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Parere su celle senza suppellettili (agosto 2014)

  • pubblicato nel 2014
  • autore: Roberta Palmisano
  • parere
  • Ufficio Studi, ricerche, legislazione e rapporti internazionali
  • licenza di utilizzo: CC BY-NC-ND

 

DIPARTIMENTO AMMINISTRAZIONE PENITENZIARIA
UFFICIO DEL CAPO DEL DIPARTIMENTO
Ufficio Studi Ricerche Legislazione e Rapporti Internazionali

Con circolare del 19 giugno 2012 (GDAP 0234197), nel solco delle precedenti direttive aventi ad oggetto la presa in carico dei nuovi giunti, è stato diffuso presso i singoli istituti penitenziari il contenuto delle Linee guida approvate dalla Conferenza Unificata del 19 gennaio 2012 che tengono conto delle Raccomandazioni e si è ribadita la necessità di migliorare la capacità di individuazione precoce del disagio, di mettere in atto misure di contenimento del rischio per giungere alla diminuzione dei comportamenti auto lesivi e dei suicidi e si è sollecitata la redazione di un programma che assicuri, con la sinergia tra operatori penitenziari e sanitari, un’attività di sostegno e il contenimento del rischio con l’individuazione precoce del disagio. Si è provveduto altresi’ a concordare protocolli con le realtà territoriali che siano in grado di dare il proprio contributo per sollevare i detenuti da situazioni di grave disagio.

E’ stata altresì, fin dal mese di giugno 2012, avviata un’attività di costante monitoraggio delle condotte che sono manifestazione di particolare disagio quali atti di autolesionismo, tentativi di suicidio e prolungati scioperi della fame, anche al fine di individuare i detenuti che si trovano ristretti in situazioni che integrano forme di “trattamento inumano e degradante” perché non adeguate alle loro condizioni fisiche (disabilità, obesità, cecità) e sotto la soglia di dignità anche per disponibilità di spazio esiguo. Ciò al fine di valutare ogni intervento finalizzato ad assicurare la maggiore tutela possibile della salute del detenuto e di segnalare eventualmente al Magistrato di Sorveglianza l’eventuale differimento dell’esecuzione della pena e altri provvedimenti opportuni. E’ stata infatti avviata una doverosa e proficua condivisione con gli Uffici di Sorveglianza delle informazioni pervenute alla “Sala Situazioni”, articolazione dell’Ufficio per l’attività ispettiva e del controllo di questo Dipartimento. Il personale addetto a questo ufficio, a cui pervengono informazioni che riguardano tutti gli uffici penitenziari, fa necessari approfondimenti in relazione agli episodi più gravi e ripetuti, chiedendo ai vari istituti le relazioni sanitarie e dell’area educativa relative al detenuto autore del gesto autolesivo o anticonservativo, informazioni che poi si provvede ad inoltrare agli Uffici di Sorveglianza.
Inoltre si è ripristinata l’Unità di monitoraggio degli eventi di suicidio (UMES), che ha già operato tra il 2001 e il 2003, con il fine di verificare l’andamento dei dati statistici e approfondire i singoli eventi di suicidio verificatisi (attraverso la conoscenza dei dati biografici di colui che si è tolto la vita e delle sue condizioni di detenzione) e di promuovere il lavoro integrato dell’intero staff che opera all’interno dell’istituto in raccordo con la Magistratura.
Ma soprattutto l’Amministrazione ha intrapreso una profonda riflessione sui modelli di custodia e sui necessari interventi nella organizzazione della detenzione per migliorare la qualità del tempo che le persone trascorrono in carcere, avviando un processo di cambiamento profondo.
Il nucleo fondamentale del nuovo modello detentivo è la differenziazione degli istituti penitenziari al fine di poter individuare obiettivi precisi per ciascuno di essi e indirizzare l’azione in ragione della specificità della singola struttura, anche attraverso una formazione del personale orientata ai suoi scopi.
Il progetto è quello di allocare i detenuti in istituti e sezioni distinti per gruppi omogenei. Il fine è quello di creare le condizioni affinché ogni detenuto trascorra la maggior parte del proprio tempo al di fuori della camera detentiva in refettori e spazi dedicati alle attività comuni ove sarà favorita la responsabilizzazione e l'osservazione che, con l’intervento degli operatori appartenenti alle diverse professionalità e dei volontari, potrà essere espletata in modo molto più efficace (questo si intende per “carcere aperto”).
La realizzazione del nuovo modello, con il rilievo conferito agli spazi comuni e alle attività trattamentali, renderà più vivibile l’esperienza del carcere e consentirà prevedibilmente di ridurre il disagio dei detenuti che spesso conduce ad azioni di autolesionismo o suicidio.

