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- Volontariato - Tema per Stati Generali dell'Esecuzione Penale - Tavolo 15 (luglio 2015)

  • pubblicato nel 2015
  • autore: Roberta Palmisano
  • Temi per Stati Generali dell'Esecuzione Penale
  • Ufficio Studi, ricerche, legislazione e rapporti internazionali
  • licenza di utilizzo: CC BY-NC-ND

DIPARTIMENTO AMMINISTRAZIONE PENITENZIARIA
UFFICIO DEL CAPO DEL DIPARTIMENTO
Ufficio Studi Ricerche Legislazione e Rapporti Internazionali


Nel mondo penitenziario lavorano moltissime professionalità con energie e idee molto ricche e vi sono tante realtà positive che sono tenute come modello anche all’estero. Oltre a tante lavorazioni di eccellenza, penso a progetti culturali importanti, alle scuole di teatro, all’attività di volontariato di singoli professori universitari che ha poi prodotto la realtà dei Poli Universitari, alle esperienze di redazione di riviste realizzate in carcere e rivolte all’esterno, agli sportelli di orientamento giuridico e segretariato sociale, i progetti rivolti al recupero del diritto alla genitorialità dei figli detenuti.
Esperienze numerosissime portate avanti dal lavoro prezioso e insostituibile del volontariato e che vedono le associazioni di volontariato protagoniste. Purtroppo però queste sono ancora opportunità destinate a pochi.
La scommessa è invece quella di costruire per ciascun detenuto condizioni detentive dignitose (il richiamo che abbiamo ricevuto dalla Corte EDU è forte) e soprattutto consentire che attraverso tali condizioni il periodo di detenzione possa restituire alla società un cittadino migliore di quello che vi è entrato.

Questo è il compito che la Costituzione assegna alla pena (art. 27 comma 3) quando prescrive che essa “non può consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e deve tendere alla rieducazione del condannato”. Il fine della pena è quello di promuovere, sostenere, incoraggiare un cammino, che fa affidamento sulla responsabilità della persona, affinché questa sviluppi una prospettiva di vita e di condotta in armonia con i diritti degli altri e con le esigenze fondamentali o “minime” della società in cui vive.
La seconda parte dell’art. 27 della Costituzione (“le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”) è rivolta alla società tutta; il risultato di rieducazione non può essere realizzato fuori da un concorso sociale generale e la rieducazione non è pensabile senza un rapporto con il contesto sociale nel quale ci si colloca.
Alla riflessione teorica deve unirsi la ricchezza delle esperienze di coloro che operano nel carcere nelle varie forme e professionalità e dei volontari che vi entrano portandovi la loro visione esterna. Il loro patrimonio di conoscenze e di esperienze è indispensabili a rendere la riflessione sulla pena utile ed efficace.
Il nucleo fondamentale del nuovo modello detentivo è la differenziazione degli istituti penitenziari al fine di poter individuare obiettivi precisi per ciascuno di essi e indirizzare l’azione in ragione della specificità della singola struttura, anche attraverso una formazione del personale orientata ai suoi scopi.
Il progetto è quello di allocare i detenuti in istituti e sezioni distinti per gruppi omogenei.
Condizioni migliori per tutti vuol dire innanzitutto differenziare tali condizioni in ragione della specificità di ciascuno: definitivi/in attesa di giudizio, italiani/stranieri, nuovi giunti/dimettendi, sani/ammalati, condannati a pene lunghe/condannati a pene brevi….
Il fine è quello di creare le condizioni affinché ogni detenuto trascorra la maggior parte del proprio tempo al di fuori della camera detentiva in refettori e spazi dedicati alle attività comuni ove sarà favorita la responsabilizzazione e l'osservazione che, con l’intervento degli operatori appartenenti alle diverse professionalità e dei volontari, potrà essere espletata in modo molto più efficace (questo si intende per “carcere aperto”).
Non soltanto il lavoro, l’istruzione, le attività culturali o sportive hanno una finalità di risocializzazione ma in concreto tutto nell’organizzazione della vita carceraria, dalle regole dello stare insieme, alle modalità con cui si rendono possibili i rapporti con i familiari e con la “società esterna”, deve essere pensato e realizzato in funzione di questo scopo.
Di per sè partecipare alla vita carceraria ed accettare in concreto le regole dello stare insieme, consente di sviluppare una prospettiva di vita e di condotta in armonia con i diritti degli altri e con le esigenze fondamentali della società.

Le nuove linee di azione che l’Amministrazione ha posto in essere richiedono senz’altro il coinvolgimento del mondo esterno e in particolare è imprescindibile il contributo delle Associazioni di volontariato che operano dentro e per il carcere che apportano un fondamentale contributo al fine del riconoscimento della dignità personale di ogni detenuto.
E questo semplicemente perchè la gratuità, la disponibilità all’accoglienza, hanno un valore pedagogico. Il volontario dona il suo tempo, si presenta come qualcuno che, liberamente e senza obbligo, sceglie di far dono di qualcosa a qualcun altro. Questo comportamento è l’unico che, può innescare nel detenuto la voglia di recuperare.

