componenti etichettano i tentativi di suicidio, riusciti o meno che siano.

Secondo questo Autore se l’atto non lascia dubbi rispetto all’adeguatezza dei mezzi e dei modi posti in essere, il gesto è interpretato come frutto di una patologia mentale se, invece, mezzi e modi non paiono perfettamente idonei questo fa sorgere il convincimento di trovarsi di fronte ad una simulazione e questa viene interpretata come una devianza disciplinare. In un caso come l’altro il suicidio in ambito penitenziario sarebbe vissuto come una forma di devianza rispetto ad una normalità psichica o comportamentale.

L’introduzione di questo canone interpretativo consente alla Ubaldi di far riferimento alle teorie generali sulla devianza per giungere, in termini weberiani, alla costruzione di un sistema di tipi ideali di suicidio. Dalle categorie mertoniane in tema di comportamenti devianti in ambito sociale estrae, in particolare, quella dei ribelli e quella dei rinunciatari. I primi tendono a sfogare il carico di tensione ed aggressività, accumulata per la frustrazione generata dall’inadeguatezza tra i fini culturalmente prospettati e i mezzi, concretamente dati ed insufficienti, attraverso l’eteroaggressività. I secondi, di fronte al medesimo senso di frustrazione, reagiscono passivamente rinunciando sia ai mezzi che alle mete, rifugiandosi nell’evasione. Il richiamo a queste
categorie comportamentali è utile all’Autrice per introdurre due tipi ideali di soggetti suicidi.


Il ribelle, che risponderebbe aggressivamente alla frustrazione attraverso l’acting out contro se stesso anche se, in realtà, la realizzazione concretizzerebbe idealmente un progetto etero – aggressivo. Il rinunciatario che, viceversa, risponderebbe in maniera anagressiva attraverso l’introversione dell’aggressività. Nel primo caso il soggetto all’aggressione psicologica, sentendosi rifiutato, oppresso dall’odio e dal senso di rivalsa, reagisce ponendo in essere una esasperata forma di protesta aggredendo simbolicamente gli altri attraverso l’aggressione a se stesso.

Nel secondo caso il suicida subisce passivamente l’aggressività esterna senza reagire ma assecondando passivamente l’infausto destino ponendo, alla fine, termine alla propria vita. Creata la dicotomia tra introversione ed estroversione dell’aggressività della condotta, Ubaldi riprende da Baechler [13] i possibili significati degli atti suicidiari. Secondo quest’ultimo Autore esistono almeno otto differenti possibili significati del gesto suicida, che riassumono i punti salienti delle principali teorie psicoanalitiche sull’argomento. Tra questi una mezza dozzina sono applicabili al contesto penitenziario:

  • Il significato di fuga. Il soggetto con il suicidio cerca di fuggire da una situazione sentita come insopportabile.
  • Il significato di lutto. Ci si priva della propria vita in conseguenza della perdita, reale o immaginaria, di un effettivo elemento della sua personalità o dell’ambiente che lo circonda.
  • Il significato di castigo. Ci si uccide per espiare un proprio errore o colpa reale o immaginaria.
  • Il significato di delitto. Il suicidio diventa strumento per trascinare con sé, nella morte, un’altra persona.
  • Il significato di vendetta. Il soggetto si toglie la vita per provocare il rimorso altrui o per infliggere il segno dell’infamia.
  • Il significato di richiesta e di ricatto. Il suicida in questo modo fa pressione sull’altro, ricattandolo.

Silvia Ubaldi incrocia i significati di Baechler con le categorie attive e passive della devianza, tralasciando il significato di ordalia e gioco e quello di sacrificio e di passaggio. L’incrocio disegna quello che l’Autrice ha definito la mappa dei significati del suicidio carcerario che, con qualche lieve modifica, riportiamo di seguito (fig.1) e che, ella stessa avverte, non deve essere inteso in rigidi termini classificatori ma, più semplicemente, in senso euristico e finalizzato ad una lettura più ordinata dei singoli casi.

Mappa dei significati del suicidio carcerario

Fig. 1 Mappa dei significati del suicidio carcerario.

Recentemente sono rimasto molto colpito da una affermazione del Prof. Gianfranco Placidi che, nell’ambito di un convegno sul suicidio in carcere [14], ha sostenuto, contrariamente alla comune vulgata, che il suicida nei giorni che precedono il fatto emette segnali che riconducono alle sue intenzioni. La difficoltà sta nel percepirli ma il modello della Ubaldi può essere utile ad orientare le prime attenzioni nel senso che i temi colloquiali, connotati dai significati riportati dall’Autrice, e la loro intensità, possono essere valutati, con un’approssimazione variabile, da tutti gli operatori che vengono in contatto con la persona così come peraltro auspica l’O.M.S. È evidente, e lo si chiarirà più oltre, che l’attenzione atecnica dei più dovrà essere trasmessa velocemente ai livelli tecnici e decisionali in modo da attivare quanto più necessario ed opportuno. Avendovi precedentemente accennato ci sembra opportuno approfondire un’altra questione di notevole interesse, rappresentata dai rapporti tra questa forma estrema di autolesionismo e tutte le altre che non determinano l’evento fatale ma producono danni alla salute di chi li pone in essere.

L’interesse dal punto di vista penitenziario scaturisce dal fatto che, per prassi, coloro i quali pongono in essere atti auto lesivi non letali vengono, normalmente, considerati come potenziali suicidi. In tal senso l’autolesionismo è volgarmente considerato sintomatico di potenziali sviluppi suicidiari e nei confronti dei loro autori vengono poste in essere cautele custodiali e predisposti interventi clinici e di sostegno. Il problema è che l’autolesionismo è un comportamento molto diffuso nell’ambito penitenziario, nella misura di alcune migliaia di casi ogni anno, e l’inflazione di allarme generato dall’automatismo di cui sopra, contribuisce ad obnubilare l’attenzione con il rischio di non dare la massima attenzione se non addirittura perdere di vista le situazioni più deteriorate.

Due Autori che hanno approfondito il relativo rapporto tra il suicidio e gli altri comportamenti autolesivi sono Caglio e Piotti [15]. Secondo questi Autori il suicidio rappresenta una uscita attraverso la morte, un atto di fuga, mentre l’automutilazione è il tentativo di tornare ad uno stato di normalità, un atto patologico di rigenerazione. Da questo punto di vista, quindi, il suicidio sarebbe il gesto di una persona che, di fronte ad una sofferenza emotiva così angosciante da non più sopportarsi, non vede altra alternativa che annullare tale sofferenza sopprimendo la propria esistenza che la contiene. Si differenzierebbe dal resto dei comportamenti autolesivi per l’intensità dell’angoscia al punto che parlano di veri e propri stati di morte emotiva per descrivere le condizioni di angoscia che ne fanno da sfondo.