  1. L'isolamento in campo penitenziario individua la condizione di coattiva separazione del detenuto dalla rimanente popolazione carceraria. Bisogna distinguere l'isolamento diurno disposto ai sensi dell’art. 72 del codice penale dall'isolamento continuo, cioè diurno e notturno, previsto per limitati periodi dall'art. 33 dell'ordinamento penitenziario (l. 26.7.1975 n. 354) in tre tassative ipotesi (per ragioni sanitarie, per motivi disciplinari e per esigenze giudiziarie).
    L'art. 73 del Regolamento penitenziario di cui al d.p.r. 30.6.2000 n. 230 afferma principi generali, valevoli per tutte le forme di isolamento, con la finalità di salvaguardia e di tutela della salute fisica e mentale del detenuto isolato. In particolare l’isolamento per ragioni sanitarie (comma 1) è eseguito “in appositi locali dell’infermeria o in un reparto clinico” e “deve cessare non appena sia venuto meno lo stato contagioso”.Il comma 3 dell'art. 73 attiene all'isolamento disciplinare. Al detenuto è consentito di continuare a occupare la sua camera ordinaria e comunque un locale con le caratteristiche di cui all’articolo 6 della legge, ma gli è fatto divieto di comunicare con i compagni di reclusione, come connotato qualificante e distintivo della sanzione. Il comma 7 prescrive un costante monitoraggio medico sulle condizioni del detenuto nel luogo di isolamento (comma 7) per non esporre a rischio la sua salute.