Dal riconoscimento della dignità, della gratuità, discende l’inclusione, la realizzazione della persona il recupero, la riconciliazione.
In carcere è importante individuare quello che può aiutare il detenuto a costituirsi una nuova esistenza sociale, a costruire un percorso basato sull’accoglienza che lo riporti verso la vita in comunità. Questo non ha niente a che vedere con la certezza della pena e sono fissate in anticipo le eventuali variazioni che dipendono dal comportamento del detenuto in carcere, dal venir meno della sua pericolosità, dalla dimostrazione dell’impegno verso la rieducazione.
Quello che fin qui è mancato è il presupposto di questo percorso del detenuto e cioè opportunità di sperimentare il proprio comportamento in comunità per tutti e un’osservazione effettiva. Escludere dalla comunità e dalle relazioni confligge con la dignità.
Quando la vita del detenuto si esaurisce all’interno della cella spesso il cambiamento è casuale (magari può dipendere dalla compagnia che si è trovata in cella).
Il contributo dei volontari potrà essere particolarmente importante:

  • nella fase di accoglienza in particolare dei nuovi giunti;
  • per gli interventi trattamentali rivolti a soggetti con caratteristiche di particolare fragilità e che necessitano di interventi di particolare valenza (tossicodipendenti, persone con disagio mentale, transessuali, autori di reato a sfondo sessuale, donne con figli minori, disabili…);
  • per gli stranieri con specifiche problematiche (mediazione culturale, rimpatrio, differenze culturali e religiose…);
  • per le azioni di supporto nella fase della dimissione, programmi propedeutici all’accesso alle misure alternative per i detenuti privi di domicilio o comunque in situazioni socio-familiari tali da non essere facilmente ammessi alle misure.

Per far tutto questo certamente bisogna iniziare dal promuovere soluzioni organizzative adeguate (orari, spazi dedicati…). Occorre favorire lo scambio con gli altri operatori (Protocollo sullo statuto e le modalità d’azione del volontariato in ambito carcerario) in modo che gli ambiti di intervento dei volontari possano essere maggiormente definiti e possano prendere parte alla programmazione delle attività e in particolare all’elaborazione del Progetto d’Istituto.
Sarà poi utile e necessario prevedere che i volontari prendano parte a tutti i momenti di verifica e valutazione delle attività realizzate e ad altri incontri periodici con i responsabili delle aree educative e di Sicurezza.
Il volontariato è essenziale altresì nell’esecuzione penale esterna per costituire una rete che consenta la “presa in carico” del condannato ed offra un concreto aiuto al suo reinserimento in collaborazione con gli enti territoriali coinvolti e operanti nel contesto territoriale di riferimento dell’imputato.
Gia con lettera circolare (GDAP 0115073) del 21.3.2011, a seguito di una ricognizione delle realtà di volontariato penitenziario sul territorio nazionale, sono state delineate le priorità della loro collaborazione con gli Uffici di Esecuzione Penale Esterna e in particolare nella gestione dei singoli soggetti in misura alternativa e nel rafforzamento delle reti territoriali.

Con la vigenza delle nuove norme sulla messa alla prova l’attività del Volontariato sarà molto importante.
Per quanto riguarda la messa alla prova nel processo minorile, sono in atto buone pratiche che mirano alla sua presa in carico fin dal periodo immediatamente successivo alla denuncia così da approntare uno strumento di prevenzione che argini i casi di recidiva.
Una risposta immediata, dopo la commissione del primo reato, con l’individuazione di ipotesi d’intervento e la costruzione di un progetto, può facilitare il reinserimento nel tessuto sociale dell’autore del reato il quale sarà responsabile del suo stesso percorso di cambiamento con il coinvolgimento attivo della comunità di riferimento.
Gli Uffici di Esecuzione Penale Esterna, in collaborazione con i Servizi socio-assistenziali degli Enti territoriali, raccolgano gli elementi conoscitivi e forniscano concrete ipotesi di intervento elaborando un progetto individuale che impegni gli organismi coinvolti alla realizzazione di percorsi di reinserimento e interventi trattamentali. Il progetto deve prevedere le modalità di coinvolgimento dell’autore del reato nel suo ambiente di vita, gli impegni specifici e le modalità di partecipazione degli operatori dell’amministrazione della giustizia e degli organi territoriali coinvolti. Un sistema basato su forme di collaborazione condivisa tra gli enti territoriali coinvolti e gli Uffici di Esecuzione Penale Esterna e la costituzione di una rete composta da soggetti pubblici e privati operanti nel contesto territoriale di riferimento dell’imputato nel campo del volontariato, della formazione, del lavoro, del welfare etc…
Il volontariato è colonna portante di questa rete.
 

Roma, Luglio 2015

IL DIRETTORE DELL'UFFICIO
Roberta Palmisano