Livelli di minima intensità lascerebbero invece al protagonista la possibilità di ovviarvi attraverso una lesione auto inferta che produrrebbe così una decompressione psicologica di quello stato stressante ripristinando così un nuovo equilibrio, almeno temporaneo. In questi casi l’automutilazione non sarebbe espressione di un pressante ed inderogabile impulso di fuga da una vita percepita come dolorosa ed insostenibile ma, viceversa, uno scarico emotivo e funzionale rispetto ad una situazione stressante e contingente. In questo senso la lettura prognostica da dare ad un gesto autolesivo non prevederebbe una causalità diretta, configurata nella retta a della figura sottostante, bensì dovrebbe essere mediata attraverso il necessario approfondimento rispetto all’intensità della sofferenza che ne sta alla base, rappresentata dalla retta b della stessa figura (fig.2).

Sofferenza emotiva

Fig. 2

A corredo delle loro osservazioni Caglio e Piotti evidenziano che circa la metà dei suicidi, sia nella società libera che all’interno degli istituti di pena, non è associata ad alcun tentativo precedente e il dato viene anche confermato in due nostre ricerche [16]. In particolare nel biennio 2006 – 2007 solo il 24.4% dei suicidi era stato preceduto da un gesto auto lesivo e nel biennio successivo tale dato si attestava al 38.8% del campione. Questo gruppo aveva posto in essere un tentativo di suicidio, nel corso di tutte le precedenti carcerazioni subite, nel 17.4% dei casi. Certamente queste persone avevano dato prova di una certa abnorme e preoccupante familiarità con il superamento dell’istinto di sopravvivenza, tuttavia la nostra attenzione deve essere capace di tener
conto di questo ma anche di superare il suo schermo per andare al punto della questione, ovvero la sofferenza emotiva che trova, in larga misura, altre modalità espressive poco sondate o tenute in considerazione nella preoccupazione di dare risposte auto tutelanti di fronte a segni macroscopici quali l’autolesionismo.

LO STATO DELLA CONOSCENZA

La capacità di incidere sugli effetti di un fenomeno dipende dallo stato delle conoscenze relative a quest’ultimo. È una regola che vale per tutti gli aspetti della vita umana e quindi anche per le azioni di prevenzione suicidiaria in carcere. Se, tuttavia, lo stato delle conoscenze non è molto raffinato allora diventa problematico dare indicazioni operative a chi è chiamato ad intervenire senza particolari competenze tecniche e dal punto organizzativo più in generale. Senza lenti adeguate il rischio è quello di affrontare le cose con una ottica sfocata e fuorviante. E d’altra parte la ricerca empirica corre il rischio di ottenere evidenze statistiche o presunte tali che rischiano di far focalizzare l’attenzione su alcune caratteristiche ritenute impropriamente predittive.

Nascono così categorie a rischio che ingenerano azioni di screening standardizzate. Un modo di operare, questo, posto in crisi dalle affermazioni universalistiche dell’O.M.S. e dall’invito a distogliere lo sguardo dalle etichette per volgerlo al contesto generale e alle sue influenze negative. I lavori dei funzionari non hanno molto approfondito la questione e i pochi dati riportati nei loro lavori appartengono alla letteratura conosciuta che, in alcune circostanze, si consolida per un mero processo di ridondanza bibliografica che altro non fa che riportare evidenze altrui sino a saturare la percezione che ci possano essere anche altre strade di lettura e di comprensione dei dati. In altri casi sono diverse, a volte errate, modalità di calcolo che determinano percezioni e convinzioni che hanno il loro peso nello stabilire il da farsi.

Due esempi possono illuminare quanto si intende dire. Baccaro e Morelli [17] evidenziano una incidenza suicidiaria pari a 11.28 casi ogni 10.000 detenuti, con punte fino a 17.80. La nostra elaborazione, sugli stessi dati, evidenzia un incidenza pari 6 casi per 10.000 detenuti in un range compreso tra 3.82 e 8.77. Il motivo della differenza è presto detto. Gli Autori fanno riferimento a calcoli che mettono in rapporto il numero di suicidi per anno con il  numero dei detenuti presenti in un giorno convenzionale dell’anno. Crediamo che questo sia un errore in ragione del fatto che se riteniamo la condizione detentiva come un elemento stressante tale da poter scatenare una deriva suicidiaria, allora l’incidenza non si può che calcolare rispetto a tutte le persone che sono state sottoposte a quello stimolo.

È per questo motivo che noi riteniamo corretto rapportare il numero annuo di suicidi con il numero totale degli ingressi nello stesso periodo. Della bontà del metodo troviamo conferma anche nelle indicazioni dell’I.N.E.D. francese [18]. Il secondo esempio riguarda l’affermazione per la quale l’incidenza dei suicidi è particolarmente rilevante nella popolazione compresa tra i 18 e i 44 anni, sino a cinquanta volte superiore dei coetanei liberi [19], al punto da far considerare questo gruppo quale categoria a rischio.

La verità sta nel fatto che le due popolazioni sono molto diverse tra loro per struttura e le interpretazioni devono tenerne conto. Al 31.12.2010 i detenuti tra i 18 e i 44 anni rappresentavano il 73.92% del totale contro il 36.15% della popolazione generale e nello stesso triennio il 79.6% dei suicidi in carcere aveva un’età compresa in questo range, quasi sovrapponibile, quindi, alla loro incidenza sul totale dei detenuti. Tra l’altro all’esterno la quota dei suicidi è molto più importante nel gruppo degli ultra quarantacinquenni che è poco rappresentata all’interno in quanto la popolazione esterna è più anziana di quella interna. Anche in questo caso l’I.N.E.D. dà interpretazioni analoghe.

Queste prime considerazioni ci introducono nel meccanismo della costruzione delle categorie a rischio. Dati incerti, poco comparabili tra loro, assenza di incroci sulle caratteristiche generali della popolazione di riferimento, approcci ideologici, necessità di dare urgenti indicazioni operative e l’ancoramento dei più alle categorie vissute come rassicuranti assiomi, sono tutti elementi che contribuiscono a diffondere la cultura della categorizzazione. Se verifichiamo le indicazioni contenute nelle circolari dalla metà degli anni ’80 ritroviamo alcune categorie predittive che la ricerca empirica non riesce completamente a validare. Abbiamo già visto l’età, i precedenti auto lesivi ma lo stesso dicasi per i precedenti disturbi della condotta e la malattia mentale, il sovraffollamento generale.