    E’ sancito quindi per i detenuti in isolamento disciplinare il divieto di comunicare con i compagni di detenzione limitatamente ad un periodo di tempo non superiore a quindici giorni e con la continua valutazione da parte di un sanitario della sopportabilità fisica e psichica di siffatta sanzione (in applicazione del principio generale di cui all’art. 36 legge 354/75, secondo il quale il regime disciplinare “è adeguato alle condizioni fisiche e psichiche dei soggetti”). L’art. 77 del Regolamento penitenziario, in tema di infrazioni disciplinari, punisce come illecito disciplinare (comma 1 n. 9) le comunicazioni fraudolente con l'esterno o all'interno nei casi indicati nei numeri 2 e 3 del primo comma dell'art. 33 dell'Ordinamento penitenziario, cioè nell'isolamento per ragioni disciplinari e in quello per esigenze processuali.
    La Raccomandazione R(2006)2 del Consiglio d’Europa sulle Regole Penitenziarie Europee alla regola 43 prescrive che il medico – o un(a) infermiere(a) professionale che riferisce a tale medico – deve prestare particolare attenzione alla salute dei detenuti che sono tenuti in condizioni di isolamento, deve visitare questi detenuti quotidianamente; e deve fornire loro un’assistenza medica e una cura immediati dietro richiesta di questi detenuti o del personale penitenziario.
    Il Rapporto annuale del Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti (CPT), pubblicato il 10 novembre del 2011, contiene una espressa richiesta agli Stati di ridurre al minimo l’isolamento dei detenuti. Questa "misura" dovrebbe essere utilizzata solo nel caso in cui ricorrano circostanze eccezionali e, sempre per il minor tempo possibile, rispettando i presupposti di legge. In particolare il CPT ritiene che l’isolamento non dovrebbe mai essere superiore ai 14 giorni. In una sentenza recente della Corte Edu (Alboreo c. Francia caso n. 51019/08 del 20 ottobre 2011), nel pronunciarsi sul ricorso di un cittadino francese rimasto in stato di isolamento per un anno, tre mesi e 23 giorni, in un programma di rotazione tra diversi istituti penitenziari, ha ritenuto che ciò non abbia provocato alcuna violazione dell'art. 3 Cedu, in ragione del fatto che le misure adottate nei suoi confronti si erano rese necessarie in relazione ad un precedente tentativo di fuga e al fine di prevenire ogni ulteriore possibile evasione.
  2. L'isolamento deve essere dunque applicato alla luce delle anzidette norme e in conformità ai principi di umanità e di rispetto della dignità della persona cui è ispirato il trattamento penitenziario (art. 1 comma 1 dell'Ordinamento penitenziario) secondo cui nei confronti dei detenuti e degli internati non possono essere adottate restrizioni non giustificabili con il mantenimento dell'ordine e della disciplina negli istituti (art. 1 comma 3 dell'Ordinamento).
    Come ha ulteriormente precisato la Corte Costituzionale (sentenza n. 135 del 7.6.2013), l'estensione e la portata dei diritti dei detenuti possono subire restrizioni unicamente in vista delle esigenze di sicurezza inerenti alla custodia in carcere, e in assenza di tali esigenze le restrizioni acquisterebbero unicamente un valore afflittivo supplementare rispetto alla privazione della libertà personale, non compatibile con l'art. 27 comma 3 della Costituzione.
    Il Magistrato di Sorveglianza (provvedimenti Magistrato di Sorveglianza di Reggio Emilia in data 22.11.2012 e Magistrato di Sorveglianza de l’Aquila in data 22 giugno 2012), in relazione ai detenuti sottoposti al regime ex art. 41 bis legge 354/75 sottoposti all’isolamento ai sensi dell’art. 72 del Codice penale, in parziale accoglimento del reclamo, ha ritenuto l'illegittimità della chiusura del blindo e del divieto di comunicare con gli altri detenuti ed ha considerato (provvedimenti Magistrato di Sorveglianza di Reggio Emilia in data 22.11.2012) che il divieto di comunicazione riguarda solamente l’isolamento imposto come sanzione disciplinare e non anche l’isolamento diurno ai sensi dell'art. 41 bis, concludendo che le restrizioni imposte al detenuto, anche in considerazione del periodo prolungato per il quale erano state disposte, costituivano un trattamento inumano e degradante.

    Con ordinanza del 6 marzo 2012 il Magistrato di Sorveglianza di Reggio Emilia ha ritenuto che il rispetto del termine massimo di quindici giorni previsto per la sanzione dell’esclusione dall’attivita’ comune vieta l’applicazione continuativa di plurime sanzioni disciplinari e vieta altresi’ la applicazione a distanza ravvicinata con soluzioni di continuita’ minime come quella di un solo giorno. Il Magistrato pero’ ha ritenuto la carenza di interesse del detenuto che aveva proposto reclamo dichiarando non luogo a provvedere sullo stesso. La Corte di Cassazione (sentenza I sezione penale 14 dicembre 2012, Attanasio) premesso che è indiscusso il limite temporale della sanzione e che non è consentita l’applicazione continuata o con soluzioni minime della stessa, ha annullato l’ordinanza rinviando al magistrato di Sorveglianza per un nuovo esame.
    Il Direttore generale dei Detenuti e del Trattamento, con nota del 2 aprile 2014 ha proposto un testo di circolare per disciplinare in modo uniforme l’applicazione della sanzione disciplinare della “esclusione dalle attivita’ in comune’, ed in particolare la durata massima di quindici giorni previsto all’art. 39 comma 1 n. 5 legge 354/75. in applicazione del principio affermato dalla Corte di Cassazione, ha ritenuto che, in caso di applicazione di plurime sanzioni l’esecuzione non dovra’ essere continuativa ma allo scadere del termine di quindici giorni l’isolamento dovra’ essere interrotto “per almeno due giorni”, pausa ritenuta “congrua soluzione di continuita’ volta ad assicurare la ripresa psico-fisica del detenuto”. Più recentemente la circolare 6.5.2015 ha indicato che l’interruzione deve essere di “almeno cinque giorni”. Più recentemente la circolare 6.5.20 15 ha indicato che l’interruzione deve essere di “almeno cinque giorni”.