Qualche maggiore significatività si ritrova rispetto ai quadri di tossicodipendenza, alla povertà umana e materiale, all’ozio e all’inesperienza penitenziaria ma, anche in questi casi, queste caratteristiche dovrebbero essere lette in un insieme composito di altre variabili. In modo o nell’altro la predittività non può essere fatta dipendere dall’appartenenza ad una o anche più variabili slegate una dall’altra e non contestualizzate. D’altra parte le sollecitazioni dell’O.M.S., del Comitato Nazionale di Bioetica e le direttive dipartimentali dal 2000 ad oggi superano questo annoso problema e sottolineano la necessità di prestare attenzione ad una rosa ben più vasta di questioni in un intervento che potremmo definire comunitario nell’ambito del quale collocare non solo quello specialistico ma anche quello diffuso e atecnico finalizzato alla intercettazione e al sostegno del disagio.

L’O.M.S. prima e, per quanto concerne l’Italia, il Consiglio Nazionale di Bioetica poi, infatti, hanno puntualizzato due principi che credo debbano guidarci nella programmazione e nella gestione penitenziaria quotidiana e che vogliamo nuovamente ricordare. La prima ingloba invariabilmente tutti i detenuti tra le categorie a rischio mentre il secondo prospetta la necessità, nello stilare un programma nazionale di prevenzione, di passare dall’ottica delle categorie a rischio a quella delle situazioni a rischio. È un po’ come è successo per altri fenomeni quali la diffusione del virus dell’H.I.V. negli anni ’80. Relegato alle categorie stigmatizzate degli omosessuali e dei tossicodipendenti si è poi compreso che non era questa la via da seguire quanto, piuttosto, quella dei comportamenti che prevedevano lo scambio di sostanze ematiche che trasmettevano il virus.

A questo proposito permettetemi di citare una bella riflessione di Gemma Brandi, psichiatra fiorentina, da anni operante nel carcere della sua città e instancabile animatrice di incontri e cultura scientifica, che pochi giorni fa, a Firenze, nel corso di un interessante convegno sul suicidio in carcere [20], ha ricordato come il carcere abbia spesso anticipato fenomeni che successivamente sono esplosi all’esterno. In tal senso, citava l’H.I.V. ma anche il suicidio che negli ultimi tempi ha visto un aumento dell’incidenza anche sulla popolazione libera. Quello che mi ha colpito è che il suo pensiero, senza che ci fosse stata possibilità di scambio, diretto od indiretto, collimava perfettamente con quanto da me tratteggiato in un altro intervento di prossima pubblicazione sulla Rassegna Criminologica della Scuola genovese [21].

In quell’occasione, infatti, ho sostenuto la tesi che il carcere, così tanto vituperato e spesso rimosso, sia socialmente profetico sotto almeno due profili. Da un lato la quantità e le caratteristiche della sua popolazione e, soprattutto, l’evoluzione di quest’ultima negli ultimi anni testimoniano che i paradigmi sociali, economici e giuridici imperanti non reggono più di fronte ad un mondo in rapida evoluzione e che, rispetto agli scossoni prodotti da tali cambiamenti, l’incapacità e il ritardo nella reazione politica demandano alla pena e al carcere, in particolare, il compito, non suo, di far fronte alle contraddizioni. In secondo luogo è profetico perché, all’interno, in questi anni di progressiva ingravescenza, si è costretti ad affrontare una concentrazione di problemi che, se non inediti, quantomeno sono ancora fortemente diluiti all’esterno.

Ora credo che la società esterna abbia tutto l’interesse ad osservare quello che succede all’interno dei muri per vedere cosa potrà essere nel bene o nel male e credo anche che in un carcere che diventa, malgrado suo, un laboratorio sociale si possano cogliere gli accenni a progettazioni sociali di
prevenzione ed intervento concreto in qualche modo utili anche all’esterno. Il suicidio, l’angoscia di morte che lo permea appartengono a questa schiera di problemi anche alla luce del quadro socio economico sempre più instabile che caratterizza il nostro tempo con il suo strascico di drammi umani e collettivi.

RUOLI E RESPONSABILITÀ DELL’AREA DELLA SICUREZZA

Un aspetto che mi ha particolarmente colpito nella lettura dei contributi dei funzionari che hanno scelto di sviluppare la tematica suicidiaria è l’approfondimento che una parte di essi hanno svolto in relazione alle responsabilità connesse al personale di polizia e, in particolare, ai comandanti di reparto. In un primo momento ho pensato che fosse una traccia data dall’Istituto Superiore al punto che mi sono informato scoprendo che così non era.

A questo punto la sorpresa si è trasformata in motivo di riflessione. Gli interventi oscillano da posizioni di puntualizzazione e delimitazione di tali responsabilità a visioni più coinvolgenti. Rispetto alla prima delle due posizioni si afferma che è necessario evitare inopportuni trasferimenti di competenze, sul piano giuridico, attribuendo a ciascuno le responsabilità, e sole quelle, strettamente connesse al ruolo funzionale istituzionalmente svolto nel contesto di riferimento, in quanto le uniche esigibili e, come tali, idonee a fondare giudizi di responsabilità. Conseguentemente si individuano negli specialisti i referenti primari sul piano della prevenzione, pur con l’avvertenza che questo non significa la piena deresponsabilizzazione delle altre figure professionali. Forte è lo sforzo per perimetrare poteri, compiti e responsabilità al fine di evitare ingiustificati coinvolgimenti degli operatori. Si auspica quindi l’emanazione da parte dell’Amministrazione di indicazioni utili a far chiarezza sul punto e ci si chiede anche se il passaggio della parte sanitaria al sistema pubblico non Possa far riflettere su quali eventuali responsabilità possano discendere in capo a quegli operatori.[22]

I contenuti tecnico giuridici che sostengono questa tesi sono di sicuro pregio ma le conclusioni, a mio parere, peccano su un aspetto che credo centrale. La realtà fiacca tali conclusioni alla luce di sentenze e pronunciamenti che in casi specifici coinvolgono anche gli operatori di polizia in responsabilità omissive di vario genere. Questo è segno che la valutazione posteriore fatta dalla magistratura ricerca più che la forma la sostanza e non si accontenta di misure e decisioni più dirette all’autotutela dei decisori e dei gestori che alla cura delle situazioni e, per questo, vuote nei contenuti e nell’efficacia.

Il fatto che oltre la metà dei suicidi avvenuti a cavallo tra il 2008 e il 2010 fossero sottoposti a cautele custodiali deve farci riflettere sull’idoneità di tali decisioni. L’O.M.S. ci ricorda che entro i primi due minuti dal momento dell’impiccagione si producono già danni cerebrali devastanti ed entro cinque minuti può intervenire la morte. Qualunque misura di sorveglianza cautelare non può pensare di prescindere da questi riferimenti se intende superare il vaglio attento della magistratura. Lasciarsi tentare dalla via della distribuzione formale delle responsabilità è una deriva fragile che rischia di infrangersi presto anche perché è stretta parente di un’altra trappola, quella specialistica delle competenze la quale, legata ad una visione patologica ed endogena del fenomeno, genera il rischio di concentrare su pochi la percezione che ad essi competa l’esclusività dell’intervento e deresponsabilizzi i più rispetto all’attenzione, condannando così all’immobilismo e al fallimento qualunque programma in tal senso. Abbiamo già ricordato che è da almeno dieci anni che la letteratura e le direttive sono virate ricomprendendo anche la visione esogena ed universalistica nella ricerca delle cause ma anche degli interventi che diventano onere di tutti e a tutti i livelli.

Significativa è l’affermazione riportata in una circolare del 2000 per la quale è “illusorio sperare di contenere il fenomeno con l’impegno degli specialisti e senza un vero e concreto coinvolgimento ambientale” il che significa occuparsi del contesto e di tutte quelle questioni che lo rendono oltremodo difficile, arido, degradato, pauroso. In operazioni di questo genere tutti sono coinvolti, nessuno escluso. Altri funzionari hanno viceversa sottolineato che la polizia, vivendo ogni momento accanto al detenuto, può cogliere ogni aspetto della sua personalità operando una vera e propria attività di intelligence, affidata alla supervisione tecnica del comandante [23]. Da quest’ultimo punto di vista Iannella [24] sottolinea il contributo di questi funzionari rimarcando la loro funzione di far comprendere ai collaboratori le ragioni e l’importanza degli obiettivi ma anche la ricerca delle modalità migliori per perseguirli, stabilire le competenze, dettare i tempi per la realizzazione delle attività e naturalmente prevedere i feedback necessari per il controllo.

Secondo questa interpretazione il comandante viene anche investito della ricerca delle soluzioni utili per realizzare sinergie con le altre aree. A lui andrebbe il coordinamento della raccolta, dell’implementazione e della decodifica dei risultati dell’osservazione dei detenuti che scaturisce dalla gestione diretta di tutte le attività che possono dare indicazioni rispetto all’evoluzione dei loro stati d’animo, quali la frequenza e le modalità di fruizione dei passeggi, delle docce, della socialità, dei colloqui, della spesa, ecc. Martinelli [25] va ancor più oltre affermando che gli operatori di polizia devono “sviluppare uno spiccato senso di osservazione, una forte propensione al dialogo e alla persuasione con lo scopo di creare un contatto che porti alla risoluzione della sfiducia, della disperazione; mostrarsi più umani e più sensibili alle afflizioni e a volte una piccola attenzione rivolta al detenuto potrebbe mantenere in quest’ultimo accesa la speranza di una nuova vita”. L’O.M.S. prima, e il Comitato Nazionale di Bioetica poi, hanno posto in evidenza la necessità che sia mantenuto aperto il canale della comunicazione tra chi direttamente si occupa della custodia dei detenuti e questi ultimi. La ragione è evidente a tutti.

Attraverso questo rapporto e le sue modalità relazionali può passare l’espressione del disagio utile per iniziare la prevenzione. L’O.M.S., in particolare, giunge ad affermare che il personale “dovrebbe costruire con i detenuti rapporti tali da facilitare la loro espressione di condizioni di disagio o sentimenti di disperazione qualora insorgano” [26]. Questo invito è raccolto in uno dei lavori che seguono questa breve introduzione e la sua Autrice [27] afferma che non si può non riflettere sui modelli di custodia atteso che, innegabilmente, il rapporto tra la polizia e i detenuti è strutturalmente uno degli elementi portanti del clima carcerario. Peraltro nella letteratura organizzativa è un dato assodato che la riuscita di qualunque mandato, progetto od obiettivo organizzativo dipende in parte dalle capacità valutative e decisionali dei vertici ma, soprattutto, dall’atteggiamento di coloro i quali sono tenuti a trasformare in azioni concrete le direttive in questione e che si interfacciano quotidianamente all’utenza di quel servizio o al cliente di quella organizzazione.

Per chi può essere interessato ad approfondire si rimanda agli studi di Lipsky su quello che lui ha denominato lo street burocracy level [28]. Ma nelle considerazioni dell’O.M.S. l’atteggiamento che viene richiesto va oltre al semplice adempimento e rispetto delle procedure sino a giungere alla creazione di rapporti dotati di una empatia tale da consentire l’espressione di malesseri e disagi profondi e drammatici. Ecco perché Martinelli e De Musso insistono sul fatto che non si possa prescindere dalla modifica delle modalità lavorative per gli appartenenti alla polizia e la seconda rimarca anche la necessità di aumentare la consapevolezza del proprio ruolo e della doppia valenza delle funzioni proprie della polizia penitenziaria che sono peculiari, specifiche e non previste per le altre forze di polizia.

L’APPROCCIO COMUNITARIO OVVERO DIFFONDERE L’ATTENZIONE E CONCENTRARE L’INTERVENTO SPECIALISTICO


Di notevole interesse è il lavoro di ricerca dottrinale e giurisprudenziale mirato ad approfondire la questione relativa alla legittimazione di un intervento non specialistico nel settore dell’osservazione e della prevenzione. Gli argomenti che vengono citati appaiono robusti e adeguatamente supportati anche dalla pronuncia della Suprema Corte che sostiene ed individua questa possibilità. Le previsioni dell’art. 28 del Regolamento di esecuzione, che genericamente prevede che l’osservazione debba essere svolta da personale dipendente dell’Amministrazione senza nessuna distinzione tra esperti e custodi e che solo quando occorra può essere condotta anche da professionisti estranei all’Amministrazione ed appositamente incaricati, costituirebbero, secondo la Cassazione la legittimazione dell’osservazione atecnica.