  3. Connesso alla disciplina dell’isolamento è il tema delle camere di detenzione prive di suppellettili.
    In relazione alla scelta dell’ubicazione del detenuto, gia’ con circolare del 25 novembre 2011 l’amministrazione ha stabilito che occorre tassativamente evitare ogni forma di isolamento del soggetto a rischio, ma semmai, per quanto possibile, individuando compagni di detenzione umanamente e culturalmente più idonei a instaurare un rapporto proficuo con la persona in difficoltà.

    Il tema è stato affrontato nella nota del 28 agosto 2004 in materia di predisposizione di camere di detenzione per contenere detenuti autori di gesti auto e/o etero lesivi in cui, premesso che spesso non vi è chiarezza in ordine alla natura (terapeutica o disciplinare) di tale soluzione allocativa, l’Amministrazione penitenziaria ha ha chiarito innanzitutto che l’isolamento sanitario è limitato ai casi di malattie contagiose ed è eseguito in locali dell’infermeria o in centro clinico e che la sanzione dell’esclusione dalle attivita’ in comune è eseguita in camera ordinaria a meno che non vi siano motivi di ordine e di sicurezza ostativi a tale collocazione; in ogni caso la camera deve avere le caratteristiche indicate dall’art. 6 della legge 354/75. Premesso poi che la gestione di situazioni di emergenza non puo’ risolversi nell’ubicazione in camere prive di suppellettili ha disposto che lo scopo di evitare che il detenuto detenga oggetti contundenti debba essere assicurato con la predisposizione di camere detentive munite di suppellettili e conformi alle disposizioni dell’art. 6 legge 354/75,con accorgimenti atti ad evitare il compimento di gesti auto lesivi 9senza spigoli, con suppellettili murati, lavabo e water in acciaio, termosifone e televisore incassati e protetti…).
    Il Tribunale di Sorveglianza di L'Aquila deliberando nel caso di un detenuto sottoposto, per un periodo di sei mesi, al regime di sorveglianza particolare di cui all'art. 14-bis legge 354/75, nel valutare la congruità delle restrizioni imposte al detenuto, ha ritenuto non rispettato dall'amministrazione penitenziaria il principio, codificato dalla disposizione dell'art. 14-quater, comma 1 legge 354/75, secondo il quale le restrizioni imposte al soggetto non possono eccedere la misura strettamente necessaria a garantire l'ordine e la sicurezza interna. In particolare ha ritenuto eccedenti il detto limite le prescrizioni del decreto impugnato relative alla rimozione degli arredi dalla camera di detenzione, del divieto di disporre di televisore, radio portatile, fornellino individuale, armadi con ante, specchi ed ogni altro soprammobile, lasciando nella disponibilità del detenuto solo il letto ed un tavolo con lo sgabello.