A queste previsioni, se dovesse sussistere ancor dubbio, si affianca l’art. 5 della L. 395/90 che affida, definitivamente ed istituzionalmente, alla polizia il compito di partecipare alle attività di osservazione e trattamento e di rieducazione dei detenuti Negli ultimi mesi mi trovo spesso a ragionare su semplici questioni aritmetiche che, dal mio punto di vista, dovrebbero essere tenute in debito conto nelle riflessioni teoriche e pratiche in materia di prevenzione. Il rapporto di incidenza relazionale tra un direttore o un comandante di un grande istituto metropolitano, quale ad esempio quello torinese, e i detenuti di quel carcere è molto diverso rispetto a quello degli altri operatori e, tra questi, si differenzia ancora a seconda della consistenza numerica di ogni gruppo professionale. Nella figura che segue (fig.2) sono rappresentate le varie categorie ed è indicato il quoziente ottenuto mettendo a numeratore la suddetta consistenza e a denominatore il numero dei detenuti presenti. Graficamente si è cercato anche di rendere visibile la proporzione intercorrente tra categoria e categoria attraverso la diagonale che le taglia e il loro perimetro.

È evidente che le relazioni intercorrenti nella realtà sono cosa molto più frequente e complessa di questi rapporti che, tuttavia, hanno il pregio di dare una indicazione della relazione che ognuna di queste figure professionali può potenzialmente avere rispetto alla moltitudine di persone detenute che gli vengono affidate. Sono cifre che poco lasciano sperare rispetto a quelle indicazioni di accoglienza empatica ed attenzione richiamate dall’O.M.S., ma non possiamo non considerare che il rapporto tra quelle persone e il loro compagno di cella è 1 a 1. Questo rapporto, meramente aritmetico, introduce un tema poco sviluppato in Italia, ovvero l’aiuto dei peer supporter, viceversa già praticato in altri Paesi europei, in particolare quelli anglofoni, e richiamati tra gli interventi preventivi auspicati da parte dell’O.M.S.

Per la verità non è una novità assoluta neppure nel panorama penitenziario italiano. Previsto in alcune direttive dipartimentali emanate a cavallo del 2000 [29], se ne ricorda una prima sperimentazione presso la Casa Circondariale di Milano – San Vittore. Ai nostri giorni ci sono alcune rare esperienze embrionali di cui si sa molto poco e che non permettono di dire nulla di esaustivo in materia. Certamente l’attenzione e il sostegno che potenzialmente si può sviluppare a questo livello è, aritmeticamente, il migliore anche se, ovviamente, debbono ricorrere alcuni presupposti quali la previsione di obiettivi e funzioni molto chiari e scevri da “sbavature” legate alla subcultura carceraria, quali il rischio della prevalenza dei più forti sui più deboli.

Diventa, altresì, essenziale una formazione iniziale ed un monitoraggio in itinere, una rete di comunicazione che da questo livello, attraverso passaggi certi e rapidi, faccia filtrare i segnali di allarme a chi, professionalmente, ha maggiori competenze per poter intervenire. Pare ovvio che l’intercettazione del disagio non può che avvenire nell’ambito di quei rapporti che danno luogo a quozienti vicini all’unità o ai decimali che, peraltro, corrispondono a quelli meno specialistici o dotati di potere decisionale e programatorio. Diventa quindi fondamentale che le informazioni raccolte in questi ambiti vengano fatte rapidamente filtrare verso questi ultimi, che sono gli unici titolati ad approfondire e provvedere, ma che, tuttavia, producono una capacità relazionale fortemente limitata da quozienti pari a diversi centesimi o millesimi. Anche di questo si è cercato di dare conto graficamente prevedendo aree funzionali diverse anche se tra loro connesse.

Figura 2. La curva dell’attenzione, del sostegno e della cura

DIFFONDERE E CODIFICARE LE BUONE PRASSI

Nei lavori che seguiranno si ritroveranno le descrizioni di alcune procedure preventive poste in essere negli istituti che hanno ospitato i tirocini nel corso dell’iter formativo. Ho interpretato quest’attenzione come l’espressione di una naturale propensione a comprendere, nella concreta osservazione più che nell’asettica lettura, come si può fare. Già Tommaso Moro su Utopia ci introduceva in una scuola disegnata sui muri delle case in modo che gli scolari potessero, osservandoli, far tesoro indelebile di quelle figure ed immagini. È in questa naturale propensione ad osservare per apprendere che si colloca uno degli elementi che potrebbe grandemente contribuire a sviluppare un’azione collettiva più forte e mirata alla prevenzione suicidiaria. Diffondere le buone
prassi non solo descrivendole ma anche facendole praticare, infatti, potrebbe costituire un volano per stimolare nuove ipotesi interpretative e comparare le diverse pratiche d’intervento in modo da affinarle sempre più. Certo tutto questo implica e presuppone uno stato d’animo ricettivo e di grande disponibilità ad accettare l’idea che tutto quello che si è già fatto sia migliorabile e come tale modificabile ledendo, così, quella naturale presunzione che il proprio operato non lasci ulteriori spazi di miglioramento e completamento. La qualcosa prevede anche la disponibilità a riprendere incessantemente da capo le proprie riflessioni e progettualità in un percorso indubbiamente faticoso.

MONITORAGGIO

Come abbiamo già sottolineato conoscere è essenziale per poter riflettere e per poter prevedere delle azioni utili alla prevenzione. Oggi questo aspetto conoscitivo è poco studiato empiricamente e troppo lasciato ai lavori compilativi di qualche studioso e alla iniziativa di qualche organizzazione non governativa e nell’approfondimento della letteratura si denota una certa ridondanza bibliografica. Le acquisizioni non vengono sottoposte a verifica ma riportate ed integrate in un processo conoscitivo che tende a consolidare opinioni non sempre libere da un approccio più ideologico che scientifico. In un modo come nell’altro i dati generali sono quelli delle statistiche ufficiali, frutto delle rilevazioni periodiche che l’Amministrazione effettua. In occasione dei suicidi, tuttavia, giungono agli Uffici dipartimentali una serie di dati specifici che potrebbero essere sottoposti ad una utilissima elaborazione.

Alcune questioni, tuttavia, necessitano di un chiarimento che voglia definitivamente sciogliere alcuni nodi e giungere all’organizzazione di un sistema di monitoraggio degno di questo nome. L’I.N.E.D. francese ha avuto modo di affermare [30] che, a livello europeo, a causa dell’eterogeneità dei vari sistemi di rilevazione e dei criteri adottati, i dati non sono comparabili. Tuttavia negli altri Paesi esistono già sistemi che potrebbero essere adottati in Italia e, nel fare questo, si potrebbero ricercare quei contatti internazionali finalizzati a creare un comune modo di esplorare questo fenomeno in modo da orientarsi sugli effetti di questo o di quell’intervento. All’interno del nostro sistema dobbiamo altresì considerare che esistono ben quattro terminali che recepiscono dati sugli eventi suicidiari.

I Provveditorati, la Direzione Generale dei Detenuti e del Trattamento, la Sala Situazioni, l’Ufficio Ispettivo e del Controllo e l’U.M.E.S. [31]. Oggi questi dati non sono processati e, salvo un timido tentativo dell’U.M.E.S, non sono neppure richiesti in un formato pronto per una elaborazione. Non è neanche previsto che i vari Uffici si coordinino tra loro per questo motivo, rispondendo a funzioni le cui logiche sono nettamente diverse da Ufficio ad Ufficio. Per altro verso l’Amministrazione gestisce alcune banche dati che consentono di ricostruire le traiettorie umane, giuridiche e detentive delle persone che vengono a lei affidate in esecuzione penale.

Quelle traiettorie costituiscono una parte dello scenario ove si collocano questi gesti disperati e consentono di meglio orientare la ricerca. Ancora, le stesse banche dati consentono di inquadrare il fenomeno nello scenario più generale della detenzione in Italia dal punto di vista quantitativo ma anche qualitativo consentendo incroci e raffronti. È evidente che se si intende migliorare la nostra capacità di conoscenza e proposta, occorre mettere mano alla babele dei dati per giungere a canali, criteri e processi definiti, chiari e conosciuti da tutti gli operatori.

Sarebbe forse anche ora che l’Amministrazione gestisse in prima persona questa conoscenza elaborando un bollettino ufficiale denso di dati, considerazioni ed esperienze riprendendosi uno spazio oggi lasciato alle parti più critiche nei confronti del sistema penitenziario sino a sfiorare l’ideologia, atteggiamento, quest’ultimo, controproducente nella progettazione di qualunque intervento.

Qualcuno potrebbe tacciare queste ipotesi come l’ennesimo tentativo di affermare una posizione autoreferenziale dell’Amministrazione ma a queste critiche si può da subito rimandare il fatto che il rigore metodologico nella ricerca del dato e la trasparenza dei criteri utilizzati nell’elaborazione, non possono interpretarsi come una chiusura ma semmai come il tentativo di innescare un corretto, quanto aperto, processo scientifico di riflessione e conoscenza e che, dell’intenzione di produrre e diffondere dati il più possibile raffinati, non se ne potranno che avvalere, esattamente come ora, tutti coloro i quali sono interessati a partecipare al dibattito anche su linee critiche.

LA PIANIFICAZIONE DEGLI INTERVENTI E LA LORO DIVERSIFICAZIONE

Nell’accennare alla necessità di un sistema di rilevazione e di monitoraggio ben strutturato, di fatto, si introduce una necessità ben più ampia, già più volte qui richiamata, coerente con le indicazioni dell’O.M.S. e del Comitato Nazionale di Bioetica, ovvero l’elaborazione di un piano nazionale di prevenzione. Sul punto si ritrova qualche accenno anche nei lavori che seguiranno e merita spendere qualche riflessione partendo anche dalla constatazione che nelle direttive impartite dall’Amministrazione dalla metà degli anni ’80 ad oggi si ritrovano già moltissime delle azioni che i suddetti Organismi hanno indicato. Ripercorrere quelle direttive, ordinandole, sistematizzandole e sviluppandole, potrebbe essere importante per capire genesi ed evoluzione delle idee e delle convinzioni che hanno poi determinato l’adozione di linee d’intervento che, alla luce dei risultati, non paiono essere stati così efficaci. In tal senso un generale lavoro di revisione darebbe corpo al programma di prevenzione che viene chiesto di adottare.

Ritengo opportuno che un piano di questo genere non possa scendere nei particolari minuti ma tracciare le linee portanti degli interventi di prevenzione, lasciando ai vari istituti l’onere di sviluppare nel dettaglio un programma d’istituto. Questo per permettere di calare nel contesto e nel rispetto delle sue risorse le linee generali onde evitarne traduzioni “formali” senza un concreto impatto. Tra l’altro l’applicazione in contesti diversi potrebbe aumentare la comparazione di scelte operative diverse e arricchire lo sforzo complessivo. È sempre una sorpresa conoscere come altri, sul medesimo tema, sono riusciti a trovare la soluzione dei problemi. Tra i molti esempi possibili mi limito a riportarne due tra i più recenti. Nel corso del citato convegno svoltosi a Firenze ho preso conoscenza degli sforzi posti in essere nell’istituto fiorentino congiuntamente con il Servizio del 118 per facilitare l’ingresso dei mezzi e dei loro equipaggi, così come ho potuto riflettere sulla decisione adottata a Montelupo Fiorentino per creare sezioni gas free in cui è bandito l’uso dei fornelli e delle bombolette di butano. Sono tutti stimoli che, sperimentati, potrebbero essere fatti circolare.

ADDESTRAMENTO DEL PERSONALE

Una delle colonne portanti di un programma di prevenzione è la formazione del personale e l’O.M.S. rimarca ampiamente questo fatto. Una formazione che viene indicata come necessariamente continua e che dovrebbe spaziare anche ai detenuti. Non è infatti immaginabile affrontare un evento di questo genere senza essere addestrato a farlo e da tanti punti di vista. Negli Stati Uniti la creazione di Ufficio Federale appositamente dedicato alla formazione del personale penitenziario ha attivato una spirale di effetti positivi al punto da diminuire del 70% il numero di suicidi all’interno delle strutture carcerarie di quel Paese.

Se assumiamo che l’attenzione debba essere posta nel modo più diffuso e nel corso del tempo occorre dotare questo personale che non ha competenze cliniche di griglie di osservazione che gli consentano di osservare l’atteggiamento e il comportamento delle persone che ogni giorno per mesi e per anni incrocia nei suoi turni di servizio. All’utilizzo di queste griglie, alla capacità di cogliere le sfumature e i frequenti avvertimenti più o meno velati e dissimulati che le persone ci mandano prima di togliersi la vita, il personale dovrà essere formato e prima ancora preparato a recepire questa funzione.

Ma coerentemente dovrà anche essere istruito ad indirizzare correttamente le informazioni e gli allarmi verso i recettori che ognuno dei piani di prevenzione dovrebbero prevedere per attivare quelle risorse specialistiche che più possono in termini di diagnosi ed impostazione degli interventi più opportuni. Ma i contenuti della formazione non si fermano qui. Se ci si trova di fronte al fatto compiuto bisogna sapere esattamente cosa fare. I primi momenti sono cruciali e possono fare la differenza ma occorre sapere valutare l’intervento più opportuno.