  4. La allocazione in camere prive di suppellettili spesso segue a tentativi di suicidio o atti autolesionistici posti in essere dal detenuto.Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti (CPT) negli Standard pubblicati nel 2002 e rivisti nel 2006, Rilievi essenziali e generali dei Rapporti Generali, in materia di prevenzione al suicidio evidenzia l’importanza che il personale penitenziario riceva un’adeguata formazione così da poter essere capace di riconoscere gli indicatori potenziali e sottolinea altresi’ l’importanza dei flussi di informazione dall’interno dell’istituto e tra istituti (molto importanti in caso di trasferimento).[1]
    Al rischio di suicidio fra i detenuti stranieri è dedicato altresi’ l’art. 31.7 della Raccomandazione (2012)12 del Consiglio d’Europa sui detenuti stranieri e anche le Regole delle Nazioni Unite per il trattamento delle donne detenute e le misure non detentive per le donne autrici di reati, note come le “Regole di Bangkok” adottate il 21 dicembre 2010, al punto 16 “Prevenzione del suicidio e dell’autolesionismo” impongono “l’elaborazione e la realizzazione di strategie appropriate, con i servizi di salute mentale e di protezione sociale, per prevenire il suicidio e l’autolesionismo delle detenute”.
    L’azione dell’Amministrazione si è diretta verso la strutturazione e il consolidamento delle relazioni con le Regioni e con le Aziende sanitarie locali per il raggiungimento di più elevati livelli di assistenza e di continuità medico-infermieristica all’interno degli Istituti penitenziari.
    Nella Lettera Circolare del 26/04/2010 sugli interventi per ridurre il disagio in carcere e prevenire i tentativi di suicidio, si ribadisce con forza l’importanza del ruolo dei volontari sin dai momenti iniziali della detenzione nel fornire sostegno morale e materiale ai nuovi giunti in un momento delicatissimo qual è quello dell’ingresso in carcere, “quando – precisa la circolare - è necessario profondere ogni sforzo per ridurre, sin dai primissimi momenti di permanenza in carcere, il distacco fra il detenuto e il mondo esterno” “si raccomanda alle direzioni – puntualizza ancora – di compiere ogni sforzo per consentire la massima estensione degli orari di accesso agli istituti per i volontari…”. E ancora “una maggiore presenza del volontariato” è auspicata nella più recente circolare sul “miglioramento della dignità detentiva” del 28/07/2011
    Le linee di intervento contenute nell’allegato A al D.P.C.M. 1.4.2008 indicano tra gli obiettivi di salute e i livelli essenziali di assistenza “la riduzione dei suicidi e dei tentativi di suicidio, attraverso l’individuazione dei fattori di rischio”, anche mediante la valutazione medica e psicologica di tutti i nuovi ingressi e l’adozione di procedure di accoglienza che consentano di attenuare gli effetti potenzialmente traumatici della privazione della libertà e l'esecuzione degli interventi necessari a prevenire atti di autolesionismo.Tra le azioni da compiere è espressamente indicata:
    1. l’attivazione di interventi di individuazione precoce dei disturbi mentali
    2. l’attivazione di specifici programmi mirati alla riduzione dei rischi di suicidio,
    3. la cooperazione tra l’area sanitaria e l’area trattamentale, in modo che gli obiettivi trattamentali propri dell’amministrazione penitenziaria si possano coniugare con quelli della tutela e della promozione della salute mentale, attraverso gli interventi più adeguati sia a tutela della salute della persona sia a tutela della sicurezza sociale. Tale prassi deve essere attuata già al primo ingresso, tramite il servizio nuovi giunti e perseguita per tutto il periodo di permanenza nell’istituto di pena: per tale scopo vanno definiti protocolli e modalità di collaborazione tra gli operatori dei servizi di salute mentale e gli operatori del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria.

Roma, agosto 2014

IL DIRETTORE DELL'UFFICIO
Roberta Palmisano

 

[1] La prevenzione del suicidio è un’altra questione che ricade negli scopi di un servizio di assistenza sanitaria in carcere. Esso dovrebbe assicurare che ci sia consapevolezza su questo tema in tutto l’istituto e che siano in atto procedure adeguate. Lo screening medico all’entrata e il complessivo processo della ricezione hanno un ruolo importante in questo contesto; eseguiti in maniera adeguata, possono come minimo identificare alcuni di coloro che sono a rischio e alleviare in parte l’ansia provata da un nuovo giunto in carcere. Inoltre, il personale del carcere, qualunque sia il ruolo specifico che ricopre, deve essere messo al corrente (che implica che deve ricevere una formazione sulla capacità di riconoscimento) degli indicatori dei potenziali suicidi. A questo riguardo, va fatto notare che i periodi immediatamente prima e dopo il processo, in alcuni casi, il periodo precedente alla scarcerazione, implicano un maggior rischio di suicidio. Una persona identificata come potenziale suicida deve, per quanto necessario, essere tenuta sotto un programma di osservazione speciale. Inoltre, queste persone non dovrebbero avere facile accesso ai mezzi con i quali potrebbero uccidersi (le barre della finestra della cella, vetri rotti, cinture o cravatte, etc.) Dovrebbero anche essere mossi dei passi per assicurare un adeguato flusso di informazioni, sia all’interno di un dato istituto, sia, qualora opportuno, tra gli istituti (e più specificamente tra i loro rispettivi servizi di assistenza sanitaria) – sulle persone che siano state identificate come potenzialmente a rischio.