Bisogna conoscere le nozioni fondamentali rianimatorie e l’uso degli strumenti di primo soccorso e, banalmente, la loro dislocazione come quella dei mezzi di comunicazione più rapidi per estendere l’allarme e accogliere i primi soccorritori. Sembrano ovvietà ma è nell’esperienza di tutti la confusione , l’incertezza e la perdita di tempo che si genera proprio di fronte agli episodi più gravi. Non ci dovrebbe stufare mai di provare e riprovare le procedure per ovviare quella sorta di anestesia della memoria prodotta dalle routine e dalla quotidianità che in un altro contributo ho definito la risacca istituzionale [32] ovvero quell’inconsapevole processo di cancellazione di tutte quelle azioni e novità che esorbitano dalla rassicurante prassi consolidata. E anche se tutto ciò che noi siamo riusciti a porre in essere si è rilevato insufficiente per salvare la vita ad una persona dobbiamo sapere cosa fare.

Chi deve essere avvertito, cosa occorre compiere e cosa si deve evitare di fare sulla scena del fatto, quali atti devono essere compilati, sono tutte questioni che a posteriori assumono grande importanza dal punto di visto legale ma anche sul piano della riflessione relativa alla dinamica suicidiaria. L’O.M.S. insiste sulla necessità di un debriefing post-facto che ritiene necessario per varie ragioni.

La prima è la decompressione collettiva di tutti coloro che hanno lavorato sul caso in modo da ricomporre quello che la morte altrui ha scompaginato lasciandoci attoniti, impreparati. Anche se con il tempo tutto pare affievolirsi e cadere nell’oblio, in realtà rimane una traccia angosciante in ognuno di noi che si può rimarginare solo parlandone elaborando la sensazione di solitudine, paura e di incomprensibilità. È ovvio che il debriefing non può essere il luogo della definizione e della ricerca delle responsabilità, viceversa prevarrebbero solamente gli atteggiamenti difensivi, dislocanti e negatori reattivamente tipici della paura, così come è altrettanto necessario che sia condotto da chi ne ha la competenza e l’autorevolezza a farlo. Allo stesso tempo, però, la lettura a posteriori della dinamica ci illumina sul nostro operato o sul nostro mancato operato e ci aiuta a far meglio.

Dal punto strettamente tecnico si segnalano i contributi di Chiolo [33] e Iannella [34] che hanno scelto, nei loro rispettivi lavori di approfondire e proporre griglie e procedure di rilevazione dei dati connessi alla scena dell’evento, utili per le indagini eventualmente delegate dall’Autorità giudiziaria ma da subito attivabili per consegnare un referto attendibile sia da un punto di vista amministrativo che penale. Ma occorre allargare la riflessione sino a comprendere la minuta quotidianità che tutto ottenebra e normalizza al punto da farci perdere di vista l’inadeguatezza delle procedure, la dilatazione dei loro tempi, l’insensibilità alle altrui emozioni. Ci siamo mai chiesti se le segnalazioni sul disagio e i comportamenti auto lesivi che percorrono la gerarchia di un istituto riportano tutti i dati utili per poter orientare le nostre decisioni e strategie? Abbiamo sino in fondo valutato i tempi di reazione tra un evento e il nostro intervento?

Stiamo presidiando quei luoghi e quei momenti che possono far risaltare il disagio e la disperazione più nera e foriera di gesti estremi? Nel gran vociare del carcere e nella babele linguistica e culturale che lo caratterizza siamo sicuri di saper leggere i segnali contenuti in sfoghi rumorosi o in silenzi abissali? Nel dare o negare il possesso di un bene o nel decidere di assegnare o meno un compagno in quegli spazi angusti che sono oggi le celle di un carcere abbiamo bene considerato le possibili conseguenze? Stiamo considerando che altri, come le famiglie, i compagni, gli operatori di altri servizi, ci possono aiutare a meglio comprendere le imperfette sfaccettature di quel disagio esistenziale che può trasformarsi in quella “morte emotiva” citata da Caglio e Piotti? Se ci siamo dati una risposta affermativa a tutti questi interrogativi probabilmente abbiamo posto in essere un programma di prevenzione. Ma tutto questo non è ancora bastevole perché, in realtà, vi è un aspetto che non si può disporre proceduralmente con circolare od ordine di servizio: l’attenzione, ovvero quell’atteggiamento di ricerca e cura scrupolosa che cerca di non lasciare indietro nessun particolare, indizio, elemento.

CONCLUSIONI ED AUSPICI

Spero, con questa piccola introduzione alle riflessioni dei giovani colleghi che hanno iniziato la loro carriera approfondendo uno dei peggiori, se non il peggiore, degli accadimenti che possono accadere nel corso dello svolgersi della quotidianità penitenziaria, di aver dato un contributo alla critica di una serie di luoghi comuni quale, ad esempio, quello che recita che quando uno giunge alla conclusione di porre fine alla propria esistenza lo fa e c’è poco da fare per impedirglielo. Se è vero che la mente dell’uomo può giungere a rivolgere la propria forza e volontà contro se stesso, tuttavia, sono molte le cose che si possono intentare con la stessa forza e la stessa volontà che l’unione di tante intelligenze, almeno quante sono quelle di tutti coloro che lavorano in carcere intorno al carcere e per il carcere, può umanamente fare, non solo per contrastare ma anche per alleviare la sofferenza che sta alla base di quella volontà di morte e per ricondurre un’esistenza dolente in un ambito di maggiore equilibrio. Accettare, viceversa, una sorta di ineluttabile, quanto falsa, impotenza umana e organizzativa non fa altro che esporre tutti alla censura, innanzitutto, morale della nostra coscienza e poi colposa invocata dal magistrato o dal superiore che ci giudicheranno sulla base del puzzle scomposto degli atti mancati del nostro operare.


NOTE

nota 1 O.M.S. - Management of mental and brain disorders – Department of mental healt and substance abuse: La prevenzione del suicidio nelle carceri, WHO Press, Ginevra, 2007.

nota 2 Comitato Nazionale per la Bioetica, Il suicidio in carcere: Orientamenti bioetici, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Roma, Roma, 25 giugno 2010.

nota 3 Barbieri F., “Il personale dell’Amministrazione penitenziaria: le professionalità necessarie ad una riforma del sistema – Antigone intervista Massimo De Pascalis”, in Oltre il tollerabile: sesto rapporto sulle condizioni di detenzione in Italia, Antigone (a cura di), IV, I, Torino, Harmattan Italia, 2009.

nota 4 Lippi A. Morisi M., Scienza dell’Amministrazione, Il Mulino, Bologna, 2005

nota 5 O.M.S. - Management of mental and brain disorders – Department of mental healt and substance abuse : La prevenzione del suicidio nelle carceri, op. cit. e Comitato Nazionale per la Bioetica, Il suicidio in carcere: Orientamenti bioetici, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Roma, pag 11, 25 giugno 2010.

nota 6 O.M.S. - Management of mental and brain disorders – Department of mental healt and substance abuse : La prevenzione del suicidio nelle carceri, op. cit.

nota 7 Buffa P., “Il suicidio in carcere: la categorizzazione del rischio come trappola concettuale ed operativa, di prossima pubblicazione”, in Rassegna penitenziaria e criminologica.

nota 8 Duthé G., Hazard A., Kensey A., Pan Ke Shon J.L., “Suicide en prison: La France compare à ses voisins européens”, Populations & Sociétés, I.N.E.D., 462, 2009.

nota 9 Diektstra R.F.W., Jansen M.A., “ Importanza degli interventi psicologici nell’assistenza primaria”, in Tibaldi G. (a cura di) , Intervento psicologico nella salute, Masson, Milano, 1989.

nota 10 Ubaldi S., Il suicidio in carcere, http//dex1.tsd.unifi.it/altro dir., 1997.

nota 11 Ubaldi S., Il suicidio in carcere, http//dex1.tsd.unifi.it/altro dir., 1997. 12 Page S., “Suicide and total institution”, in Deaths in custody: international perspectives, Whiting & Birch Ltd, London, 1994.

nota 12 Page S., “Suicide and total institution”, in Deaths in custody: international perspectives, Whiting & Birch Ltd, London, 1994.

nota 13 Baechler A., Les suicides, Gallimard, Paris, 1989.

nota 14 Il convegno, dal titolo Anatomia del suicidio in carcere: conoscere e regolare per prevenire, è stato organizzato dalla Società italiana di Psichiatria Penitenziaria in collaborazione con l’Azienda Sanitaria di Firenze e del Comune di Firenze si è tenuto in quest’ultima città il 30 settembre u.s.

nota 15 Caglio F., Piotti A., L’autolesionismo in carcere: analisi del fenomeno e rapporti con il suicidio, www.amicocharly.it, 2007.

nota 16 Buffa P., “Alcune riflessioni sulle condotte auto aggressive poste in essere negli istituti penali italiani (2006 – 2007), in Rassegna penitenziaria e criminologica, 2, 2008. e Buffa P., “Il suicidio in carcere: la categorizzazione del rischio come trappola concettuale ed operativa” di prossima pubblicazione sulla Rassegna penitenziaria e criminologica.

nota 17 Baccaro L., Morelli F., Il carcere: del suicidio ed altre fughe, Ristretti Orizzonti, Padova, 2009.

nota 18 Duthé G., Hazard A., Kensey A., Pan Ke Shon J.L., “Suicide en prison: La France compare à ses voisins européens”, op. cit.

nota 19 Manconi L., Boraschi A., “Quando hanno aperto la cella era già tardi perché: suicidi ed autolesionismo in carcere 2002 – 2004” in Rassegna Italiana di Sociologia, 1, gennaio – marzo 2006.

nota 20 Vedi nota 14

nota 21 Buffa P., La profezia penitenziaria: se il carcere diventa un laboratorio sociale, di prossima pubblicazione sulla Rassegna Criminologica

nota 22 De Musso F.M., Gli interventi nel disagio penitenziario: strumenti, limiti e responsabilità, lavoro finale del 2° Corso di formazione per vice commissari in prova, Istituto Superiore di Studi Penitenziari, Roma, 2011.

nota 23 Maietta R., Le regole di accoglienza dei Nuovi Giunti alla luce delle circolari ministeriali: strumenti e competenze dello staff multi-disciplinare nella prevenzione del rischio auto lesivo, lavoro finale del 2° Corso di formazione per vice commissari in prova, Istituto Superiore di Studi Penitenziari, Roma, 2011.

nota 24 Iannella P., La prevenzione delle condotte auto aggressive: il fenomeno dei suicidi in carcere, lavoro finale del 2° Corso di formazione per vice commissari in prova, Istituto Superiore di Studi Penitenziari, Roma, 2011.

nota 25 Martinelli M., Le condotte auto lesive ed il suicidio nelle carceri: il ruolo della Polizia Penitenziaria e strategie preventive, lavoro finale del 2° Corso di formazione per vice commissari in prova, Istituto Superiore di Studi Penitenziari, Roma, 2011.

nota 26 O.M.S. - Management of mental and brain disorders – Department of mental healt and substance abuse : La prevenzione del suicidio nelle carceri, op. cit.

nota 27 De Musso F.M., Gli interventi nel disagio penitenziario: strumenti, limiti e responsabilità, lavoro finale del 2° Corso di formazione per vice commissari in prova, Istituto Superiore di Studi Penitenziari, Roma, 2011.

nota 28 Lipsky M., Street level bureaucracy: dilemmas of the individual public services, London – New York, Sage, 1980.

nota 29 In particolare si tratta della nota n° 148719/4-2-I del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria – Segreteria Generale, datata10 febbraio 1998, Bozza di linee guida per possibili apporti migliorativi al sistema di prevenzione e di intervento, ai fini di una riduzione del numero dei suicidi nelle carceri, e della circolare n° 3524/5974 dello stesso Dipartimento madell’Ufficio Centrale Detenuti, datata 12 maggio 2000, Atti di autolesionismo e suicidi in ambiente penitenziario. Linee guida operative ai fini di una riduzione dei suicidi nelle carceri.

nota 30 Duthé G., Hazard A., Kensey A., Pan Ke Shon J.L., “Suicide en prison: La France compare à ses voisins européens”, op. cit.

nota 31 Unità Monitoraggio Eventi Suicidiari istituita presso l’Ufficio Studi, Ricerche e Rapporti Internazionali del D.A.P.

nota 32 Buffa P., “Il comportamento autolesivo e la “risacca istituzionale”: Analisi comparativa condotta presso la Casa circondariale di Torino” in Pajardi D. (a cura di), Oltre a sorvegliare e punire: esperienze e riflessioni di operatori su trattamento e cura in carcere, Giuffrè, Milano, 2008.

nota 33 Chiolo P., Il suicidio negli istituti penitenziari: ruolo della polizia penitenziaria nella prevenzione del fenomeno e responsabilità e profili operativi dell’area sicurezza negli eventi suicidiari, lavoro finale del 2° Corso di formazione per vice commissari in prova, Istituto Superiore di Studi Penitenziari, Roma, 2011.

nota 34 Iannella P., La prevenzione delle condotte auto aggressive: il fenomeno dei suicidi in carcere, lavoro finale del 2° Corso di formazione per vice commissari in prova, Istituto Superiore di Studi Penitenziari, Roma, 2011.